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“Tredici” racconta il suicidio in modo sbagliato?

La nuova serie di Netflix sta andando forte tra gli adolescenti, ma molti esperti sono preoccupati che spettacolarizzi e renda affascinante la decisione di uccidersi

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Una delle più popolari serie tv di Netflix del momento, uscita in Italia con il titolo di Tredici, è al centro di un esteso dibattito negli Stati Uniti per come affronta il tema del suicidio e, in parte minore, quello dello stupro. Tredici racconta la storia di Hannah Baker, una studentessa di un liceo americano che si suicida: prima di farlo, però, registra alcune audiocassette in cui spiega le ragioni che l’hanno portata ad uccidersi. Ogni lato di ogni cassetta è dedicato a un suo amico o a un suo conoscente che ha avuto un ruolo nel suo suicidio. La serie, che è stata co-prodotta dalla cantante Selena Gomez, è stata accusata di rendere affascinante il suicidio, di giustificare la decisione di uccidersi, e in generale di trattare nel modo sbagliato temi molto delicati. Il problema principale è che la serie è un teen drama, rivolto quindi principalmente a ragazzi. In teoria, la sua visione è sconsigliata ai ragazzi sotto i 17 anni: in pratica, è diventata presto molto popolare anche tra i ragazzi più giovani, e molti insegnanti e psicologi hanno avvertito che potrebbe essere un problema.

La trama di Tredici, in breve
Fin dai primi minuti della prima puntata, si capisce che Tredici racconta la storia di Hannah Baker, che si è appena suicidata. Il personaggio della serie intorno a cui ruotano le vicende principali è Clay Jensen, un amico di Hannah, che riceve un misterioso pacco contenente delle audiocassette. Si mette ad ascoltarle, e scopre che sono state registrate da Hannah prima di morire: su ogni lato c’è la descrizione del suo rapporto con una persona, compreso Clay. Hannah, prima di uccidersi, ha organizzato un sistema per cui ogni persona di cui parla nelle cassette riceverà il pacco, e lo passerà poi alla persona successiva. Mentre Clay ascolta le cassette – lo fa molto lentamente, nel giro di diversi giorni – capisce pian piano chi sono gli altri suoi compagni di scuola che le hanno ascoltate, e scopre molte cose su di loro. C’è l’amica con cui Hannah a un certo punto ha litigato, il suo amico un po’ strano che si è fidanzato con la sua migliore amica, un suo fidanzato che ha diffuso delle sue foto intime. In mezzo a quelli che sembrano normali problemi e incidenti di una ragazza liceale, Hannah però spiega le molestie ricevute per il solo fatto di essere una ragazza attraente, descrive com’è essere la vittima della diffusione di foto private, e soprattutto, a un certo punto, racconta di essere stata violentata. Verso la fine della serie, si vede la scena del suicidio di Hannah, mostrato in modo molto esplicito.

Le critiche sulla rappresentazione del suicidio
In molti, dopo l’uscita della serie, hanno criticato il modo in cui è raccontato il suicidio di Hannah Baker. Una delle accuse principali è che costruendo intorno alla sua decisione di uccidersi un arco narrativo così strutturato, un percorso vendicativo nel quale il suicidio è una specie di punizione finale nei confronti degli amici e conoscenti che hanno fatto soffrire la protagonista, la serie sembra giustificare il suicidio, trattandolo come un atto che può avere un senso. E al di là di quali possano essere le personali convinzioni sul tema, in molti hanno messo in discussione l’opportunità di mostrare questa chiave di lettura in una serie rivolta a teenager. L’altra accusa principale è quella di sensazionalizzare e romanticizzare l’idea del suicidio, rendendola potenzialmente attraente per i ragazzi che vedono la serie.

La serie, che si basa sul romanzo del 2007 Thirteen Reasons Why, di Jay Asher, mostra il suicidio di Hannah nell’ultima puntata, e in modo molto esplicito: la si vede tagliarsi le vene, annaspare e morire lentamente. Anche per questo, i creatori della serie hanno risposto alle critiche sostenendo che il suicidio non è mostrato come una cosa affascinante nella serie, ma anzi è descritto in maniera cruda. Netflix ha anche diffuso Beyond the Reasons, un documentario di 30 minuti in cui i membri del cast e alcuni psicologi spiegano quali sono stati i ragionamenti e le difficoltà dietro alle scelte principali della serie. Brian Yorkey, il creatore di Tredici, spiega per esempio: «Volevamo che fosse doloroso da guardare perché volevamo fosse molto chiaro che non c’è niente, in nessun modo, di utile nel suicidio».

Prima che uscisse la serie, uno dei produttori aveva cercato di ottenere una specie di endorsement dalla JED Foundation, un’organizzazione che si occupa di prevenire i suicidi tra gli adolescenti. Victor Schwartz, uno degli psicologi a capo dell’organizzazione, ha spiegato al New York Times che dopo aver visto la serie non hanno potuto sostenerla, perché era «una lunga storia di vendetta». L’organizzazione ha addirittura diffuso una guida con dei consigli per guardare la serie, in cui si diceva di non vederla da soli e di lasciare passare un po’ di tempo tra un episodio e l’altro, evitando il binge-watching. Madelyn Gould, docente di psicologia a Harvard, ha spiegato che anche quando è mostrato in maniera cruda, il suicidio altrui può spingere nella stessa direzione una persona (e soprattutto un adolescente) che sta pensando di uccidersi. Per questo, la National Association of School Psychologists americana ha sconsigliato ai ragazzi che hanno pensato al suicidio di vedere la serie.

Ad essere criticata è stata anche la rappresentazione dello school counselor, lo psicologo del liceo di Hannah Baker che a un certo punto dice a uno studente che «se voleva togliersi la vita, non potevamo fermarla». Un’affermazione contestata e considerata potenzialmente pericolosa da chi si occupa di prevenzione del suicidio. Lo stesso personaggio riceve Hannah Baker poche ore prima del suo suicidio: lei gli fa capire che è stata violentata da un ragazzo più grande, e dice di avere bisogno «che si fermi tutto, le persone, la vita». Lo psicologo, al posto di cogliere i segnali e intervenire, le presta dei fazzoletti e la lascia andare.

Le critiche sulla rappresentazione dello stupro
Ci sono due scene di Tredici in cui vengono mostrati degli stupri. Uno riguarda Jessica, un’amica di Hannah, ed è mostrato da tre prospettive: da quella di Hannah, nascosta in un ripostiglio; da quella del fidanzato di Jessica, che fa irruzione brevemente nella stanza; e da quella di Jessica stessa. Lo stupro è mostrato in modo crudo ed esplicito, anche se non tanto quanto quello di Hannah stessa, che nella serie viene violentata dallo stesso ragazzo che ha violentato Jessica. La telecamera in questo caso inquadra il volto di Hannah, e segue ogni momento dello stupro, facendo intendere chiaramente allo spettatore il momento della penetrazione e i tentativi della ragazza di dissociarsi dal trauma. Non vengono mostrate parti nude dei loro corpi, e in generale non è uno stupro sessualizzato, come invece è successo con scene simili di altre serie, su tutte Game of Thrones. In quel caso, gli autori della serie erano stati accusati – a ragione, secondo molti critici – di non aver comunicato sufficientemente le differenze tra stupro e sesso consensuale, di aver trattato con leggerezza l’argomento, come semplice stratagemma narrativo, e di essersi soffermati maggiormente sulle conseguenze psicologiche dello stupro tra i parenti maschi della vittima, più che sulla vittima stessa.

Anche se l’approccio di Tredici all’argomento è stato molto diverso, la serie è stata comunque accusata di aver mostrato lo stupro in modo così esplicito per stimolare il voyerismo degli spettatori, una critica mossa anche contro la scelta di mostrare nel dettaglio il suicidio di Hannah Baker. Chloe Combi, autore di Generation Z, un apprezzato libro sugli adolescenti contemporanei, ha detto riguardo alla serie: «Non credo che si possa esaminare come si deve l’impatto di uno stupro tra conoscenti, o del sexual shaming, o della perdita di un migliore amico, se il tuo punto di partenza è che stai analizzando il suicidio come un atto e stai considerando queste cose come sue ragioni». Asher ha spiegato che anche nel caso dello stupro, la decisione di descriverlo in modo così esplicito è stata motivata dalla volontà di comunicare disagio e dolore nello spettatore. In molti hanno più in generale sostenuto che una scena di stupro così violenta e difficile da guardare non sia adatta al pubblico a cui è rivolta la serie, soprattutto ragazzi che frequentano le scuole superiori. Dopo le critiche, Netflix ha deciso di aggiungere una segnalazione sul contenuto della serie prima del primo episodio, che si aggiunge a quelle che compaiono prima dei due episodi in cui vengono mostrate le scene di stupro, e che saranno modificati per renderli più efficaci.

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