Renzi Lillo
  • Italia
  • mercoledì 17 maggio 2017

La questione tra Marco Lillo e Matteo Renzi

Sui giornali di oggi si riparla di una piccola storia di notizie false, accordi di riservatezza, risarcimenti e scambi di persona

Renzi Lillo
(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Ieri Matteo Renzi ha accusato il giornalista del Fatto Quotidiano Marco Lillo di aver utilizzato in passato una clausola di riservatezza per non rivelare alcune informazioni relative a una causa per diffamazione intentatagli da Matteo Renzi, e risoltasi con un risarcimento extra-giudiziario a favore di Renzi. Lillo è l’autore dell’articolo pubblicato ieri sul Fatto Quotidiano in cui viene riferito il contenuto di un’intercettazione tra lo stesso Renzi e suo padre Tiziano. Su Facebook, Renzi ha scritto:

Marco Lillo mi conosce visto che già in un caso ha preteso di mettere una clausola di riservatezza così da non dire fuori se e quanto ha dovuto pagare: fanno sempre così i teorici della trasparenza, altrui.

Renzi però si è sbagliato, scrivono oggi sia Lillo che il vicedirettore di Repubblica Gianluca Di Feo, all’epoca della querela entrambi giornalisti dell’Espresso. I due giornalisti hanno scritto oggi sui loro quotidiani che fu Di Feo a scrivere una cosa falsa su Renzi in un articolo che era stato firmato sia da Di Feo che da Lillo: quindi fu lui, d’accordo con l’allora direzione dell’Espresso, ad accordarsi con Renzi e i suoi legali per pagare un risarcimento, aggiungendo all’accordo una clausola di riservatezza. Come ha scritto oggi su Repubblica Di Feo:

Le parole pronunciate ieri da Matteo Renzi non sono corrette: sono io l’autore dell’errore in quell’articolo de “l’Espresso” firmato assieme a Marco Lillo nel dicembre 2008. Ho scritto che l’allora candidato sindaco di Firenze era indagato: una circostanza falsa, frutto di una notizia non verificata. Renzi presentò querela e la ritirò nel dicembre 2011, dopo un accordo con un risarcimento economico.

La storia risale al 2008 e nel suo articolo Lillo la racconta così:

L’Espresso, il 23 dicembre 2008, aveva pubblicato un’inchiesta – sui casi giudiziari del Pd in Italia – a doppia firma: la mia e quella del mio caporedattore [Gianluca Di Feo]. Fu proprio quest’ultimo a chiedermi di occuparmi del partito nelle Regioni del Sud: ne scrissi senza errori e senza problemi legali. Il caporedattore, invece, si occupò del Centro-Nord: trovò una notizia su Renzi, la scrisse e la editò in pagina. Renzi sporse querela. Il collega, molto bravo e solitamente scrupoloso, ammise il proprio errore e mi disse: “Tu non c’entri Marco, riguarda me e me ne occupo io”.

La querela di Renzi era motivata: la notizia trovata da Di Feo era falsa. Lillo però dice di non avere avuto alcuna responsabilità nella pubblicazione e quindi non fu coinvolto nella gestione del caso. Lillo racconta che quattro anni dopo venne contattato dai carabinieri, che gli chiesero di firmare un documento in cui Renzi annunciava la remissione della sua querela per diffamazione. Nel frattempo– a sua insaputa, dice Lillo – Di Feo, l’Espresso e Renzi si erano accordati per un risarcimento, che Lillo scrive essere di 22.500 euro. Nell’accordo era prevista anche una clausola di riservatezza in cui le parti si impegnavano a non divulgare dettagli dell’accordo.

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