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  • mercoledì 17 maggio 2017

L’inchiesta CONSIP è diventata un’altra cosa

Giorno dopo giorno l'indagine sul padre di Renzi si sta trasformando in un processo su come si fanno le inchieste e come se ne occupano i giornali

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(ANSA / CIRO FUSCO)

Il giorno dopo la pubblicazione sul Fatto di un’intercettazione tra Matteo Renzi e suo padre, avvenuta durante una delle fasi più delicate dell’inchiesta CONSIP, due fatti sono diventati chiari. Il primo: l’intercettazione, secondo i magistrati, non era rilevante per l’inchiesta e per questa ragione non è stata inserita negli atti pubblici ed è rimasta secretata. La seconda: tra chi ha svolto l’inchiesta c’è qualcuno che nel corso degli ultimi mesi ha sistematicamente passato documenti segreti agli indagati e alla stampa. La fuga di notizie è un tema che ritorna spesso in occasione delle indagini che coinvolgono politici, ma nelle ultime settimane sta diventando più importante dell’indagine stessa. Come ha scritto ieri Luciano Capone sul Foglio: «Il caso CONSIP si sta trasformando in un processo all’inchiesta e a certi metodi d’indagine».

Sulla fuga di notizie che ha portato alla pubblicazione dell’articolo del Fatto, la procura di Roma ha aperto un’indagine per violazione del segreto istruttorio e per pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale. L’intercettazione pubblicata dal Fatto è stata realizzata lo scorso 2 marzo ed era stata giudicata dai magistrati non rilevante per il processo, quindi il suo riassunto non è finito in nessuno dei fascicoli pubblici a disposizione degli indagati: gli unici ad averla a loro disposizione erano i magistrati titolari dell’inchiesta, gli ufficiali dei carabinieri e l’eventuale altro personale che ha lavorato all’intercettazione.

Difficilmente l’indagine della procura di Roma riuscirà a trovare un colpevole. Ieri, nel corso della trasmissione televisiva Otto e mezzo, il magistrato e scrittore Gianrico Carofiglio ha detto di non ricordare «un singolo caso» in cui simili indagini abbiano portato a un qualche risultato. Ugualmente però in molti si stanno interessando ai retroscena dell’inchiesta, che iniziano a occupare più spazio delle notizie sull’inchiesta stessa. Ieri sera, per esempio, il direttore del Fatto Marco Travaglio e il presidente della società editoriale Antonio Padellaro sono stati incalzati nei programmi in cui erano ospiti su chi avesse passato i documenti riservati al loro giornale; oggi tutti i principali giornalisti di cronaca giudiziaria hanno scritto delle numerose fughe di notizie dell’inchiesta CONSIP.

L’inchiesta CONSIP è a sua volta un’indagine su una fuga di notizie. Secondo i magistrati, infatti, mentre alla fine dell’anno scorso erano in corso le indagini su un caso di corruzione all’interno della CONSIP, la società che si occupa degli acquisti della pubblica amministrazione, qualcuno avrebbe fatto arrivare ad alcuni indagati la notizia dell’indagine. In particolare l’amministratore di CONSIP, Luigi Marroni, sostiene – e ha raccontato ai magistrati – che il ministro dello Sport Luca Lotti, alcuni alti ufficiali dei carabinieri e un altro dirigente di CONSIP lo avvertirono in diverse occasioni che nel suo ufficio c’erano delle microspie. Per questo motivo Marroni avrebbe fatto “bonificare” la stanza , rinvenendo alcune microspie.

Altre fughe di notizie sono invece arrivate alla stampa. La prima risale all’anno scorso, quando l’inchiesta CONSIP divenne pubblica. Tra il 21 e il 23 dicembre il giornalista del Fatto Marco Lillo – lo stesso che ha firmato l’articolo sulle intercettazioni tra Matteo Renzi e suo padre – pubblicò una serie di articoli in cui rivelava per la prima volta l’esistenza del caso CONSIP e in cui accennava al coinvolgimento di Tiziano Renzi (che all’epoca non era ancora indagato). Scrisse anche che il ministro dello Sport Luca Lotti era indagato insieme ai dirigenti di CONSIP e agli alti ufficiali dei carabinieri accusati di aver rivelato a Marroni di essere indagato. Lillo, in sostanza, pubblicò diversi dettagli dell’inchiesta che non erano ancora pubblici e poi pubblicò la notizia dell’indagine su Lotti prima ancora che venisse comunicata allo stesso Lotti.

All’epoca dell’articolo di Lillo, l’indagine era ancora condotta dai magistrati della procura di Napoli Henry John Woodcock e Celeste Carrano. Per coincidenza, proprio il giorno prima della pubblicazione dell’articolo – il 22 dicembre – Woodcock e Carrano erano stati costretti a trasmettere i fascicoli dell’indagine alla procura di Roma, che avrebbe dovuto subentrare su alcuni filoni di inchiesta per competenza territoriale. Oggi la procura di Roma è titolare della parte che riguarda Tiziano Renzi e i manager di CONSIP, mentre a Napoli è rimasto il filone che riguarda l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo. Nonostante questo, Woodcock ha continuato fino allo scorso marzo a intercettare Tiziano Renzi.

Un’altra fuga di notizie avvenne tra febbraio e marzo, quando alcuni giornali pubblicarono alcuni dettagli contenuti in un’ordinanza dei carabinieri realizzata il 9 gennaio che faceva parte degli atti riassuntivi dell’inchiesta inviati da Napoli a Roma. Anche questa ordinanza era segreta e non destinata alla pubblicazione. La procura di Roma decise a quel punto di compiere un atto che diversi esperti di cronaca giudiziaria hanno definito “senza precedenti”: il 5 marzo tolse le indagini ai carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico (NOE), che le avevano seguite fino a quel momento. La decisione, scrisse la procura, era stata presa a causa di «ripetute rivelazione di notizie coperte da segreto sia prima che dopo la trasmissione degli atti a questo Ufficio, sia verso gli indagati o comunque verso persone coinvolte a vario titolo, sia nei confronti degli organi di informazione».

I carabinieri del NOE e in particolare il loro capitano Gianpaolo Scafarto erano stati coinvolti nell’inchiesta dal magistrato napoletano Woodcock, che con Scafarto aveva sviluppato un particolare rapporto di fiducia. Scafarto oggi è indagato dalla procura di Roma con l’accusa di falso aggravato per aver trascritto in maniera erronea un’intercettazione, inserendo una frase che rischiava di compromettere Tiziano Renzi. Il documento che conteneva la trascrizione errata di Scafarto, risulta al Post, è la stessa ordinanza riassuntiva dell’inchiesta scritta il 9 gennaio e spedita da Napoli a Roma quando l’inchiesta venne trasferita per competenza territoriale. Nello stesso documento Scafarto ipotizzava che l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi avesse utilizzato i servizi segreti per depistare le indagini. Non scrisse, però, che l’episodio che aveva fatto nascere il sospetto si era rivelato falso già al momento di compilare l’ordinanza, eppure venne incluso comunque. Interrogato dai magistrati di Roma lo scorso 10 maggio, Scafarto ha spiegato che la trascrizione sbagliata fu un suo errore e che fu Woodcock a suggerirgli di includere nella sua ordinanza un capitolo sul coinvolgimento dei servizi segreti.

Lo stesso Woodcok, al momento, è oggetto di un procedimento disciplinare interno della magistratura per aver parlato con una giornalista della situazione del capitano Scafarto dopo l’apertura dell’indagine della procura di Roma. Woodcock aveva confidato alcune riflessioni alla giornalista di Repubblica Liana Milella. Poco prima, il procuratore reggente di Napoli aveva chiesto a tutti i magistrati della procura di non parlare con i giornalisti, vista la delicatezza della situazione. Milella ha scritto in un articolo che Woodcock le parlò, ma solo a condizione che non scrivesse quello che le aveva rivelato. Nonostante la richiesta, Milella scrive che decise ugualmente di pubblicare le confidenze del magistrato.

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