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  • martedì 16 maggio 2017

9 ragioni per cui l’ultimo guaio di Trump è particolarmente grosso

di Francesco Costa – @francescocosta

Non è una "gaffe": la rivelazione di quella precisa informazione riservata può avere conseguenze profonde, non solo sugli Stati Uniti

Donald Trump con Sergei Lavrov e Sergei Kislak il 10 maggio nello Studio Ovale. (fonte: ministero degli Esteri della Russia)

Basta scorrere le homepage dei principali giornali statunitensi per notare lo spazio e l’importanza dedicati alla notizia pubblicata stanotte dal Washington Post, e rapidamente ripresa da tutti: la rivelazione da parte del presidente Donald Trump di informazioni riservate molto delicate durante un inusuale incontro della settimana scorsa nello Studio Ovale con il ministro degli Esteri della Russia, Sergei Lavrov, e l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Sergei Kislak. È una notizia importante, ma per comprenderne appieno l’impatto e le potenziali conseguenze bisogna avere qualche conoscenza del modo in cui funziona l’attività di intelligence di un paese importante come gli Stati Uniti d’America.

Secondo il Washington Post, Trump ha raccontato a Lavrov e Kislak che gli Stati Uniti sono stati allertati da un paese alleato che in una precisa città della Siria lo Stato Islamico sta preparando un attentato utilizzando bombe che si possono nascondere dentro un computer portatile da trasportare su un aereo civile (è venuto fuori poi che quel paese è Israele, e la fonte fosse una spia di Israele dentro lo Stato Islamico). Che questa fosse un’ipotesi concreta era noto, ma Trump ha rivelato quale fosse esattamente questa città siriana e chi fosse il paese alleato che ha fornito l’informazione, cioè cose «così delicate e segrete», scrive il Washington Post, «i cui dettagli erano stati nascosti anche ai paesi alleati degli Stati Uniti e a moltissime persone dentro il governo americano». La fondatezza di quanto ha scritto il Washington Post è rafforzata dalle conferme trovate da altre testate nelle agenzie di intelligence statunitensi e nel fatto che lo stesso Washington Post dice di avere altre informazioni su quanto detto da Trump, ma di aver deciso di non pubblicarle su preghiera della Casa Bianca e delle agenzie di intelligence, per non peggiorare la situazione. Lo stesso comunicato di risposta della Casa Bianca è scritto con un linguaggio molto accurato, che di fatto non smentisce che Trump abbia diffuso informazioni riservate.

Ma perché è così grave?

1. Per quanto Trump abbia detto di voler costruire con il presidente russo Vladimir Putin rapporti amichevoli e pacifici, gli Stati Uniti e la Russia sono e rimangono due superpotenze rivali, schierate su fronti diversi o opposti su quasi tutti gli scenari geopolitici internazionali. Uno di questi è proprio la Siria: la Russia e l’Iran sono i più grandi sostenitori – militari, oltre che politici – del regime di Assad, mentre gli Stati Uniti vorrebbero la sua rimozione del potere (proprio Trump ha ordinato qualche settimana fa il primo bombardamento statunitense contro la base di Assad). È più che plausibile che le informazioni che Trump ha dato alla Russia possano arrivare o siano già arrivate almeno all’Iran e alla Siria, altre due potenze rivali degli Stati Uniti.

2. Rivelare un’informazione riservata è grave, ma rivelare come quell’informazione riservata è stata ottenuta ha conseguenze molto più profonde e durature. Le cose più importanti per l’attività di intelligence sono le fonti e il metodo: cioè come si reperiscono le informazioni. Le cose che ha detto Trump alla Russia possono far saltare una fonte, per esempio, mettendo in pericolo la sua vita e quella di altre persone, e impedendo che fornisca altre importanti informazioni in futuro; e in questo caso l’informazione riguardava la progettazione di un attentato terroristico teoricamente ancora in corso.

3. L’informazione in questione non era stata reperita direttamente dagli Stati Uniti, ma era stata condivisa con gli Stati Uniti da un paese alleato, cioè Israele. Ora la Russia lo sa – e non solo la Russia: diciamo anche tutto il mondo – quindi è possibile che siano saltate anche le fonti e i metodi dell’intelligence di un altro paese.

4. La condivisione delle informazioni tra paesi diversi è considerata dagli esperti la cosa più importante in assoluto nella prevenzione degli attentati terroristici, vista la natura sovranazionale di organizzazioni come al Qaida e lo Stato Islamico. L’informazione diffusa da Trump era considerata così sensibile dall’intelligence statunitense che non era stata condivisa nemmeno con altri paesi alleati degli Stati Uniti, e anche dentro la CIA e l’NSA era a conoscenza di un gruppo ristretto di persone. Rivelando queste informazioni alla Russia, il presidente Trump ha compromesso il rapporto di fiducia con l’intelligence di Israele, che plausibilmente in futuro sarà come minimo molto più cauto prima di condividere le sue informazioni e le sue fonti con gli Stati Uniti, sempre che non smetta del tutto: e come abbiamo visto sono informazioni e fonti che servono anche a prevenire attentati terroristici.

5. È più che plausibile che in queste ore le agenzie di intelligence e i servizi segreti di tutti i paesi alleati degli Stati Uniti stiano facendo le stesse valutazioni: poi ognuno deciderà come comportarsi, e sicuramente gli Stati Uniti si staranno dando da fare per rassicurarli, ma il contesto in cui è avvenuto il guaio indebolisce i loro argomenti (vedi il punto 7).

6. Com’è ovvio, gli Stati Uniti e i loro alleati – soprattutto Regno Unito, Australia, Canada e Nuova Zelanda – cercano da anni fonti che li informino sulle attività e i progetti dello Stato Islamico. Questa attività si basa soprattutto sul costruire buoni rapporti e trovare buone fonti con i paesi del Medioriente, per ragioni di prossimità umana e geografica: soprattutto Giordania, Arabia Saudita, Israele e Turchia, più i curdi iracheni. Israele ora può essere esposto alle ritorsioni della Russia e rischiare guai politici ed economici con altri paesi della regione. Come nota Martin Chulov sul Guardian, la decisione di vietare i laptop nei bagagli a mano sugli aerei in partenza da alcuni aeroporti ha creato un grosso problema economico alle compagnie di bandiera di paesi come gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, che ora potrebbero “vendicarsi” contro il paese che ha fornito agli Stati Uniti l’informazione da cui è scaturito il divieto.

7. Esiste una remota possibilità che Trump abbia deciso volontariamente di rivelare quelle informazioni alla Russia, magari per ottenere qualcosa in cambio, ma quello che è successo dopo – i capi di CIA e NSA sono stati colti di sorpresa e immediatamente allertati, al Washington Post è stato chiesto di non pubblicare dettagli – lascia pensare invece che Trump non si sia reso conto della differenza tra il dire “sappiamo che stanno progettando un attentato” e “lo sappiamo perché ce l’ha detto un nostro alleato che ha una fonte nella città X”. Come ha scritto Eliot Cohen sull’Atlantic, Trump «apparentemente ha diffuso queste informazioni per vantarsi, cosa che non mostra solo un pessimo controllo di sé ma anche quanto sia facile manipolarlo, soprattutto per diplomatici e negoziatori esperti e scafati come Lavrov e Kislak». Cohen è un professore universitario esperto di relazioni internazionali, già consigliere speciale dell’ex segretaria di Stato Condoleezza Rice.

8. Quello che ha fatto Trump non è illegale solo perché Trump è il presidente, e il presidente ha il potere di “declassificare” quello che vuole: può decidere liberamente quali informazioni diffondere e quali no, anche tra quelle col più alto livello di segretezza. Se qualsiasi altra persona negli Stati Uniti avesse diffuso informazioni con quel livello di segretezza, sarebbe stata licenziata e processata; se le avesse rivelate intenzionalmente, sarebbe condannata a molti anni di carcere per alto tradimento.

9. In tutto questo, venerdì Trump lascerà gli Stati Uniti per il primo viaggio internazionale della sua presidenza: visiterà alcuni tra i più solidi alleati degli Stati Uniti, come Arabia Saudita e proprio Israele, e incontrerà i più importanti leader mondiali durante il G7 di Taormina. Questo viaggio era considerato da tempo come un test importante, vista l’esperienza nulla di Trump nelle relazioni internazionali; questo guaio lo renderà ancora più delicato. «Non c’è in ballo solo la reputazione del presidente», ha scritto Stephen Collinson sul sito di CNN; «è la credibilità degli Stati Uniti, il più potente paese al mondo e il garante della sicurezza dell’Occidente, che si sta pubblicamente erodendo».

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