ONG taxi immigrati
  • Italia
  • giovedì 27 aprile 2017

La storia dei “taxi per migranti”

Cosa c'è di vero nelle teorie per cui le ong collaborano con gli scafisti (e complottano per destabilizzare l'economia italiana)

ONG taxi immigrati
(AP Photo/Bernat Armangue)

Nelle ultime settimane alcune organizzazioni non governative che operano servizi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale sono state accusate di essere dei “taxi per i migranti”: in maniera più o meno inconsapevole, queste organizzazioni benefiche aiuterebbero scafisti e trafficanti di esseri umani a trasportare migliaia di migranti in Italia. La questione è nata dopo che Frontex, l’agenzia per il controllo delle frontiere europee, ha accusato alcune ong di aver indirettamente aiutato gli scafisti. Le accuse sono state riprese da numerosi giornali e politici di centrodestra e questa settimana ne ha parlato anche il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio del Movimento 5 Stelle, il primo a usare l’espressione “taxi per migranti”. A Di Maio ha risposto Roberto Saviano con un articolo su Repubblica e giovedì sulla questione si è espresso anche il procuratore di Catania, che da tempo sta indagando sui finanziatori delle ong e alla trasmissione Agorà ha confessato una serie di sospetti piuttosto originali, diciamo.

Quali sono le accuse?
Tutta la questione nasce alla fine del 2016, quando il Financial Times pubblicò alcuni stralci di un rapporto di Frontex in cui veniva segnalato il comportamento di alcune ong non specificate. In particolare venivano citati tre episodi, senza date, nomi o altri dettagli. In un caso, scriveva Frontex, alcuni migranti avevano ricevuto indicazioni al momento della partenza dalle coste libiche su dove avrebbero potuto trovare una nave delle ong. Nel secondo, Frontex dice di aver ricevuto informazioni su un caso di trasbordo diretto di migranti da un’imbarcazione di trafficanti a una nave delle ong. Nel terzo si parla di alcuni migranti che sarebbero stati avvertiti dal personale di una ong di non collaborare con la guardia costiera italiana o con gli uomini di Frontex.

Tre mesi dopo l’articolo del Financial Times, il capo di Frontex, Fabrice Leggeri, ha dato un’intervista a Die Welt in cui è stato molto critico nei confronti delle ong, ma senza ripetere nessuna delle tre specifiche accuse pubblicate dal Financial Times. Leggeri sostiene che le ong che operano a largo della costa libica costituiscono un incentivo indiretto ai trafficanti, che li spinge a utilizzare barconi in condizioni sempre peggiori e tentare la traversata anche con il brutto tempo, nella certezza che le ong arriveranno in loro soccorso. Inoltre, Leggeri accusa le ong di non collaborare a sufficienza con Frontex. Queste accuse, più indirette di quelle contenute nel rapporto per uso interno pubblicato dal Financial Times, sono state espresse anche nel rapporto ufficiale di Frontex, pubblicato negli stessi giorni.

In particolare, nel rapporto di febbraio Frontex sostiene che l’attività delle ong a ridosso della costa libica produce «conseguenze non volute». Secondo Frontex le benintenzionate operazioni sotto costa delle ong rischiano di «attrarre i trafficanti» che organizzano viaggi con imbarcazioni stracariche e pericolanti, con lo scopo di farsi avvistare dalle imbarcazioni di soccorso. Frontex conclude il capitolo precisando che «tutte le parti coinvolte nelle operazioni di salvataggio nel Mediterraneo centrale contribuiscono senza volerlo ad aiutare i criminali a raggiungere i loro obiettivi». Tutte le parti significa le ong ma anche la Guardia costiera italiana, Frontex e le altre navi militari impegnate in operazioni di pattuglia, per le stesse ragioni.

Perché se ne parla ora?
Nel rapporto, Frontex spiega che le modalità di soccorso dei migranti sono cambiate molto nel corso del 2016. Fino a maggio 2016 gran parte delle operazioni di salvataggio iniziava in seguito a richieste di soccorso che provenivano dagli stessi barconi di migranti, i quali si mettevano in comunicazione con il centro di soccorso di Roma e chiedevano aiuto, spesso mentre si trovavano già in alto mare. In queste circostanze, le imbarcazioni delle ong prestavano assistenza in circa il 5 per cento degli incidenti. A partire dall’estate le chiamate sono diminuite molto e una grossa fetta delle operazioni ha iniziato a essere svolta da imbarcazioni di ong che operano a ridosso delle acque territoriali libiche. Nella seconda parte del 2016, secondo Frontex, le ong hanno partecipato al 40 per cento dei salvataggi.

Annual_Risk_Analysis_2017.pdf

Nel 2016 14 imbarcazioni gestite da ong hanno svolto operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Alcune di queste organizzazioni sono molto famose, come Medici Senza Frontiere; altre invece sono utilizzate da piccole ong, alcune nate nel corso del 2016. Queste ong, che hanno sede in paesi come Francia e Germania, si finanziano come tutte le altre, cioè tramite donazioni di benefattori (importante: non vengono pagate per ogni migrante che trasportano in Italia, come è stato sostenuto da alcuni siti noti per diffondere notizie false).

Secondo le ong, il loro intervento si deve in parte al fatto che le navi di soccorso militare si sono ritirate dal Mediterraneo centrale e oggi operano principalmente a ridosso delle acque territoriali italiane (sono le navi che fanno parte dell’operazione Triton, a cui sovrintende Frontex). Non sempre, quindi, è possibile rispondere rapidamente alle chiamate di soccorso e spesso le navi cargo – poco adatte ai salvataggi – devono essere inviate sul posto per cercare di recuperare i migranti. Fino al 2014, quanto terminò l’operazione Mare Nostrum iniziata nel 2013, erano invece le navi della Marina militare italiana a pattugliare il Mediterraneo centrale, arrivando spesso molto lontano dalle coste italiane. Le ong sostengono che operando a ridosso dalle coste libiche è molto più facile intervenire rapidamente per cercare di salvare i migranti.

Cos’è la storia dei “taxi”?
Gli stralci del rapporto interno pubblicato da Frontex, quello che ipotizzava possibili complicità tra trafficanti e ONG (accuse, come abbiamo visto, non più riprese successivamente), hanno portato giornalisti e politici, soprattutto di centrodestra e di estrema destra, a trarre conclusioni personali sull’operato delle varie ong coinvolte nelle operazioni di soccorso. È quello che ha fatto ad esempio uno studente di Comunicazione in un video che ha oltre due milioni di visualizzazioni su Facebook. Dopo aver riassunto alcuni punti del rapporto Frontex e aver mostrato su una cartina come le ong operino a ridosso delle coste libiche, lo studente fornisce la sua spiegazione al fenomeno, sostenendo che le ong aiutino migranti e trafficanti per fare affari; lo studente rimanda quindi alla lettura di un libro del giornalista Mario Giordano.

Numerosi politici di centrodestra hanno ripetuto accuse simili. Una delle più dure ed esplicite è arrivata questa settimana da Luigi Di Maio, importante dirigente del Movimento 5 Stelle, che ha detto: «Le organizzazioni non governative sono accusate di un fatto gravissimo, sia dai rapporti Frontex che dalla magistratura, di essere in combutta con i trafficanti di uomini, con gli scafisti, e addirittura, in un caso e in un rapporto, di aver trasportato criminali». Di Maio è stato anche uno dei primi a definire le ong dei “taxi” per i migranti. In realtà, come abbiamo visto, l’unico elemento su cui basare questa presunta complicità tra ONG e trafficanti arriva dai rapporti di Frontex per uso interno, privi di data e altri riscontri (nulla toglie che potrebbero emergere nuove prove in futuro, ma al momento nessuno ha ancora prodotto elementi più concreti). Nei suoi rapporti Frontex ha criticato le ong per le conseguenze non intenzionali della loro azioni, e per una generica mancanza di collaborazione con le forze di Frontex (critiche a cui diversi responsabili di ong hanno risposto molto duramente). A Di Maio ha risposto questa settimana anche lo scrittore Roberto Saviano.

Cosa c’entrano i tribunali italiani?
Secondo la Stampa, sulla questione “taxi per migranti” stanno indagando tre diverse procure: Palermo, Trapani e Catania. Quest’ultima sembra la più attiva. Il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, ha dato diverse interviste a stampa e televisione. La sua indagine, ha spiegato, per il momento è solo “conoscitiva”: non ci sono indagati né ipotesi di reato. Il suo sospetto principale, ha raccontato, è che alcune di queste ong siano state finanziate in maniera illecita poiché, sostiene, hanno equipaggiamenti e veicoli troppo costosi e che, a suo dire, non si potrebbero permettere.

In un’intervista alla trasmissione Agorà il procuratore ha spiegato meglio i suoi sospetti e ha lasciato intendere che, a suo avviso, l’intera questione potrebbe nascondere un complotto molto più grande e surreale: «A mio avviso alcune ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti e so di contatti. Un traffico che oggi sta fruttando quanto quello della droga. Forse la cosa potrebbe essere ancora più inquietante. Si perseguono da parte di alcune ong finalità diverse: destabilizzare l’economia italiana per trarne dei vantaggi. Se l’informazione è corretta, questo corto circuito non si può creare salvo per effetto di persone che vogliono creare confusione».

L’intervista al procuratore ha suscitato le reazioni di diversi esponenti del governo, come il ministro della Giustizia Andrea Orlando che ha detto: «La Procura di Catania parli attraverso le indagini e gli atti. Ricostruire la storia delle ong come la storia di collusi con i trafficanti è una menzogna». Oggi, il procuratore Zuccaro ha confermato le sue accuse in un’intervista a Repubblica. Zuccaro dice di essere certo che alcune piccole ONG facciano affari con gli scafisti, ma di non avere prove che si possano usare in tribunale. Ad esempio dice di aver ascoltato una misteriosa intercettazione in arabo in cui alcuni scafisti si accordavano con il capitano di un’imbarcazione di una ONG per raccogliere alcuni migranti. Quando sia stata fatta questa intercettazione e da chi, non è chiaro e non è chiaro se i giornalisti di Repubblica che hanno intervistato il procuratore abbiano avuto modo di verificarne l’esistenza.

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