• Scienza
  • mercoledì 12 aprile 2017

Avete mai pensato di donare un rene a uno sconosciuto?

A voi non serve poi così tanto, ma può cambiare la vita di chi lo riceve: lo ha fatto un giornalista di Vox, e lo ha raccontato

(Christopher Furlong/Getty Images)

La forma di donazione del rene che ci è più familiare, perché la fa qualcuno che conosciamo o perché ne leggiamo sui giornali, è quella in cui una persona dona un rene a un parente o a un amico con il quale è compatibile. Senza un rene si può condurre una vita quasi uguale a prima, senza due reni si conduce invece una vita molto difficile e più breve della media. Proprio per questa grande differenza tra la vita da donatori di un rene e quella di chi è in attesa di una donazione – donatore e ricevente devono essere compatibili – ci sono persone che scelgono di sottoporsi all’asportazione dell’organo per donarlo “alla collettività”, cioè a una persona sconosciuta. Uno di loro, Dylan Matthews, ha raccontato la sua storia su Vox, oltre che in un video.

Matthews ha partecipato a una catena di donazioni, un protocollo che è stato ripetuto diverse volte negli Stati Uniti e un paio di volte anche in Italia, dove la donazione di un rene a uno sconosciuto è chiamata “donazione samaritana”, ed è regolata dal ministero della Salute. Può succedere, infatti, che una persona abbia bisogna di un rene, ma che l’amico o il parente che accetta di donarglielo non sia compatibile. In questi casi si può aspettare che un’altra coppia di persone sia nella stessa situazione, e se tra di loro sono compatibili si procede a una donazione “cross over”.

In questo modo i riceventi e i donatori possono essere in tutto quattro: ma se a dare inizio alla catena di donazioni è invece una donazione samaritana, il numero di persone coinvolte può essere molto più alto. Se il donatore e il ricevente che risultano incompatibili si accordano perché il primo doni comunque il proprio rene, quando il secondo ne riceverà uno da uno sconosciuto, si può innescare una serie di trapianti e donazioni tra persone compatibili che non si conoscono. È capitato che queste catene vadano avanti per più coppie di persone: quella di Matthews ha coinvolto in tutto sei persone. Lui è stato il donatore originale, che ha permesso alla catena di cominciare: poi un amico del ricevente ha donato a sua volta il suo rene, e così un amico del secondo ricevente, che lo ha donato al malato che ha chiuso la catena.

Chi riceve un rene può aumentare la propria aspettativa di vita di dieci o più anni. Questo significa che la catena di donazioni a cui ha partecipato Matthews ha “creato” fino a 40 anni di vita per i tre riceventi, complessivamente. Nel 2012 una catena ha coinvolto 30 riceventi. Anche in Italia ci sono state catene di questo tipo, chiamate “cross over”: nel luglio del 2016 una ha coinvolto quattro riceventi, in quella che è stata la seconda catena iniziata da una donazione samaritana. Il Centro Nazionale Trapianti, verificata l’intenzione del primo donatore e degli amici o parenti dei riceventi, ha studiato un modo per combinare le donazioni. La prima donazione è avvenuta a Milano, poi nel giro di 33 ore e mezzo tre uomini e una donna hanno ricevuto un rene, negli ospedali di Pisa, Siena e Bergamo. La prima donazione “samaritana” in Italia risale invece al 2015, mentre la terza e ultima è avvenuta a cavallo tra il 2016 e il 2017, e ha coinvolto dieci persone in tutto.

C’è una legge che la permette dal 1967, ma per anni non si è concretizzato il problema: nessuno si era mai offerto. Poi nel 2010 tre persone si sono offerte di donare il proprio rene alla collettività: è iniziato un dibattito, e il ministero della Salute ha chiesto un parere al Consiglio Superiore di Sanità, che si è espresso in modo favorevole, seppur richiedendo che la selezione dei donatori samaritani segua criteri rigidi. La donazione samaritana è permessa in pochi paesi al mondo, tra cui i Paesi Bassi e i paesi scandinavi.

Matthews, che è un giovane giornalista che ha lavorato prima al Washington Post e ora a Vox, ha spiegato di aver iniziato a pensare di donare un rene dopo aver letto un articolo sul New Yorker nel 2009. Ha raccontato che in parte dipende dalla sua educazione cristiana molto incentrata sulla giustizia sociale, ma che per anni ha rimandato trovando varie scuse, soprattutto per via degli impegni di lavoro. Poi ha conosciuto due persone che lo avevano fatto, e che erano persone normali, che conducevano apparentemente la stessa vita di prima e non avevano avuto problemi con il lavoro.

Chi può iscriversi alla lista di attesa per ricevere un rene ha una malattia renale allo stadio finale, che rende i reni non funzionanti. Le uniche due alternative, in questi casi, sono il trapianto o la dialisi. Nel secondo caso, la vita peggiora di molto: bisogna fare una volta ogni due giorni una seduta di quattro ore attaccati a una macchina che svolge parzialmente il lavoro di filtrazione del sangue di competenza dei reni. Se non si ha una macchina a casa, bisogna passare metà giornata ogni due in un ospedale. Significa che non si possono fare viaggi e che lavorare diventa molto complicato: oltre ai problemi fisici che la dialisi comporta, aumenta molto le probabilità di soffrire di depressione. Ma soprattutto, le macchine per le dialisi svolgono soltanto circa il 10 per cento del lavoro dei reni: una persona ogni quattro che si sottopone a dialisi non sopravvive per più di un anno, e il 67 per cento muore entro i cinque anni. È più o meno il tasso di mortalità del tumore al cervello.

Per essere ammessi come donatori samaritani, in Italia come negli Stati Uniti, bisogna sottoporsi a impegnativi test del sangue e delle urine, per capire con quali dei possibili riceventi sarà compatibile il proprio sistema immunitario. Superati i test di questo tipo ce ne sono altri, psicologici. Sono altrettanto scrupolosi, e il ministero insiste molto nella sua promozione sul fatto che deve essere una scelta consapevole, non condizionata e gratuita. Per evitare la possibilità che qualcuno accetti soldi in cambio della propria donazione, donatore e ricevente non vengono messi in contatto e rimangono sconosciuti (Matthews invece sa chi ha ricevuto il suo rene, ed è in contatto con lui). In Italia la donazione samaritana è ammessa solo nel caso del rene.

Una volta che c’è un paziente che ha bisogno di un rene ed è compatibile, i medici studiano come strutturare l’eventuale catena di donazioni, e si programma l’operazione. Il chirurgo fa solitamente tre incisioni: due più piccole, sul fianco, per gli strumenti e la telecamera, e uno più largo all’altezza dell’ombelico, per estrarre un rene. Matthews ha spiegato che nonostante sia un intervento molto invasivo – ti tolgono pur sempre un rene – ha un tasso di mortalità molto basso, di 1,3 su 10mila nel caso in cui non si soffra di ipertensione.

La parte della storia che spaventa più persone è il recupero dopo l’operazione, e soprattutto la vita che viene dopo. Non ci sono prove, intanto, che la donazione di un rene riduca l’aspettativa di vita. Ci possono essere delle piccole complicazioni dopo l’operazione, come delle infezioni delle vie urinarie, e il rischio di sviluppare un’insufficienza renale nel corso della propria vita aumenta leggermente: ma rimane sempre tra l’1 e il 2 per cento. I primi giorni di recupero dopo l’operazione sono abbastanza dolorosi, perché non è permesso bere e perché bisogna smaltire i gas pompati nella cavità addominale durante l’operazione, per aiutare il chirurgo.

Ma una volta tornato a casa, tre giorni dopo l’operazione, Matthews ha spiegato che il peggio era di gran lunga passato: il giorno successivo è uscito a bere una birra con i colleghi (e l’ha bevuta, la birra) e quello dopo ancora al cinema. La settimana successiva non è andato a lavorare, ma dice che è stato più come essere in vacanza che in convalescenza.

«Prima dell’operazione, una dottoressa mi ha detto che la maggior parte dei pazienti arrivano a un punto, solitamente tre o quattro settimane dopo, in cui si fermano e capiscono che si sentono di nuovo completamente normali. Sono arrivato a quel punto nella mia seconda settimana di nuovo al lavoro. Non era tanto una cosa specifica, più che altro sentivo che non c’era più niente di strano o diverso. La mia vita era di nuovo com’era prima dell’operazione. Ed è successo molto, molto velocemente».

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