Ancora proteste e scontri in Venezuela

Le foto delle manifestazioni dei sostenitori e degli oppositori del presidente Maduro, che sono finite con scontri violenti e tre morti

Caracas, 19 aprile 2017 (JUAN BARRETO/AFP/Getty Images)

Mercoledì 19 aprile in Venezuela hanno manifestato sia gli oppositori che i sostenitori del presidente Maduro a Caracas, la capitale del paese. Era il giorno dell’anniversario dell’indipendenza del Venezuela e tutte le forze politiche che si oppongono al presidente Maduro hanno organizzato un evento che hanno definito “la madre di tutte le manifestazioni”. La giornata si è conclusa con violenti scontri, lanci di sassi, molotov, gas lacrimogeni e due morti: uno studente di 17 anni, Carlos Moreno, è stato colpito alla testa da un proiettile mentre si trovava nella zona di San Bernardino, a nord della città, dove un gruppo di motociclisti ha attaccato le persone presenti sparando e lanciando gas lacrimogeni. Paola Ramírez Gomez, studente universitaria di 23 anni, è morta in provincia, a San Cristobal, in circostanze simili: a causa di un colpo di fucile inseguita da dei motociclisti. Dall’inizio delle ultime proteste in Venezuela sono morte otto persone. La procura ha detto che negli scontri di ieri è morto anche un soldato.

Mercoledì mattina all’alba Luisa Ortega, procuratrice generale del Venezuela, aveva chiesto ai manifestanti di rimanere tranquilli e aveva invitato le forze di sicurezza a «rispettare i diritti umani». Due giorni prima però il presidente Maduro aveva spronato i militanti del regime promettendo a ognuno di loro una pistola per «difendere la rivoluzione». Il capitano Diosdado Cabello Rondón, importante dirigente del Partito Socialista al governo, aveva garantito che 60 mila motociclisti sarebbero stati pronti ad affrontare i «golpisti» dell’opposizione.

La sera prima delle manifestazioni, Maduro in diretta su tutte le reti televisive del paese aveva annunciato il “Piano Zamora”, un dispiegamento eccezionale di soldati e di civili armati per difendere la rivoluzione contro un presunto «colpo di stato» sostenuto dagli Stati Uniti. Aveva chiesto anche un’azione giudiziaria contro Julio Borges, presidente dell’Assemblea Nazionale, colpevole di aver lanciato «un appello esplicito per un colpo di stato, per la divisione delle forze armate e per la ribellione contro il suo comando». Il deputato aveva semplicemente detto ai militari di «fermare gli abusi, le molestie e la repressione» contro i manifestanti pacifici.

Nei giorni precedenti alle manifestazioni in due zone amministrate da governatori dell’opposizione c’erano stati scontri e violenze: a Miranda, governata da Henrique Capriles Radonski, ex candidato alle presidenziali del 2013, contro cui lo scorso 8 aprile si è mosso l’ente pubblico incaricato di controllare l’azione dei funzionari stabilendo che Capriles stesso non potesse essere eletto per 15 anni a causa di «irregolarità amministrative»; e a Lara, governata da Henri Falcon ex militare chavista che si è unito all’opposizione. Entrambi i governatori hanno attribuito le violenze di martedì a una manovra del governo centrale per destabilizzare il movimento di opposizione a Maduro.

La mattina di mercoledì l’atmosfera era dunque molto tesa. La strategia dell’opposizione è stata distribuire i ritrovi dei manifestanti in ventisei diverse zone di Caracas, in modo da favorire la partecipazione dei residenti di tutte le classi sociali e quartieri. Il governo però ha deciso di chiudere venti stazioni della metropolitana, di sospendere il traffico degli autobus e di schierare l’esercito agli ingressi della città per evitare l’afflusso dalla provincia. Decine di migliaia di persone sono comunque andate in piazza, ma non sono riuscite tutte a riunirsi in uno stesso punto. In vari quartieri ci sono stati violenti scontri e incidenti.

Come al solito, invece, i sostenitori di Maduro sono stati invitati a radunarsi nel centro della città. Hanno riempito piazza Bolivar in un clima di festa, con i militari in uniforme che marciavano accompagnati dalla banda e davanti alle telecamere. Le televisioni hanno mostrato le immagini della lealtà al governo, mentre i pochi media alternativi al regime, i social network e qualche giornalista indipendente hanno diffuso racconti e foto anche dell’altra parte della giornata, morti compresi. I numeri dei lealisti, scrive il Guardian, sono stati comunque oltrepassati dalle decine di migliaia di persone che hanno partecipato alle proteste in tutto il Venezuela per esprimere la loro rabbia e la loro frustrazione. Tra loro c’erano anche diversi esponenti della Chiesa locale, anche se il Vaticano ha cercato finora di mantenere una posizione neutrale.

Dall’inizio delle proteste, lo scorso 4 aprile, il Forum penale venezuelano, un’associazione non governativa di avvocati che si occupa di tutela dei diritti umani, ha fatto sapere che quasi 1.000 persone sono state fermate dalla polizia: una trentina nella giornata di ieri. Alcuni di questi fermi si sono poi trasformati in veri e propri arresti: il numero dei prigionieri politici sarebbe attualmente arrivato a 146. Tra loro ci sono anche importanti e giovani leader politici.

Per gli osservatori della politica venezuelana, l’attuale situazione può sembrare familiare. Negli anni di governo di Hugo Chávez e del suo successore Maduro ci sono stati molti momenti di tensione che non hanno però portato ad alcun cambiamento significativo: anche se dal 2015 il parlamento unicamerale del paese è controllato dalle opposizioni, la situazione politica del paese è in una fase di stallo.

(Forse il Venezuela si è davvero stufato di Maduro)

Stavolta le cose sembrano diverse, dicono gli esperti. Prima le manifestazioni riguardavano soprattutto la classe media, mentre queste nuove proteste coinvolgono anche gli abitanti dei quartieri più poveri e delle baraccopoli, storicamente solidali con la “rivoluzione socialista” dell’ex presidente Hugo Chávez e con il governo di Maduro. Le proteste hanno poi sostegno internazionale, mentre Maduro è meno appoggiato da paesi tradizionalmente fedeli come Brasile e Argentina, e le opposizioni stavolta hanno superato le loro divisioni per un intento comune. L’economia del paese è in una situazione disastrosa e il Fondo Monetario Internazionale prevede questa settimana che il tasso di disoccupazione supererà il 25 per cento. Le proteste stanno infine diventando sempre più dure: se inizialmente alla testa del corteo si vedevano persone con magliette, cappellini e bandiere, ora ci sono manifestanti con il volto coperto e sassi tra le mani. Maduro ha concluso la giornata di ieri dicendo: «Abbiamo trionfato di nuovo. Siamo qui per governare, governare e governare con la gente».

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