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  • Italia
  • martedì 9 maggio 2017

L’omicidio di Marta Russo, vent’anni fa

La storia di uno dei più famosi casi italiani di cronaca nera, che diede inizio a un processo dalle circostanze assurde

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(Francesco Toiati/Ansa/Do)

Il 9 maggio di vent’anni fa, nel 1997, una ragazza 22enne che studiava Giurisprudenza all’università della Sapienza di Roma fu ferita con un colpo di pistola all’interno della Città universitaria, il quartiere studentesco che ospita diverse facoltà dell’università. La ragazza si chiamava Marta Russo e morì cinque giorni dopo in ospedale, senza mai risvegliarsi dal coma in cui era entrata in seguito allo sparo. Il suo assassinio rimase per mesi sulle pagine dei giornali e se ne discusse a lungo nei talk show e nei telegiornali. A distanza di vent’anni, non c’è quasi nulla di chiaro nella dinamica e nelle ragioni dell’omicidio di Russo: le indagini e il processo furono tra i più controversi della storia moderna italiana, e ancora oggi le uniche due persone che hanno ricevuto una condanna – sulla base di prove fragilissime se non addirittura inesistenti, ma ci arriviamo – si dicono innocenti. Come diversi altri casi di cronaca finiti sotto l’attenzione un po’ morbosa dei media italiani, più del caso in sé – di cui tuttora si sa pochissimo – risalta l’approssimazione di tutto quello che venne dopo, e la coda polemica che ha interessato la vita degli imputati.

Quando venne colpita, Russo stava passeggiando con una sua amica dopo una lezione: il proiettile le entrò dalla nuca e le fece perdere immediatamente conoscenza. Il rumore dello sparo non fu eclatante, e l’amica che era con lei ha raccontato di un rumore sordo e attutito. Nei primi giorni di indagini la procura di Roma valutò diverse piste, dal terrorismo – il 9 maggio era anche il giorno in cui nel 1978 fu ucciso Aldo Moro – a quella legata a un ex fidanzato della ragazza, che però non portarono da nessuna parte. Al caso iniziano a occuparsi in maniera massiccia anche giornali e tv, come raccontò due anni più tardi Giovanni Valentini su Repubblica:

«Dall’esterno, intanto, la pressione dell’opinione pubblica sugli inquirenti aumenta di giorno in giorno: mentre si celebrano i funerali di Marta Russo, a cui partecipa una folla di diecimila persone, sull’assassinio all’Università interviene il presidente del Consiglio, Romano Prodi, e anche il Papa denuncia un “clima di odio”. Evidentemente, un’ inchiesta su un caso così clamoroso non si può archiviare con una denuncia contro ignoti, un colpevole si deve trovare a ogni costo, il “moloch” dell’informazione reclama il nome dell’assassino»

Una perizia di una società contattata dalla procura stabilì che il proiettile fu sparato dall’aula 6 dell’Istituto di Filosofia del Diritto, nonostante il cortile fosse adiacente a diversi edifici di varie facoltà. Due anni più tardi tre esperti nominati dalla Corte d’Assise smentirono la validità di quella perizia ma in quel momento la Procura la prese per buona, restringendo l’indagine a chi era presente in quella stanza all’ora dell’assassinio. Intorno all’ora dell’omicidio due telefonate partirono da quella stanza, entrambe compiute dalla dottoranda Maria Chiara Lipari. Interrogata dai magistrati, Lipari prima disse che nell’aula 6 non c’era nessuno, poi nominò due assistenti, infine la dipendente dell’istituto Gabriella Alletto e l’usciere Francesco Liparota, di cui disse di ricordare la presenza “a livello subliminale”.

Alletto fu interrogata per 13 volte, in cui negò di essere stata nell’aula all’ora suggerita dai magistrati. Dopo tre settimane – e «dopo un interrogatorio di dodici ore di cui solo le ultime tre verbalizzate», ricorda Valentini – Alletto disse che nella stanza c’erano Liparota e due giovani assistenti, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, e che Scattone aveva sparato un colpo di pistola. Mesi dopo sui giornali finirono alcune registrazioni degli interrogatori ad Alletto, dove si intuì che la procura aveva usato metodi intimidatori e sostanzialmente costretto Alletto a fornire loro qualche informazione per non essere accusata lei stessa dell’omicidio.

ORM Vabbè, allora signora, non è stata lei: chi è stato?
Alletto (ALL): Guardi che, che Liparota e la Lipari avessero nominato me quel giorno, mi era assolutamente nuovo, l’ho saputo oggi.
Italo Ormanni (ORM): Signora, la domanda è un’altra.
ALL Eh
ORM Non è stata lei: chi è stato?
ALL Io non lo so. Io sinceramente non lo so
ORM Continua a non saperlo, e continua a dire che non stava in sala assistenti, va bene?
ALL Ma che… a me me prenderanno pe’ scema, pe’ fissata a me…
ORM No, la prendere… la prenderemo per omicida!
ALL Io non lo so quello che devo fa’
ORM La prenderemo per omicida
ALL Non lo so più quello che devo fa’ [piange]
ORM Deve dire la verità
Ispettore Luigi Di Mauro, cognato di Alletto (DI MAURO) Non devi coprire a nessuno, non devi coprire a nessuno
ORM Deve dire la verità, deve dire la verità
ALL Non lo so, Gino…
DI MAURO Eh, non lo sai, le carte sono contro di te.
ALL Lo so, ma io non ci stavo.

[Trascrizione del Comitato a difesa di Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro]

Scattone e Ferraro furono arrestati nella notte fra 14 e 15 giugno, poco più di un mese dopo l’assassinio di Russo. I due si dissero innocenti, come hanno sempre fatto da allora. Nelle settimane e mesi successivi i giornali – forse incoraggiati dalla procura – li descrissero come due persone instabili, che nel corso di una lezione avevano parlato del cosiddetto “delitto perfetto” e che forse quel giorno avevano provato a inscenarne uno. Guido Vitiello, uno dei giornalisti che più si sono occupati del caso Russo, anni più tardi ha scritto sul Foglio:

«Le prime ricostruzioni del caso erano una manna dal cielo per quella cassa integrazione di scrittori falliti a cui così spesso si riduce il giornalismo italiano. Che noia, che mestiere servile quello del cronista incatenato ai fatti. E allora, quale occasione migliore per compiacere la vanità letteraria sfoggiando le proprie buone letture e la propria cattiva prosa?»

Diversi testimoni, più avanti, negarono che Scattone e Ferraro avessero tenuto una lezione sul tema, detto che comunque la cosa non avrebbe dimostrato niente sull’omicidio di Marta Russo; il professore di cui Ferraro era assistente, Gaetano Carcaterra, raccontò di aver trattato un argomento più o meno simile in una lezione tenuta tre settimane prima dell’uccisione, e niente di più. La pistola non fu mai trovata così come un movente alternativo, dopo che anni più tardi decadde l’ipotesi della ricostruzione del “delitto perfetto” finita male. La presunta traccia di una sostanza compatibile con lo sparo di un proiettile nell’aula 6 è sempre stata giudicata abbastanza controversa, e successivamente sminuita nel corso del processo. La procura non ha mai indagato a fondo altri filoni alternativi alla possibilità che Scattone e Ferraro abbiano compiuto l’omicidio.

Nel 1999 Scattone venne condannato in primo grado a 7 anni di carcere per omicidio colposo e possesso di arma da fuoco (mai trovata), mentre Ferraro a 4 anni per favoreggiamento e possesso illegale di arma da fuoco (mai trovata). La tesi finale fu che Scattone sparò per sbaglio un colpo da una pistola che aveva portato in università. La condanna fu confermata in appello ma poi annullata dalla Corte di Cassazione per “manifesta illogicità”. Si tenne poi un secondo processo di appello, che confermò in sostanza le accuse di primo grado nonostante fosse caduto il movente della ricostruzione del “delitto perfetto”: eppure, scrisse la Corte, «il fatto che non si sappia perché abbia sparato e che dunque non si conosca il ‘movente’ per un omicidio come quello per cui è causa non è certo decisivo». Nel 2003 la Corte di Cassazione confermò la sentenza rimuovendo da entrambi l’accusa di possesso illegale di arma da fuoco: la pena finale di Giovanni Scattone fu di 5 anni e quattro mesi, quella di Salvatore Ferraro di 4 anni e due mesi, senza che ci fosse una prova che li collocasse nella presunta stanza da cui partirono i colpi, né l’arma né un movente credibile.

Scattone ebbe diversi problemi anche dopo essere uscito di prigione (in tutto ha passato circa cinque anni in carcere). Nel 2015 rinunciò a insegnare in un liceo di Roma dopo le polemiche avanzate da diversi genitori di studenti dell’istituto. Ancora oggi si dice innocente: la sua versione più completa sul caso Russo è contenuta in una lettera che inviò ai giudici della Cassazione che si occuparono del suo caso, che si può leggere integralmente qui:

Sono un cittadino italiano finito negli ingranaggi della giustizia e non riesco a difendermi da questo meccanismo. Sono rimasto negativamente impressionato dalle ripetute e aprioristiche prese di posizione della Procura, anche attraverso comunicati stampa. Non solo è stato difeso incondizionatamente, contro tutti, l’operato degli inquirenti, all’indomani della fortunosa comparsa della videoregistrazione dell’11 giugno 1997; ma si è interferito nel processo in corso criticando radicalmente il lavoro e le conclusioni dei periti di primo grado, che scagionavano me e gli altri imputati.

Una volta avviato il meccanismo perverso che mi ha portato in carcere, una volta convocata, la mattina dopo gli arresti, la conferenza stampa in cui il Procuratore aggiunto e il Questore di Roma dichiaravano che “il caso è chiuso”, è diventato a quanto pare impossibile per gli accusatori tornare indietro e per le Corti giudicanti assolvermi. Non mi resta che chiedere a voi, quali membri del Supremo Tribunale dello Stato italiano, di fermare questo meccanismo perverso, di restituirmi la dignità dell’innocenza e di far sì che si renda giustizia alla vittima, identificando con ulteriori indagini il vero autore dell’omicidio.

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