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  • giovedì 27 aprile 2017

Perché i sondaggi francesi ci hanno preso

Le previsioni sono state molto simili al risultato finale, nonostante l'anomalia di avere quattro candidati forti: c'entrano alcune tecniche particolari e una serie di fattori favorevoli

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(GEOFFROY VAN DER HASSELT/AFP/Getty Images)

Nella settimana precedente al primo turno delle elezioni presidenziali francesi, vinto dal centrista Emmanuel Macron, diversi giornalisti ed esperti di sondaggi si erano insospettiti del fatto che tutti i sondaggi che circolavano in quei giorni mostrassero percentuali molto vicine. Qualcuno temeva un “effetto gregge”, come viene chiamato in gergo: cioè la tendenza dei sondaggisti a non diffondere stime troppo diverse da quelle dei loro concorrenti, per evitare brutte figure in caso di previsioni sbagliate. È un fenomeno piuttosto noto a chi si occupa di sondaggi, e in Francia era già capitata una cosa simile quando nel 2002 Jean-Marie Le Pen – fondatore del partito di destra radicale del Front National – arrivò a sorpresa al ballottaggio battendo il candidato dei socialisti. Più di recente, l’effetto gregge è stato tirato in ballo per spiegare risultati imprevisti come la vittoria del Leave nel referendum su Brexit.

In un articolo intitolato “I sondaggisti francesi stanno barando?” pubblicato a quattro giorni dal voto, l’Economist notò che in tutti gli 11 sondaggi pubblicati quella settimana Macron era dato fra il 22 e il 24 per cento, la candidata di destra radicale Marine Le Pen fra il 21,5 e il 23 per cento, François Fillon del centrodestra fra il 18 e il 21 e Jean-Luc Mélenchon della sinistra radicale fra il 18 e il 22. Tutti quanti prevedevano che al ballottaggio sarebbero andati Macron e Le Pen, e che Fillon e Mélenchon si sarebbero contesi il terzo posto. È andata esattamente così: Macron ha vinto col 24 per cento, Le Pen ha preso il 21,3 – un filo meno di quanto prevedevano i sondaggi – e Fillon e Mélenchon sono arrivati vicinissimi, rispettivamente al 20 e 19,5.

Uno degli strumenti più consultati dai giornalisti internazionali, cioè la media dei sondaggi realizzati dagli istituti francesi messa insieme dal Financial Times, ha previsto correttamente i risultati dei quattro candidati più votati con un margine di errore inferiore al punto percentuale.

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Naturalmente non si può escludere che anche in questo caso non ci sia stato un “effetto gregge” che abbia portato a escludere stime considerate fuori misura, e a diffondere risultati simili a quelli dei sondaggi che già circolavano, ma quelle stime si sono rivelate corrette. Un’altra ipotesi, sostenuta in questi giorni da diversi esperti, è infatti che i sondaggisti francesi abbiano semplicemente fatto un ottimo lavoro, aiutati anche da circostanze contingenti.

La maggior parte dei sondaggisti francesi si spiega l’accuratezza delle proprie previsioni col fatto che i sondaggi siano compiuti prevalentemente online. «C’è una parte dell’elettorato che non vuole ammettere al telefono che voterà per Trump o per il Leave», ha detto Jérôme Fourquet dell’istituto Ifop al Financial Times. È una teoria che circola da parecchio – di recente se n’è parlato soprattutto per le differenze fra alcuni sondaggi condotti al telefono e altri compiuti online alle ultime presidenziali americane – ma su cui circolano ancora dubbi e prudenze.

Altri hanno citato strategie più sottili nel raggiungere e pesare adeguatamente le risposte di alcune fasce di elettori. Jocelyn Evans, che insegna all’università di Leeds e si occupa soprattutto dei modelli che prevedono il voto in Francia, ha spiegato a Politico che alcuni istituti hanno adottato un approccio “misto” per ottenere risposte dai gruppi meno inclini a rispondere a sondaggi online, come i giovani e gli anziani. I partecipanti selezionati da questi istituti hanno risposto al sondaggio online, come da prassi, ma in precedenza erano stati contattati al telefono da un operatore, cosa che secondo Evans ha reso più probabile che partecipassero effettivamente al sondaggio.

Un’altra strategia è stata accettare di avere meno dati sugli elettori poco inclini a rispondere ai sondaggi politici, e adeguarsi di conseguenza. Jean-Daniel Lévy, responsabile dei sondaggi politici all’istituto francese Harris Interactive, parlando con Politico ha spiegato: «nei posti dove sapevamo di ricevere meno feedback, soprattutto nel caso dei giovani e degli anziani, abbiamo modificato appositamente i nostri modelli».

Altri due fattori, indipendenti dalle capacità dei sondaggisti, potrebbero avere influito sull’accuratezza finale delle loro previsioni. Il fatto che poche persone abbiano cambiato idea negli ultimissimi giorni di campagna elettorale, e la consueta affluenza piuttosto alta per il primo turno delle presidenziali.

In Francia, nel weekend del voto, è vietato diffondere sondaggi elettorali: gli ultimi che vengono pubblicati dai giornali risalgono quindi a quasi tre giorni prima delle elezioni, cioè l’arco di tempo in cui tradizionalmente gli elettori indecisi scelgono per chi votare. Potenzialmente poteva essere un grosso problema, visto che i quattro candidati erano dati molto vicini fra loro e che nelle ultime settimane si erano registrate delle tendenze precise: Le Pen in declino, Mélenchon e Fillon in rimonta. Gli ultimi due giorni di campagna elettorale però sono stati piuttosto tranquilli, ed evidentemente il voto degli indecisi si è distribuito in maniera uniforme.

L’unica importante tendenza dell’ultimo minuto, secondo alcuni, è stato un ulteriore travaso di voti dal candidato socialista Benoît Hamon a Mélenchon, che infatti ha preso leggermente di più di quanto gli davano i sondaggi. Un altro possibile fenomeno degli ultimi giorni è stato un ulteriore declino di Marine Le Pen, che infatti ha preso un filo meno di quanto le davano i sondaggi. In totale ha ottenuto il 21,3 per cento dei voti: Harry Enten di FiveThirtyEight ha fatto notare che solamente un sondaggio su 164 fra quelli contenuti in un importante archivio la dava così in basso. Nè il suo risultato di quello di Hamon sono stati però sorprendenti, visto che sono stati il risultato di due tendenze individuate da settimane.

Un altro fattore che ha aiutato i sondaggisti è stata l’alta affluenza: vicina al 78 per cento, inferiore di soli due punti rispetto al primo turno delle presidenziali del 2012. Il dato finale è stato in linea con la storia politica francese e le previsioni dei sondaggi; un’affluenza più bassa avrebbe probabilmente scombinato le stime e modificato il risultato finale, considerando anche il consenso piuttosto simile ottenuto dai quattro principali candidati. Paradossalmente, i sondaggisti francesi ci hanno preso di meno sia alle primarie socialiste sia a quelle dei Repubblicani, dove la situazione era più definita. Le stime degli ultimi giorni sottovalutarono sia Hamon sia Fillon perché nessuno aveva un’idea chiara di quali e quante persone sarebbero andate effettivamente a votare. Le previsioni, in entrambi i casi, oscillavano fra i 2 e i 4 milioni: la distanza era troppa per ricavare delle stime affidabili.

Anche i sondaggi in vista del ballottaggio, che si terrà il 7 maggio, sono piuttosto univoci: nessun sondaggio, nemmeno il più sfavorevole, dà Macron a meno del 55 per cento, mentre Le Pen non ha mai ottenuto più del 42-43 per cento, persino in quelli a lei più favorevoli. Facendo la media, al momento Macron è avanti di circa 25 punti.

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Al ballottaggio mancano ancora dieci giorni, e possono succedere molte cose: se però la situazione rimarrà questa fino a pochi giorni prima del voto, una vittoria di Le Pen sarebbe «senza precedenti», ha scritto il noto esperto di sondaggi Nate Silver. «Se anche superasse le previsioni dei sondaggi con le stesse percentuali con cui hanno vinto Trump e il Leave, combinate assieme, perderebbe contro Macron di quasi 20 punti».

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