Richard Nixon
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  • venerdì 12 maggio 2017

Ha senso paragonare Trump a Nixon?

Il licenziamento improvviso del capo dell'FBI – che stava indagando su Trump e la Russia – ha ricordato a molti il cosiddetto "massacro del sabato sera" del 1973

Richard Nixon
(AP Photo/Charles Tasnadi, File)

Uno dei termini di paragone che sta circolando in queste ore per inquadrare meglio la portata del licenziamento del capo dell’FBI da parte del presidente americano Donald Trump, è ciò che accadde il 20 ottobre 1973, durante il cosiddetto “massacro del sabato sera”. Fu una tappa fondamentale del Watergate, lo scandalo che nel 1974 portò alle dimissioni dell’allora presidente americano Richard Nixon. In effetti fra i due eventi ci sono diverse similitudini, notate sia da politici Democratici sia da giornalisti e osservatori, che si chiedono se nei prossimi mesi il caso Trump-Russia avrà un decorso simile a quello dei mesi che portarono al Watergate: ma il caso Trump-Russia-Comey non è ancora al livello del Watergate.

Una delle prime cose da specificare è che Nixon non licenziò il direttore dell’FBI, come ha fatto Trump: lo ha fatto notare anche la biblioteca a lui intitolata – che come altre biblioteche che hanno il nome di ex presidenti agiscono come una specie di fondazione a loro vicina – con un tweet diventato quasi subito virale.

Il 17 giugno 1972, quando Nixon era in carica da circa quattro anni, cinque uomini furono arrestati alle due e mezza del mattino per essersi introdotti illecitamente negli uffici del Comitato elettorale Democratico all’hotel Watergate a Washington. Fu l’inizio del caso Watergate, il cui nome deriva appunto dall’hotel in cui avvenne l’infrazione. Nei mesi successivi le autorità federali americane e alcuni giornali – su tutti il Washington Post – raccontarono una vasta operazione di spionaggio e sorveglianza organizzata dal comitato elettorale di Nixon e del Partito Repubblicano nei confronti dei Democratici. Il 7 novembre Nixon rivinse facilmente le elezioni, ma le indagini e gli articoli proseguirono. Nel marzo del 1973, a causa della notevole pressione pubblica, l’allora procuratore generale nominò un procuratore speciale, Archibald Cox, per compiere un’indagine indipendente sulla sorveglianza sui Democratici.

Due mesi dopo, nel luglio del 1973, la commissione d’inchiesta del Senato che stava indagando sullo stesso caso scoprì che Nixon aveva nascosto un sistema di registrazione nei suoi uffici, con cui aveva archiviato ore e ore di conversazioni private con diversi ospiti, inclusi i suoi consiglieri. Il complesso sistema di registratori e di microfoni, che erano posti in alcune stanze della Casa Bianca tra cui lo Studio Ovale e che si attivavano automaticamente con la voce, era stato messo in piedi nel 1971 e venne spento solo nei giorni in cui la sua esistenza venne resa pubblica.

Nei mesi seguenti Cox cercò in tutti i modi di ottenere le registrazioni, ma Nixon si oppose sostenendo che contenessero informazioni molto delicate per la sicurezza nazionale. Il 20 ottobre, con un colpo di mano che è rimasto nella storia, Nixon licenziò Cox accusandolo di essere andato troppo oltre il suo mandato originario. La gravità della decisione di Nixon – licenziare il procuratore indipendente che stava indagando sul suo conto – fu chiara sin da subito: tanto che le prime due persone a cui Nixon diede il compito di licenziare Cox, il procuratore generale Elliot Richardson e il suo vice William Ruckelshaus, si rifiutarono di farlo e subito dopo diedero le dimissioni. Ad applicare la decisione di Nixon fu l’avvocato deputato a rappresentare il governo federale davanti alla Corte Suprema, che a quei tempi era il giurista Robert Bork. Il giorno seguente, il New York Times pubblicò la notizia in prima pagina con un inusuale titolone su tre righe.

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Il licenziamento di Cox fece guadagnare un po’ di tempo a Nixon, ma nemmeno troppo: nei mesi seguenti la Corte Suprema ordinò alla Casa Bianca di diffondere le registrazioni chieste da Cox, e la pressione sull’amministrazione aumentò al punto che Nixon si dimise poco prima che fosse avviata la procedura di impeachment, nell’agosto del 1974. Tuttora Nixon resta l’unico presidente nella storia degli Stati Uniti a essersi dimesso.

Il New York Times ha scritto che il paragone fra la decisione di licenziare Comey e il “massacro del sabato sera” era «inevitabile». Per dirla nella maniera più semplice possibile: Trump ha usato la sua autorità da presidente per licenziare una persona che stava indagando su un caso che lo riguarda molto da vicino, cioè la possibile ingerenza della Russia nelle elezioni presidenziali e i contatti fra i suoi collaboratori e il governo russo (al momento non sappiamo se Trump stesso sia indagato o meno: lui dice di no). La notizia è stata subito commentata con molta severità da gioralisti e analisti. Jeffrey Toobin, un giornalista americano molto rispettato che fra le altre cose scrive di giustizia per il New Yorker, poco dopo la diffusione della notizia del licenziamento di Comey ha detto a CNN che «questo è il genere di cose che capitano nelle non-democrazie».

Secondo Politico, anche il clima che si è creato negli ambienti di Washington dopo il licenziamento di Comey è simile a quello di quei mesi del 1973:

La sera di giovedì, mentre la notizia si diffondeva nei circoli di Washington, le reazioni sono state le stesse di quando un altro presidente licenziò il procuratore che si stava occupando di lui: stupore, un po’ di umorismo nero, e un po’ di agitazione dovuta al fatto che il presidente in carica si sia comportato in maniera così inusuale rispetto alla prassi. La paura che ha avvolto Washington durante il Watergate non si è ancora sviluppata, ma alcuni elementi della storia – in particolare, la presenza di un presidente vendicativo e apparentemente fuori controllo – fanno pensa che possa accadere una cosa simile.

In queste ore c’è anche chi ha cercato di minimizzare: Timothy Naftali, ex presidente della biblioteca Nixon, ha spiegato per esempio che il paragone fra il “massacro del sabato sera” e il licenziamento di Comey non è calzante, perché Comey non era stato nominato per indagare appositamente sui legami fra Trump e la Russia, e perché «con o senza di lui, l’FBI continuerà ad indagare sulla campagna elettorale del 2016 e sull’ingerenza russa».

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