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  • mercoledì 17 maggio 2017

Le cose che fa Hamdan al-Zeqri, fiorentino

di Marina Petrillo

Soprattutto insegna ai ragazzi musulmani l'Islam e molte altre cose: poi lavora in un'azienda, studia, va in carcere, e sta attento

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Hamdan al-Zeqri

«I miei allievi mi dicono “perché mi fissano se porto il velo e se vedono qualcuno con le mutande che spuntano dai jeans non ci badano?”». Hamdan al-Zeqri, giovane yemenita, ha scelto di diventare un eterno studioso e di mettersi a disposizione della mediazione interculturale nella sua città, Firenze. Ha appena ottenuto la cittadinanza, all’inizio di marzo, dopo tredici anni in Italia, ha un bell’accento fiorentino innestato sulla cadenza araba.

Al telefono dalla macchina, dove sembra passare molto del suo tempo correndo da un impegno all’altro, racconta che la mattina si sveglia a Vicchio, nella comune cattolica del Mulino, ispirata al lavoro di Don Milani. Ci vive da più di dieci anni: «lì siamo una famiglia, e io sono l’unico musulmano. Condividiamo compiti e responsabilità». Poi si prepara e va a fare “il lavoro che dà il pane”, cioè quello di impiegato in un’azienda del settore aerospaziale, dove si occupa di aspetti commerciali e qualità. Ci sono giorni in cui è impegnato all’università, dove insegna arabo ed è studente di teologia, e nel resto della giornata si dedica alla sua attività di traduttore ufficiale in ospedale e al tribunale, specializzato in interpretariato medico e giuridico fra arabo e italiano. Fra tutte queste cose, riesce anche a coltivare i suoi studi religiosi, e dall’inizio del 2017 è ministro del culto nel carcere fiorentino di Sollicciano. Da anni si occupa anche di giovani fra i 14 e i 25 anni, quasi tutti nati in Italia, ai quali insegna arabo e che il sabato accompagna negli studi alla scuola coranica. «In gran parte», racconta, «si tratta di facilitare ai ragazzi la padronanza della lingua madre, a volte di recuperarla. La maggior parte degli allievi sono femmine, perché sono più costanti nell’impegno, più perseveranti». Hamdan al-Zeqri rafforza anche i loro fondamenti di italiano per aiutarli a muoversi agevolmente fra le due lingue. Arrivò ragazzo in Italia grazie alla cooperazione internazionale per curarsi da una grave malattia alle ossa che gli ha procurato una disabilità, lasciando i genitori in Yemen. Adesso al-Zeqri è per i suoi allievi un modello di vita possibile a cavallo fra le culture: «poi a volte è anche meglio non essere sempre visto come un esempio, altrimenti non hai più una vita tua!».

Data l’età, gli allievi lo mettono di fronte a domande sull’identità a cui non sempre sa dare una risposta definitiva: «a volte senti di essere così italiano da tradire la cultura di provenienza, e allo stesso tempo se ti chiedono cosa vuol dire adesso essere italiano, non sei sicuro della risposta, e chi lo è? La cosa migliore è quando riesci a vivere entrambe le dimensioni, e non bisogna rinunciarci, è una ricchezza. Io non sono un imam, e non finirò mai di studiare, perché l’Islam è vastissimo, è un mondo di pensiero, e io studio anche il cristianesimo e l’ebraismo. Ma con le cose che so, tento di accompagnarli a trovare delle risposte. È una grande responsabilità». Uno dei limiti di prospettiva, per al-Zeqri, è che figure come la sua si creano autonomamente, senza ambiti ufficiali a cui appoggiarsi, e facendosi carico personalmente di tutte le spese. «Puoi solo darti da fare a livello individuale, sulla spinta del tuo senso religioso, di fare la tua parte, ma io ci credo e amo quello che faccio». Gli allievi, invece, sentono prima di tutto la carenza di strutture, cioè di spazi fisici riconosciuti, come le moschee, in cui studiare, pregare e anche invitare gli amici. «Mi dicono, “viene qualcuno a trovarci, e cosa gli dico? Che studiamo in un garage?”»

I ragazzi vengono da situazioni socio-economiche molto varie, e Hamdan al-Zeqri concorda che più che le differenze linguistiche e religiose, a definire profondamente il livello di integrazione sono proprio i tanti rischi di segregazione economica e sociale. C’è anche qualcuno che si sente più mortificato perché al contrario degli altri non ha mai visitato il paese d’origine della famiglia. L’esperienza di integrazione della Francia, tanto più lunga e profonda di quella italiana, al-Zeqri la ritiene «purtroppo fallita» proprio a causa delle divisioni di classe e dell’emarginazione sociale che spinge i giovani a rivoltarsi anche contro le famiglie di provenienza accusate di non aver offerto loro le stesse opportunità degli altri. «La Francia ha però una storia completamente diversa. Un modello non esiste ancora, e l’Italia se lo sta costruendo adesso, nella speranza di non cadere negli errori degli altri. In un certo senso, l’arte di arrangiarsi qui sdrammatizza e aiuta».

Per al-Zeqri, la fede religiosa può indicare uno stile di vita etico, dare forza e speranza, e aiutare ad affrontare gli ostacoli e le sofferenze. Per lui è anche la guida a un comportamento sociale generoso e responsabile, che ai giovani è molto utile. Non è difficile intuire in questa visione una malinconia sul ruolo della fede nella società italiana: «al contrario che nella maggior parte della società italiana di oggi, per noi certi valori non sono un optional». Al-Zeqri guida i ragazzi alla scoperta della storia e delle opere d’arte, della politica, della sociologia. Le loro domande riguardano spesso la percezione in Europa del Medio Oriente e dell’Islam. «Chiedono perché il Medio Oriente sia così tormentato, e perché i musulmani vengano rappresentati così. E a volte è difficile tenere insieme queste domande con il fatto che sono italiani e tipicamente toscani, a cominciare dalle rivalità di bandiera nello sport e negli eventi culturali. Sono pur sempre ragazzi fiorentini, pratesi, aretini, pisani».

A volte gli allievi chiedono a Hamdan al-Zeqri di discutere di una rappresentazione dei musulmani che hanno visto in televisione. «Per fortuna lo fanno. Se non ne parlassero apertamente, sarebbe pericolosissimo, perché i loro sentimenti si trasformerebbero in rabbia». Gli chiedo se è mai stato preoccupato per qualcuno dei suoi allievi, che magari una fragilità sociale metteva a rischio di manipolazione e di radicalizzazione: «io sono eternamente preoccupato, in ogni momento», dice senza esitazione. «Faccio capo all’imam di Firenze» – che è Izzedin Elzir, molto attivo perché anche presidente dell’Ucoii, l’Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche d’Italia – «e teniamo sempre gli occhi apertissimi. Però, se ci penso bene, forse anche le mie stesse paure sono condizionate dalla propaganda televisiva, perché a dir la verità, fino a adesso non ho mai intravisto in uno dei miei allievi la minima traccia di questo pericolo».

A volte, Hamdan al-Zeqri si sente diverso dai suoi allievi: «io vengo da un paese mediorientale, dove l’adolescenza è già molto responsabile. In fondo, a 17 anni ero già da solo in India, ad aspettare uno zio per andare a curarmi. La diversità che ho incontrato mi ha aiutato moltissimo, ha segnato la mia vita. Non rinuncio alle mie radici, ma non posso rinnegare i valori che ho trovato in Italia. I miei allievi affrontano lo shock culturale di essere diversi e di essere inseriti in un sistema normativo che non li riconosce pienamente; è uno shock che si scopre soltanto dopo la scuola dell’obbligo, e che fino a vent’anni li costringe a mettere in discussione e magari distruggere cose che in realtà fanno parte di loro. È uno shock culturale, non religioso, e si può fare molto per accompagnarli. L’Italia sta già facendo molto, e si può fare ancora meglio».

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