Il problema con l’anticorruzione di Cantone

La revisione di alcuni suoi poteri ed effetti non ha niente di assurdo o malintenzionato, anzi, spiega Giulio Napolitano sul Corriere

Raffaele Cantone a Milano lo scorso marzo (Piero Cruciatti/LaPresse)

Una settimana fa ci fu una grande agitazione politica e giornalistica intorno alla notizia che una nuova legge approvata dal governo riducesse i poteri dell’Autorità Nazionale Anti Corruzione diretta al magistrato Raffaele Cantone: la scelta fu attribuita da molti a un’intenzione di limitare il lavoro contro la corruzione dell’Autorità, e ci furono estese polemiche su responsabilità e secondi fini. Tutto passò nel volgere di una mezza giornata, sia perché il presidente del Consiglio Gentiloni annunciò subito che si sarebbe rimediato – annuncio un po’ strano, immediatamente dopo che la decisione era stata studiata e approvata in successive fasi -, sia perché alcuni esperti e commentatori fecero notare che la questione degli eccessivi poteri dell’Autorità esiste da tempo ed era stata messa in discussione anche dal Consiglio di Stato. Su questo e altri temi che riguardano il ruolo prezioso, ma dalle delicate implicazioni di diritto, dell’Autorità ha scritto un riassunto Giulio Napolitano, giurista e professore di Diritto Amministrativo a Roma, sul Corriere della Sera di venerdì.

Quando, nel 2014, fu affidato a Raffaele Cantone il compito di assorbire la vecchia Autorità dei lavori e dei contratti pubblici, paralizzata da conflitti interni e scandali, nella neo-istituita Anac, giustamente furono in pochi a stracciarsi le vesti.
Da allora, l’Anac è diventata, nella pulp fiction della vita pubblica italiana, «il signor Wolf» che «risolve problemi», se necessario anche con mezzi un po’ sbrigativi: un ruolo svolto in modo spesso efficace (si pensi alla capacità di sbrogliare la delicata matassa dell’Expo di Milano), nonostante qualche “fuoco amico” (non bisogna dimenticare che l’Anac ha sottratto il monopolio della lotta alla corruzione a quella parte della magistratura che ha costruito la sua fortuna anche mediatica sulle tesi di una irriducibile commistione tra politica e criminalità organizzata). L’Anac, però, si è così trasformata in un “jolly istituzionale”: una carta che il legislatore ha giocato in circa una ventina di provvedimenti legislativi in meno di tre anni. Ma fino a che punto anche l’Autorità è in grado di reggere la varietà di compiti che le sono stati attribuiti, per di più in un arco di tempo così breve, senza un previo lavoro sul campo? E, soprattutto, fino a che punto il sistema amministrativo e quello economico possono sostenere questo stato di allarme permanente, in cui ogni controllo pubblico è esercitato nel sacro nome della lotta alla corruzione da un’autorità che si presenta come portatrice di una moralità superiore?
L’apice del problema lo si è raggiunto l’anno scorso con il recepimento delle direttive in materia di appalti e concessioni e l’adozione del nuovo codice dei contratti pubblici. Il legislatore, infatti, ha assegnato all’Anac il ruolo di vero e proprio dominus della disciplina, delegandole il potere di adottare la normativa secondaria (prima riservato al Governo) e conferendole una congerie di funzioni di regolazione, vigilanza e giudizio, da esercitare con poteri anche atipici, non sempre accompagnati da adeguate garanzie procedimentali.

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