Le rivolte di Los Angeles, 25 anni fa

Per sei giorni i quartieri abitati dagli afroamericani si trasformarono in una zona di guerra, e morirono più di 60 persone

Edifici incendiati su Venice Boulevard, il 30 aprile. (AP Photo/Paul Sakuma)

Il 29 aprile 1992, venticinque anni fa, l’autista di camion Reginald Denny stava percorrendo Florence Avenue, un’importante strada di Los Angeles, per raggiungere una fabbrica nel quartiere di Inglewood. Denny, che era bianco e aveva 36 anni, non aveva l’autoradio sul suo camion e non sapeva niente di quello che stava succedendo nella zona di South Los Angeles da qualche ora, dove centinaia di persone, soprattutto afroamericane, stavano devastando le strade e compiendo saccheggi e violenze sommarie per protesta contro la decisione di un tribunale di assolvere quattro agenti di polizia che avevano picchiato brutalmente un automobilista nero. Mancava poco alle sette di sera, e Denny stava attraversando l’incrocio con Normandie Avenue quando delle persone tirarono delle pietre contro il suo parabrezza e gli urlarono di fermarsi. Lui lo fece e due uomini afroamericani lo tirarono giù di forza dall’abitacolo, prima di prenderlo a calci e a martellate. Denny provò a rialzarsi, ma uno dei due uomini lo colpì alla testa con un pezzo di mattone, fratturandogli il cranio in 97 punti e lasciandolo svenuto per terra. Poi si mise a ridere e fece una specie di balletto, facendo dei gesti da gangster rivolto verso le telecamere degli elicotteri che stavano riprendendo la scena. I due uomini gli rubarono il portafogli e gli sputarono, un altro rubò una borsa dal suo camion e un altro ancora tirò un calcio a Denny quando provò a rialzarsi.

Due uomini e due donne afroamericani che vivevano lì vicino, Bobby Green, Lei Yuille, Titus Murphy e Terri Barnett, stavano guardando la televisione a casa quando videro in diretta quello che stava succedendo a Denny. Uscirono e raggiunsero in fretta l’incrocio tra Florence e Normandie: arrivati, aiutarono Denny a salire sul camion e lo guidarono fino a un ospedale a Inglewood. Oltre alle fratture al cranio, Denny aveva subito danni al cervello e un occhio gli si era dislocato dall’orbita, ma riuscì a salvarsi. L’attacco a Reginald Denny ebbe un enorme impatto mediatico, perché era avvenuto in diretta televisiva: divenne il simbolo delle rivolte di Los Angeles del 1992, uno degli eventi più drammatici e incredibili della storia americana recente, in cui morirono 63 persone, più di duemila rimasero ferite, oltre 11mila furono arrestate e furono causati danni per più di un miliardo di dollari.

Il contesto: gli afroamericani negli Stati Uniti degli anni Ottanta
Le rivolte di Los Angeles arrivavano da lontano: le cause principali erano le difficoltà e le precarietà della vita degli afroamericani nelle grandi città americane, dove vivevano spesso in condizioni di estrema povertà, confinati in ghetti squallidi, degradati e quasi sempre dimenticati dalle amministrazioni cittadine, e trattati con metodi violenti e razzisti dalla polizia. La “guerra alla droga” portata avanti dall’amministrazione di Ronald Reagan negli anni Ottanta aveva portato a una repressione sommaria e poco lungimirante di quella che era una delle attività principali tra i giovani neri che vivevano nei ghetti americani, abituandoli fin da piccoli al conflitto con la polizia, al carcere e all’antagonismo verso il sistema. I movimenti per i diritti civili degli anni Sessanta avevano raggiunto obiettivi importanti in questo senso, ma all’inizio degli anni Novanta la speranza che avevano esercitato nella comunità afroamericana si era esaurita, ed era stata sostituita da rabbia e nichilismo di fronte a una sistematica violazione dei diritti compiuta dalle autorità della maggior parte delle grandi città americane.

La solidarietà dei giovani bianchi con la comunità afroamericana, che era stata molto diffusa e concreta negli anni Sessanta, era diventata molto più tiepida. Il consumo di droga, e soprattutto di crack, aveva coinvolto più gravemente proprio i neri, causando insieme ad altre cause un forte aumento del tasso di omicidi tra gli afroamericani. Contemporaneamente, il disagio e la rabbia dei giovani neri che vivevano nei ghetti di New York e di Los Angeles aveva trovato nell’hip hop – in tutte le sue forme, dal rap alla breakdance all’arte dei graffiti – il suo principale mezzo di riscatto sociale. Alla fine degli anni Ottanta, gruppi come gli N.W.A. a Los Angeles e i Public Enemy a New York facevano canzoni raccontando esplicitamente la violenza e i problemi delle strade dei ghetti, esortando in certi casi a ribellarsi contro la polizia, come nel caso di “Fuck the Police” o di “Fight the Power”. In particolare gli N.W.A. inventarono il gangsta rap, cioè l’hip hop che esibiva comportamenti violenti e criminali, che attirò le critiche e le censure delle organizzazioni bianche e conservatrici.

La causa diretta: Rodney King
Di tutti i dipartimenti di polizia violenti e razzisti degli Stati Uniti, quello di Los Angeles, l’LAPD, era notoriamente il peggiore. Gli abusi contro gli afroamericani erano quotidiani, provocando fortissime e costanti tensioni e ostilità nella comunità nera che non facevano che peggiorare la situazione. La sera del 3 marzo del 1991, più di un anno prima delle rivolte di Los Angeles, un tassista di nome Rodney King stava guidando insieme a due passeggeri sulla Foothill Freeway, di Los Angeles, quando tirò dritto a un posto di blocco della polizia. Iniziò un inseguimento che andò avanti per oltre dieci chilometri, e si concluse solo quando altre auto della polizia intervenute come rinforzi riuscirono a bloccare la strada a King. I due passeggeri furono fatti salire su una volante, e cinque agenti si avvicinarono a King: non è chiaro cosa successe nelle prime fasi dello scontro, ma King fu prima colpito due volte con un taser, e poi accerchiato dagli agenti che cercarono di ammanettarlo. Un poliziotto disse che King sembrava armato e sotto l’effetto di fenciclidina, una droga molto diffusa in quel periodo, e che resistette all’arresto. I cinque agenti accerchiarono King e lo bastonarono violentemente con i manganelli, mentre era indifeso per terra. Ma sorprendentemente l’intera scena fu ripresa da un uomo che viveva lì davanti.

Le analisi su King dissero che non era sotto l’effetto di droghe, ma che aveva bevuto: lui spiegò poi che non si era fermato proprio per quello, visto che era in libertà vigilata per aggressione. Il video del pestaggio di King diventò un caso mediatico in tutti gli Stati Uniti, e provocò reazioni indignate da parte dei leader della comunità afroamericana e da politici e attivisti progressisti. Diventò il simbolo dei soprusi e del razzismo della polizia di Los Angeles, denunciati da anni da artisti e attivisti neri. Quattro agenti furono indagati, e il loro processo fu seguito da tutti i giornali e le televisioni. Nella giuria, che nei processi americani viene scelta con molte trattative e compromessi tra la difesa e l’accusa, non c’erano neri: nove giurati erano bianchi, uno era ispanico, uno asiatico e soltanto uno aveva il padre afroamericano. Il 29 aprile 1992, dopo sette giorni di discussioni, la giuria assolse i tre agenti, e non raggiunse l’unanimità sul quarto.

Le rivolte
Il verdetto con l’assoluzione dei quattro agenti arrivò poco dopo le tre di pomeriggio del 29 aprile. Fuori dal tribunale si radunò in fretta una folla di qualche centinaio di persone, quasi tutte afroamericane. Le prime segnalazioni di violenze arrivarono dalla zona dell’incrocio tra Florence e Normandie, dove ore più tardi sarebbe stato aggredito Denny: un gruppo di giovani entrarono in un negozio di liquori e rubarono delle bottiglie, ferendo il proprietario. Gli agenti che intervennero se ne andarono poco dopo, e nel frattempo lo storico sindaco di Los Angeles Tom Bradley, Democratico e afroamericano, che rimase in carica dal 1973 al 1993, fece un commento sul verdetto, definendo un crimine l’aggressione di King e invitando i cittadini alla calma.

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Un poliziotto presidia l’incrocio tra la Ninth Street e Vermont Avenue , il 30 aprile 1992. (AP Photo/David Longstreath)

Tra le cinque e le sei di pomeriggio la polizia ricevette altre segnalazioni di violenze in altre zone di South Los Angeles: soprattutto esponenti delle gang locali avevano iniziato a tirare pietre alle auto e a devastare i negozi. Intervennero pattuglie della polizia, ma in alcuni casi ci furono resistenze agli arresti e scontri. La situazione più grave però si stava sviluppando all’incrocio tra Florence e Normandie, dove la folla acquistò coraggio dopo che la polizia si era sostanzialmente ritirata, e continuò e intensificò le devastazioni. Daryl Gates, capo della polizia di Los Angeles, disse ai giornalisti che la polizia stava gestendo la situazione con calma e professionalità, e se ne andò a una cena di beneficienza. Ma fin dai primi momenti apparve evidente l’impreparazione della polizia, che non aveva preso precauzioni per un eventuale verdetto di assoluzione. Una larga parte dei capitani di polizia stava poi partecipando al primo giorno di un seminario a Ventura, qualche decina di chilometri a nord della città.

Tra le sei e le sette, la situazione precipitò: prima di Denny, un altro autista di camion di nome Larry Tarvin era stato aggredito mentre percorreva Florence Avenue. Con la trasmissione in diretta dell’aggressione a Denny, diventò evidente che non erano proteste che sarebbero finite da sole e nel giro di qualche ora. Fidel Lopez, un operaio guatemalteco, fu tirato fuori dal suo furgone, picchiato brutalmente e derubato, e venne salvato da Bennie Newton, un reverendo afroamericano che si mise tra lui e gli aggressori.

Gates tornò alla centrale di comando di polizia tra le otto e mezza e le nove, ma il coordinamento con l’amministrazione cittadina fu lento, oltre che tardivo, perché tra Bradley e Gates c’erano pessimi rapporti. Il governatore della California Pete Wilson, su richiesta di Bradley, richiamò duemila riservisti della Guardia Nazionale perché intervenissero, e la polizia bloccò un’uscita dell’autostrada per impedire agli automobilisti e ai motociclisti di entrare nella zona di South Los Angeles: l’accesso alla zona continuò comunque da molte altre strade.. Nel frattempo erano stati incendiati diversi edifici, e un gruppo di manifestanti che si era radunato fuori dal Parker Center, sede centrale della polizia di Los Angeles, riuscì a sfondare un cordone di polizia e a dirigersi verso il Civic Center, la sede centrale dell’amministrazione della città e dello stato. Sulla strada la folla devastò auto ed edifici, e sparò colpi di pistola verso i vigili del fuoco che stavano provando a spegnere gli incendi.

Bradley decise di istituire il coprifuoco nella zona delle rivolte, ma il giorno successivo South Los Angeles sembrava un campo di battaglia: le devastazioni, gli incendi e i saccheggi erano andati avanti per tutta la notte, senza che la polizia avesse potuto intervenire. Fu sospeso il servizio di autobus in tutta la città, le consegne postali nella zona delle rivolte, le scuole furono chiuse, molti lavoratori rimasero a casa e furono annullati i principali eventi sportivi, compresi i playoff NBA, che nei giorni successivi vennero spostati in altre città. In alcuni quartieri di South Los Angeles i rappresentanti locali dei Bloods e dei Crips, le due storiche e potenti gang che controllavano i quartieri afroamericani della città, si riunirono per stipulare una pace temporanea. Alle rivolte parteciparono anche centinaia di ispanici, una minoranza che a differenza degli afroamericani non era ancora integrata nella cultura pop e sportiva americana, e alla quale venivano riservate molte meno attenzioni nonostante le discriminazioni subite. Ma se in qualche modo le rivolte unirono le due minoranze, tra gli afroamericani c’era una diffusa ostilità nei confronti degli ispanici, che negli ultimi anni avevano cominciato a trasferirsi nei quartieri neri, più economici degli altri.

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Un negozio saccheggiato. (AP Photo/Akili-Casundria Ramsess, file)

La vera guerra tra minoranze che era in corso da anni, però, era quella tra la comunità afroamericana e quella asiatica, e in particolare quella coreana, che viveva soprattutto a Koreatown, un quartiere poco a nord dell’epicentro delle rivolte. L’avversione degli afroamericani verso i nuovi immigrati, alla quale la comunità coreana reagì soprattutto con chiusura e ostilità, fu aggravata pochi giorni dopo il pestaggio di Rodney King dall’omicidio da parte di un negoziante coreano di una giovane ragazza afroamericana che stava rubando un succo di frutta. Per questo, quando scoppiarono le rivolte, Koreatown fu tra le zone più devastate, e i negozianti coreani i bersagli più colpiti dai manifestanti afroamericani. La polizia trascurò i presidi a Koreatown, e per questo le organizzazioni di quartiere e i negozianti decisero di difendersi da soli: persone armate si piazzarono sui tetti e cominciarono a sparare a chi si avvicinava per saccheggiare i negozi.

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Due uomini coreani sul tetto di un edificio con dei fucili, il 30 aprile. (AP Photo/John Gaps III)

Nel pomeriggio del 30 aprile fu finalmente schierata la Guardia Nazionale, e il coprifuoco fu esteso a tutta la città. Bradley decise di sospendere la vendita di benzina nelle taniche, e quella di munizioni: ma alcuni negozi di armi erano già stati svaligiati. Le devastazioni e i saccheggi proseguirono comunque, e le televisioni trasmisero in diretta delle sparatorie. Intervennero per esortare alla calma il presidente George H. Bush e Bill Cosby, tra gli altri. Il terzo giorno di rivolte, il primo maggio, fece il suo primo appello pubblico anche Rodney King: in mezzo al rumore delle sirene e degli elicotteri, in lacrime e in diretta nazionale, chiese: «Vorrei solo dire, possiamo andare d’accordo? Possiamo andare d’accordo?».

Ai riservisti della Guardia Nazionale si aggiunsero circa duemila soldati, mentre cominciarono i primi processi alle persone arrestate, che erano già seimila. Il due maggio si tenne una marcia per la pace organizzata in solidarietà con i negozianti di Koreatown, a cui parteciparono circa 30mila persone. Il giorno successivo il reverendo Jesse Jackson, il più popolare e rispettato attivista e politico afroamericano degli anni Ottanta, incontrò i leader della comunità coreana e attraversò le strade in cui era in corso la rivolta per chiedere ai manifestanti di fermarsi. A partire da domenica 3 maggio, le rivolte cominciate il mercoledì precedente cominciarono a placarsi, anche se ci furono ancora saltuari saccheggi e sparatorie. Il numero esatto delle persone morte nelle rivolte è sconosciuto, ma le indagini del Los Angeles Times le hanno stimate in 63. Di queste, più di 30 sono state uccise in sparatorie, dieci delle quali direttamente dalla polizia o dalla Guardia Nazionale. Altri sei morirono negli incendi, e gli altri per percosse, accoltellamenti o incidenti d’auto. 11mila persone erano state arrestate, quasi quattromila edifici avevano subito incendi, decine di negozi erano stati saccheggiati e danneggiati e i danni totali furono stimati in un miliardo di dollari.

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L’interno di un supermercato saccheggiato, il 30 aprile 1992. (MIKE NELSON/AFP/Getty Images)

Tra il 1992 e il 1993 due degli agenti coinvolti nel pestaggio di Rodney King, Stacey C. Koon e Laurence M. Powell, furono condannati a due anni e mezzo di carcere dopo un processo di appello. Damian Monroe Williams, il principale responsabile dell’aggressione a Reginald Denny, fu condannato a dieci anni. La comunità coreana fu tra quelle più colpite dalle rivolte, ma in generale l’area di South Los Angeles subì perdite gravissime, e ci vollero anni prima che gli edifici distrutti fossero interamente ricostruiti.

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