La gran storia del primo Giro d’Italia

di Gabriele Gargantini – @GGargantini

Un'incasinatissima impresa corsa con bici da 15 chili e piena di storie: nato da una soffiata e finito da meno della metà di quelli che partirono

Nel 1909 Gino Bartali e Fausto Coppi non erano ancora nati. A marzo ci furono le elezioni e le vinsero i liberali di Giovanni Giolitti, che comunque era già al governo. Gli italiani erano circa 33 milioni ma avevano votato in meno di due milioni. Un mese prima Filippo Tommaso Marinetti aveva pubblicato il Manifesto del futurismo e qualche mese dopo Guglielmo Marconi avrebbe vinto il Nobel per la Fisica. A Belfast stavano iniziando a costruire il Titanic. In Italia un operaio prendeva in media due lire al giorno, più o meno quanto costava un chilo di pane. Le biciclette erano circa 600mila, pesavano una quindicina di chili, ma alcune anche più, ed erano fatte quasi tutte di ferro: avevano il rapporto fisso e, se andava bene, un solo freno: a tampone, che premeva direttamente sulla ruota anteriore, dall’alto. Una discreta bicicletta costava almeno 100 lire. La Gazzetta dello Sport usciva tre volte a settimana e costava 50 centesimi. Nel 1909 la Gazzetta dello Sport organizzò il primo Giro d’Italia: 2.448 chilometri da corrersi in otto tappe. Si iscrissero in 166, partirono in 127. Quelli che lo finirono furono 49.

In quel periodo in Italia il calcio era ancora poca roba. La gente seguiva la scherma, il pugilato, il canottaggio e il ciclismo. Le gare nei velodromi – o nei galoppatoi adattati a velodromi – erano seguitissime, ma le gare su strada stavano diventando la nuova cosa. Nel 1870 si era corsa una Firenze-Pistoia, nel 1876 la prima Milano-Torino. Il Tour de France si correva dal 1903, organizzato da L’Auto, il quotidiano che sarebbe poi diventato L’Equipe. La Gazzetta dello Sport era nata nel 1896 dalla fusione dei periodici Il Ciclista e La Tripletta, che prendeva il nome da quello di una bicicletta a tre posti. Nel suo piccolo aveva copiato L’Auto organizzando il Giro di Lombardia e la Milano-Sanremo, che sono ancora due tra le più importanti corse ciclistiche di un giorno. Erano corse folli – pensate a com’erano le bici, immaginate com’erano le strade e calcolate cosa potesse voler dire percorrerle per un paio di centinaia di chilometri – e avevano lo scopo di far vendere un po’ più di biciclette a chi le produceva e dare qualcosa da raccontare ai giornali.

Due tra le principali aziende che producevano biciclette (ma le chiamavano ancora velocipedi) erano la Bianchi e l’Atala, che era stata fondata nel 1908 da Angelo Gatti, che aveva lavorato alla Bianchi ma se n’era dovuto andare dopo che la Bianchi aveva dato il suo incarico – che oggi definiremmo “direttore commerciale” – a Gian Fernando Tommaselli, un noto ciclista che aveva vinto molte importanti gare su pista.

Già nel 1908 la Gazzetta aveva pensato di organizzare un Giro ciclistico d’Italia ma se la stava prendendo con calma, che non era una cosa semplice. Nell’agosto di quell’anno Gatti però era venuto a sapere che il Corriere della Sera, la Bianchi e il Touring Club Italiano avevano avuto la stessa idea e se la stavano prendendo con meno calma. Corriere e Gazzetta non erano ancora dello stesso editore e Gatti, saputa la cosa, lo disse a Tullo Morgagni, caporedattore della Gazzetta. Il 5 agosto Morgagni scrisse quindi un telegramma a Eugenio Camillo Costamagna e Armando Cougnet, direttore e direttore amministrativo della Gazzetta, entrambi fuori città: «Improrogabili necessità obbligano Gazzetta lanciare subito Giro d’Italia. Ritorna Milano. Tullio». Tornarono e il 24 agosto la Gazzetta annunciò con titolone in prima pagina che nel 1909 avrebbe organizzato insieme all’Atala di Gatti il primo Giro d’Italia. L’articolo era pieno di entusiasmo ma tutto era molto vago: soprattutto chi avrebbe pagato le spese.

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Il 7 settembre la Gazzetta scrisse molto più in piccolo: “Per ora interrompiamo di trattare del Giro d’Italia”. Poi i soldi li trovò – anche grazie al Corriere che offrì le tremila lire per il premio finale del vincitore – e il Giro si mise a organizzarlo davvero.

Trovati i soldi, Cougnet – che aveva già fatto esperienza pianificando la Milano-Sanremo – divenne il vero organizzatore del Giro. Perfezionò il percorso e definì i dettagli: otto tappe con partenza e arrivo finale a Milano, da corrersi tra il 13 e il 30 maggio, con passaggi a Bologna, Roma, Napoli, Firenze, Genova e Torino. Chiese anche al pilota Felice Nazzaro di fare una ricognizione del percorso. Cougnet dovette poi pensare al regolamento: la classifica finale sarebbe stata a punti e non a tempo, perché così faceva il Tour e perché così sarebbe stato tutto molto più semplice. Il primo di ogni tappa avrebbe preso un punto, il secondo due, il terzo tre; e così via fino alla metà dei corridori al traguardo. Tutti quelli nella seconda metà avrebbero preso cinquanta punti. Vinceva chi alla fine aveva meno punti. La maglia rosa ancora non c’era: sarebbe arrivata nel 1933.

Mancavano i corridori: ci furono inviti e iscrizioni normali, aperte a chiunque fosse matto abbastanza. Si iscrissero sei squadre, tutte con il nome dello sponsor e anche di chi forniva le gomme: Atala-Dunlop, Bianchi-Dunlop, Stucchi-Persen, Dei-Michelin, Rudge Whitworth-Pirelli, Labor-Chauvin. Il concetto di squadra era però molto vago: ci si aiutava poco e nemmeno si aveva una vera e propria divisa. In compenso si aveva diritto a un qualche tipo di assistenza alle soste e all’arrivo. C’erano anche corridori senza squadra – i cosiddetti isolati – che dovevano fare tutto da soli: pagarsi le spese e trovarsi da mangiare e da dormire. La maggior parte degli iscritti gareggiò da isolato, ma quasi tutti i più forti correvano per una delle sei squadre ed erano stati invitati, in alcuni casi anche con una certa insistenza. Tra loro c’era anche qualche straniero, soprattutto francesi.

Il primo Giro d’Italia partì nella notte tra il 12 e il 13 marzo da rondò Loreto di Milano, che ancora non si chiamava piazzale. Si partì di notte per due motivi: per dare il tempo ai corridori di finire la corsa prima del tramonto del giorno successivo, e perché una partenza fatta di giorno, magari in un’area più centrale di Milano, avrebbe creato problemi per via dei troppi tifosi. Il ciclismo era infatti seguitissimo e quel primo Giro era molto atteso. Il più anziano tra i 127 che la sera del 12 marzo si presentarono alla “punzonatura delle macchine a pedale” (cioè il controllo delle biciclette) era Enrico Nanni, 44 anni. Molti avevano tra i venti e i trent’anni, quasi tutti erano poveri o comunque non ricchi. A tutti i partenti fu consegnato un volantino:

L’ora è prossima. La battaglia incombe. Gli amatori del ciclismo di tutte le nazioni vi ammirano e attendono. Ognuno ha fra di voi il suo favorito, la sua speranza. Come corridori italiani avete il gran compito di difendere i colori della nazione. Come forestieri ed ospiti, troverete fra i nostri campioni avversari degni e cortesi. […] Il vostro bel gesto di aver saputo osare segna l’inizio di una vittoria. In ognuno di voi c’è l’anima di un trionfatore.

Alcuni erano lì per il gusto dell’impresa, altri per i soldi. Il montepremi complessivo (diviso tra premi di tappa e premi finali) era di 25mila lire, come dire qualche centinaio di migliaio di euro di oggi. Per chiunque fosse riuscito a finire il Giro e tornare a Milano ci sarebbe stato un premio di 300 lire. Cougnet, che quel Giro lo organizzò, prendeva circa 150 lire al mese di stipendio.

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Se foste stati un appassionato di ciclismo che alle due di notte del 13 maggio 1909 si trovava a rondò Loreto in attesa della partenza, avreste sperato di vedere qualcuno di loro:

– Lucien Petit-Breton era francese, aveva 28 anni ed era piuttosto basso. Il suo cognome era in realtà un soprannome, datogli anni prima quando viveva e correva su pista in Argentina, perché era piccolo e veniva dalla Bretagna. Tornato in Europa, qualcuno prese invece a chiamarlo “l’argentino”. Nel 1907 e nel 1908 aveva vinto il Tour: era considerato il favorito per quel Giro. Altri francesi avrebbero dovuto partecipare con la squadra Alcyon, ma sembra che quelli del Tour fecero pressioni per non farli andare al Giro.

– Romolo Buni era nato nel 1871 ed era stato fortissimo e famoso quando il ciclismo su strada non si era ancora affiancato a quello su pista. Si era praticamente ritirato da cinque anni e le gare di resistenza su strada non erano il suo forte, ma era ancora famoso e Cougnet lo convinse a partire perché al Giro faceva comodo la sua presenza.

– Giovanni Cuniolo aveva 26 anni, era stato un podista ma era passato al ciclismo, che fruttava di più. Portava i baffi alla francese, cioè all’insù, e secondo i canoni di oggi sarebbe un velocista, uno da volata e non da salita. Era soprannominato “manina” perché – si diceva – qualche volata l’aveva vinta spingendo i rivali.

– Luigi Ganna aveva 25 anni ed era il nono figlio di due contadini. Abitava a Induno, in provincia di Varese, e ogni giorno andava a Milano in bici per fare il muratore. Cougnet lo definì «quadrato e dolce negli occhi, in una superba sicurezza di sé». Era arrivato quinto al Tour del 1908 e nel 1909 aveva vinto la Milano-Sanremo.

– Eberardo Pavesi aveva 27 anni ed era soprannominato “l’avvocato”. Non lo era, ma sapeva parlare bene ed era una specie di sindacalista dei corridori: se la prendeva infatti spesso con quei «bravi disegnatori che a tavolino segnano le fatiche di noi ciclisti». Nel 1905 aveva vinto la Roma-Napoli-Roma, della quale si disse che le indicazioni sul percorso erano state qualcosa di simile a “andate a Napoli e poi tornate indietro”. Qualche anno dopo avrebbe detto: «Le corse erano una specie di avventura e noi le affrontavamo con la più grande disinvoltura, da bohémiens». Gianni Brera ha raccontato la sua storia in 

– Giovanni Gerbi aveva 25 anni ed era soprannominato il diavolo rosso: perché correva sempre con una maglietta rossa e perché non era uno con il quale avreste voluto trovarvi a competere. Pare non si facesse scrupoli per vincere: sembra per esempio che usasse amici travestiti da carabinieri per indicare la strada sbagliata agli avversari, per esempio. Era comunque – o forse proprio per questo – molto forte e amato dal pubblico. Nel 1903 aveva vinto la Milano-Torino mettendoci così poco che al suo arrivo non avevano ancora montato lo striscione al traguardo.

– Giovanni Rossignoli aveva 28 anni ed era efficace, anche se non particolarmente leggiadro. Cougnet scrisse di lui: «Ha negli occhi vigorosi e penetranti un focolare di energie indistinguibili» e definì la sua pedalata «senza grazia né ritmo».

– Di Carlo Galetti, 28enne, si diceva fosse un succhiaruote. Non era cioè uno che faceva grandi fughe: stava a ruota degli altri e nel caso scattava all’ultimo. Non era insomma uno che scaldava i cuori delle folle. Qualche anno dopo avrebbe detto: «Impressionava di più il fegato di Gerbi, i guizzi finali di Cuniolo e l’azione di Ganna. Ma io ero un corridore accorto e riflessivo, non buttavo mai le energie allo sbaraglio, studiavo il valore dei miei avversari» e «spesso riuscivo a volgere a mio profitto le questioni di rivalità tra gli avversari. Avrebbero fatto bene a definirmi il corridore più tenace dell’epoca».

Petit-Breton, Buni, Cuniolo, Ganna, Pavesi, Gerbi, Rossignoli e Galetti correvano tutti con quelle bici da 15 chili, con cerchioni in ferro, con al manubrio due borracce – una d’acqua e una di vino – e gli attrezzi per riparare la bicicletta e attorno al torace i tubolari di scorta. Avevano un rapporto fisso: lo stesso in salita, discesa e pianura, e dovevano pedalare sempre con quello. I corridori passarono la sera nell’Albergo Loreto, uscirono dopo la mezzanotte e partirono poco prima delle tre. La Gazzetta scrisse:

Sono le 2.53. I piedi premono, i garretti scattano, il piccolo esercito di ciclisti si stacca. La folla scoppia in un lungo ululato di ammirazione, di entusiasmo, di augurio, di gioia. Un lampo, una luce bianchissima, abbagliante, che tutto avvolge e illumina come di pieno meriggio. La schiera ciclistica sembra per un istante lunghissima, infinita, enorme; la folla stacca nel buio che la circonda in tutta la sua urlante compattezza variopinta. La luce scompare, lasciando abbacinati: il cinematografo ha colto l’appetitosa visione: il Primo Giro ciclistico d’Italia è in moto!

La prima tappa del primo Giro era lunga 397 chilometri, partenza da Milano e arrivo a Bologna. Dopo pochi chilometri, dopo aver percorso viale Monza, per andare verso Bergamo, molti caddero. Forse perché erano in troppi a voler stare in testa; forse perché era buio e le strade erano quel che erano. Tra loro c’era Gerbi, la cui bicicletta si ruppe. Dovette perdere qualche ora per tornare alla Bianchi e farsela riparare. Nel frattempo era andato in fuga Petit-Breton, ma verso Peschiera del Garda cadde anche lui, si lussò una spalla e riprese a pedalare molto dopo e con molta meno efficacia. Cadde anche Pavesi, che dovette passare da un ospedale per farsi medicare, ma poi riprese la gara. L’arrivo fu in serata, all’ippodromo Zappoli di Bologna. Molti si aspettavano una vittoria di Cuniolo in volata, ma vinse uno molto meno noto: Dario Beni, un romano di 22 anni, che correva da isolato. Era di certo in forma perché per partecipare al Giro era andato da Roma a Milano in bici. Ci mise 14 ore e 6 minuti. Galetti arrivò terzo, Ganna quarto. Una quindicina di corridori si ritirarono durante la tappa. Prima di partire avevano dato agli organizzatori una borsa con un cambio di vestiti e qualcosa da mangiare: quelli che avevano finito la tappa lo presero e andarono a riposarsi. Qualcuno telegrafò a Milano i risultati, così che la Gazzetta potesse pubblicarli.

Nel 1963 Beni disse in un’intervista che al rifornimento di Padova era andato al «banco dove c’erano quelli della Bianchi», perché lui non correva per la Bianchi ma comunque con una bicicletta Bianchi: «Invece che darmi da mangiare mi diedero due schiaffi». Spiegò poi che Galetti gli offrì mezzo pollo e un altro mezzo glielo offrì Clemente Canepari. «Mangiando mi mancava da bere: da Padova a Ferrara c’è un canale, scesi nel canale, riempii le mie bottiglie e feci una bella bevuta». Poi disse: «Dopo l’arrivo siccome avevo la maglia grigia come l’aveva Luigi Ganna, tutti mi dissero bravo Ganna, bravo Ganna». Lui spiegò che no, non era Ganna. Arrivò però Tommaselli, quello della Bianchi, che lo portò a Bologna, con cena e pernottamento offerto dalla Bianchi.

Nel pomeriggio del 16 maggio iniziò la Bologna-Chieti, 379 chilometri. Petit-Breton non recuperò dalla caduta della prima tappa e si ritirò, ma disse (o almeno così trascrisse le sue parole un giornalista): «Io non posso lasciare in Italia l’impressione di essere arrivato 27esimo in una corsa. La prima gara su strada che si correrà nel vostro paese, mi vedrà in linea per la riabilitazione». Durante la tappa si ritirò anche Pavesi. Gerbi invece restò con i primi e sull’ultima salita della tappa cadde ancora e alla fine arrivò nono. La tappa la vinse Cuniolo, davanti a Ganna, con una media di 28 chilometri all’ora. Buni, quello chiamato per far fare bella figura agli organizzatori, si era nel frattempo ritirato.

Il 18 maggio si corse la Chieti-Napoli: una tappa breve, solo 243 chilometri. Ma tra Chieti e Napoli c’erano le salite degli Appennini: per esempio quella fino ai 1.200 metri di Roccaraso e oltre i mille metri di Rionero Sannitico, in Molise. Partirono in 98 e arrivarono in 73. Qualcuno provò pure a tagliare un pezzo di tappa prendendo un treno ma fu scoperto: pare che i giudici che stavano andando a Napoli in treno videro per caso alcuni corridori sul treno, e prima di ogni tappa i giudici facevano le foto ai partenti per confrontare le facce con quelle di quelli all’arrivo, così che nessuno barasse. Si accorsero che quelli erano ciclisti iscritti al Giro d’Italia e li squalificarono. Un giornalista della Gazzetta scrisse invece di altri corridori: «Gajoni ci chiama disperatamente ma non possiamo essergli pietosi. Ceccarelli si sente male e vuole prendere la ferrovia, ma il poveraccio non ha soldi; gli do venti lire. Alla sommità della salita troviamo l’amico Banfi: domanda sorridendo con che treno si parte per Napoli, poi dice di voler ritornare a Chieti, perché la tappa è troppo dura». Ganna forò quattro volte e in fuga in quella difficile tappa c’era Galetti, smentendo la fama di succhiaruote. Pare però che i troppi e troppo esagitati tifosi finirono per rallentarlo, e fu raggiunto e superato da Rossignoli. Gerbi arrivò quinto. A Napoli il primo in classifica generale era Galetti, con 13 punti; a 14 c’era il francese Louis Trousselier, vincitore del Tour del 1905, e terzo era Ganna, con 16 punti.

La Napoli-Roma partì il 20 maggio: Gerbi attaccò quasi subito e con lui rimasero meno di dieci corridori, tra cui Ganna e Rossignoli. Trousselier forò, cadde, si stacco e iniziò a uscire di classifica. Di lui Costamagna scrisse: «Quest’uomo ha provato nelle ultime due tappe tutte le disgrazie che un corridore d’animo cattivo possa augurare a un avversario odiato. Eppure, non si sente vinto». Gerbi si staccò nel finale e di lui Costamagna scrisse: «Tutti lo aspettano al traguardo, tutti lo vorrebbero primo ma non gli riesce di ritrovare le sue forze d’altri tempi. In quell’uomo energico si combatte una battaglia terribile: i suoi trionfi del passato, e la magnifica forma presente dei concorrenti vecchi e nuovi». Vinse Ganna: davanti all’isolato Carlo Oriani e a Rossignoli.

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La Roma-Firenze si corse il 23 maggio: vinse Ganna davanti a Galetti, e proprio quel giorno La Domenica del Corriere uscì con molte illustrazioni su quel Giro, realizzate da Achille Beltrame.

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Nella tappa da Firenze a Genova Gerbi si ritirò, dopo essere arrivato tra gli ultimi: «Ultima appare la maglia rossa tanto celebrata; essa è in uno stato pietoso: la pedalata è pesante, sembra il trotterello di un cavallo malandato; gli occhi dell’astigiano sono pieni di pianto: non potrà continuare, eppure passa come un soldato della vecchia guardia». Vinse Rossignoli, davanti a Galetti e Ganna. Nuova classifica generale: Ganna 21, Galetti 22, Rossignoli 23.

La penultima tappa, la Genova-Torino, finì un po’ prima del previsto perché nelle tappe precedenti il pubblico all’arrivo era troppo e c’erano stati vari problemi. Il pubblico pensava che l’arrivo fosse in un certo punto, ma i ciclisti sapevano che era qualche chilometro prima. Arrivarono in poco più di cinquanta e vinse Ganna davanti a Rossignoli e Galetti, i primi tre che potevano ancora puntare alla vittoria finale.

L’ottava e ultima tappa la vinse di nuovo Beni. La prima parte di tappa Ganna, Galetti e Rossignoli la passarono a studiarsi. Ganna forò, recuperò e forò di nuovo. Rischiava di perdere ma Galetti e Rossignoli si dovettero fermare tra Busto Arsizio e Rho perché c’era giù un passaggio a livello e gli vietarono di passare. Ganna riuscì così a rientrare. Prima dell’arrivo uno degli oltre 200 cavalli su cui stavano altrettanti lancieri s’imbizzarrì e fece cadere Rossignoli, che arrivò settimo.

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Si scrisse che all’arrivo al Parco Trotter di Milano c’erano almeno 60mila persone. Galetti arrivò secondo. Ganna terzo: vinse il Giro. Il migliore degli isolati fu Carlo Oriani, quinto in classifica. Quello che avrebbe vinto il Giro se la classifica fosse stata a tempo era Rossignoli: per fare il primo Giro d’Italia ci mise 89 ore e 19 minuti; 25 minuti meno di Galetti e 50 meno di Ganna. All’arrivo ci fu un gran trambusto, un po’ per il pubblico un po’ per le proteste di alcuni sconfitti. Un giornalista chiese a Ganna il classico commento a caldo dopo la vittoria. Lui rispose: «Me brusa tanto el cu».

Poi si corsero altri cinque Giri d’Italia prima che iniziasse la Guerra mondiale. Nel 1910 e nel 1911 vinse Galetti; il primo anno davanti a Pavesi e Ganna; il secondo davanti a Rossignoli e Gerbi. Nel 1912 il Giro si corse a squadre e vinse l’Atala. Nei due anni successivi vinsero Oriani – che nel frattempo aveva smesso di essere un isolato – e Alfonso Calzolari. Nel 1913 debuttò Costante Girardengo – quello della canzone di De Gregori – e nel 1914 la classifica divenne a tempo. Quel giro finì il 7 giugno; il 28 il duca Francesco Ferdinando d’Asburgo fu assassinato a Sarajevo.

Oriani finì a combattere a Caporetto e morì nel 1917; morì in guerra anche Petit-Breton. Galetti si mise a fare biciclette e lo stesso fecero anche Ganna e Rossignoli, che continuò a correre fino alla fine degli anni Venti. Gerbi fino agli anni Trenta, ritirandosi a 48 anni. Dagli anni Venti agli anni Sessanta Pavesi fece il direttore sportivo della Legnano: la squadra per cui corsero Girardengo, Alfredo Binda, Gino Bartali. A fine anni Trenta Pavesi chiese a un promettente giovane di fare da gregario a Bartali: era Fausto Coppi e nel 1940 vinse il Giro d’Italia.

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