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  • lunedì 10 aprile 2017

Tre domande sul caso Madia

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

Ci sono ancora cose che non tornano nella spiegazioni date dalla ministra per difendersi dalle accuse di plagio della tesi di dottorato

(ANSA/ GIUSEPPE LAMI)

Ci sono ancora alcune cose che non tornano nella vicenda della tesi di dottorato di Marianna Madia, ministra della Pubblica amministrazione, accusata di plagio da un articolo del Fatto Quotidiano. La ministra si è difesa pubblicando la sua tesi e minimizzando le accuse con un post su Facebook. Professori e accademici sono concordi nel dire che nella tesi della ministra sono presenti scorrettezze e violazioni degli standard accettati dalla comunità scientifica, ma sono divisi sulla loro gravità. Al momento non abbiamo le informazioni necessarie a capire se sia un episodio di poca importanza, che mette in mostra soltanto il pressapochismo con cui la tesi è stata scritta e poi controllata, o se sia una vicenda più grave, come quelle che in passato hanno causato le dimissioni di membri del governo in diversi paesi europei.

Madia è mai stata all’università di Tilburg?
La parte principale della tesi di Madia è costituita da un esperimento in cui un gruppo di persone ha interpretato imprenditori e lavoratori nel corso di una serie di simulazioni, in cui premi in denaro venivano utilizzati per simulare gli incentivi del mercato di lavoro. Madia ha scritto nella tesi che l’esperimento si è svolto nell’università olandese di Tilburg, un prestigioso istituto con un dipartimento di Economia molto apprezzato in Europa. Madia non fornisce molti altri dettagli sull’esperimento, per esempio non dice quando sarebbe avvenuto. Al Post risulta che sia stato svolto nell’autunno del 2008, dopo che Madia era stata eletta alla Camera. In una nota a piè di pagina della tesi, Madia ringrazia per l’aiuto ricevuto nell’esperimento due ricercatrici, Caterina Giannetti e Maria Bigoni, oggi professoresse associate e all’epoca studentesse in visita a Tilburg. All’inizio della tesi, Madia ha scritto di essere stata anche lei “short visiting student” dell’università nel corso del 2008.

Il problema è che l’università di Tilburg ha confermato al Post che Madia non è mai stata ufficialmente “visiting student”, come aveva scritto il Fatto Quotidiano venerdì scorso. Il Fatto ha anche aggiunto che Madia non ha avuto alcun ruolo nell’esperimento e non è mai stata a Tilburg, ma di queste due accuse non ci sono conferme ufficiali. Anzi: Roberto Perotti, professore di economia all’università Bocconi, ha scritto di aver parlato con alcuni testimoni che confermano sia che Madia è stata a Tilburg, sia che l’esperimento si è svolto realmente. La professoressa Bigoni (una delle due ricercatrici ringraziate da Madia nella tesi) ha detto al Post che Madia non era presente durante la prima sessione dell’esperimento e che non l’ha mai incontrata a Tilburg. Bigoni però ha aggiunto che in campo accademico è possibile che l’autore di un esperimento non partecipi direttamente alle sperimentazioni, ma si limiti a raccogliere e analizzare i dati. Diversi accademici hanno confermato questa circostanza al Post.

Andrea Moro, professore di Economia alla Vanderbilt University, ha spiegato: «È possibile che un “principal investigator” [Madia, in questo caso] non partecipi fisicamente agli esperimenti e deleghi la conduzione a dei “research assistants”». In questi casi, però, è necessario segnalare con chiarezza chi ha svolto fisicamente l’esperimento, senza limitarsi a un generico ringraziamento. Moro, però, aggiunge che «questo tipo di condotta (delega di conduzione dell’esperimento senza co-autoraggio) è abbastanza insolita fra due ricercatori che hanno un rapporto paritario, come due studenti di dottorato».

Se Madia avesse partecipato più o meno indirettamente all’esperimento, quindi, avrebbe commesso soltanto una scorrettezza di secondaria importanza. Se invece venisse confermato, come dice il Fatto, che Madia non ha preso parte a nessuna fase dell’esperimento (il che sembra al momento piuttosto difficile), la questione diventerebbe più grave. Tramite i suoi avvocati, Madia ha smentito la ricostruzione del Fatto e ha fatto sapere che “nelle sedi opportune” dimostrerà tramite testimonianze di aver svolto effettivamente l’esperimento. L’università di Tilburg ha aperto un’indagine sul caso, ma non è ancora in grado di confermare se Madia abbia o no partecipato all’esperimento.

Madia è stata aiutata nella scrittura della tesi?
Diversi elementi all’interno della tesi fanno sospettare che Madia potrebbe aver scritto alcune parti della sua tesi in collaborazione con altre persone, senza chiedere l’autorizzazione necessaria e senza segnalarlo adeguatamente. Il secondo capitolo, per esempio, è molto simile a un articolo firmato da Madia e da Caterina Giannetti e pubblicato sul Cambridge Journal of Economics nel 2013. Inoltre, secondo il Fatto, il capitolo in questione sarebbe stato firmato da entrambe le ricercatrici in una prima versione della tesi inviata ai relatori per un esame preliminare. Il nome di Giannetti sarebbe stato poi eliminato dalla versione definitiva.

Interpellata da Perotti, Giannetti ha confermato di aver lavorato insieme a Madia nella scrittura del capitolo in questione. Consultando i metadati del documento, risulta che il PDF della tesi di Madia sia stato creato da Giannetti, ma questo di per sé non conferma niente: anche in un lavoro congiunto il file PDF potrebbe essere stato creato da un solo computer. La professoressa Giannetti ha rifiutato di rispondere alle domande del Post su questo argomento. Anche Madia ha preferito non fare ulteriori dichiarazioni. Non comunicare il proprio co-autore o far scrivere parte della propria tesi a una terza persona è considerato un comportamento grave in ambito accademico.

Che ruolo hanno avuto i relatori della tesi?
Oltre a quelle che abbiamo elencato, nella tesi di Madia sono presenti altre scorrettezze e imprecisioni che avrebbero dovuto essere rilevate dal relatore, il professor Giorgio Rodano, o dal suo tutor, il professor Fabio Pammolli, all’epoca direttore della scuola. L’esperimento di Tilburg, per esempio, è stato realizzando seguendo i protocolli elaborati da un altro gruppo di economisti il cui contributo non è stato adeguatamente citato. Inoltre la tesi contiene circa quattromila parole che risultano copiate secondo i software anti-plagio. Il Fatto ha messo a disposizione online la tesi di Madia con tutti i plagi evidenziati.

Fino a questo momento i relatori – che oggi non si trovano più all’IMT, la scuola di specializzazione dove Madia ha conseguito il dottorato alla fine del 2008 – hanno sostenuto la correttezza della tesi e si sono rifiutati di riconoscere errori e problemi al suo interno. Secondo diversi accademici interpellati dal Post, invece, non sono imprecisioni di poco conto. Secondo Perotti, «nella tesi ci sono interi passaggi, in alcuni casi di parecchie righe, copiati da altri articoli. Non c’è dubbio che sia una pratica scorretta e indifendibile». Il professor Moro ha scritto sul blog Noise from Amerika, che questi errori vengono commessi di solito da parte degli studenti «alle prime armi», ma che nel caso di Madia la «sistematicità» delle copiature indica «una disonestà o ingenuità dell’autore che dovrebbe essere ovvia non solo a chiunque faccia il nostro lavoro, ma anche al pubblico».

Se gli unici problemi della tesi di Madia fossero i plagi rilevati dal Fatto, il caso risulterebbe meno grave e ambiguo di altri episodi ai quali è stato paragonato, per esempio quello del ministro della Difesa tedesco Karl-Theodor zu Guttenberg, costretto a dimettersi nel 2011 in seguito alla scoperta di un plagio nella sua tesi. Guttenberg disse di aver impiegato sette anni a scrivere la tesi, dedicando alla scrittura i ritagli di tempo della sua attività politica; ma invece fece scrivere una decina di pagine a un suo collaboratore parlamentare, copiò per intero gran parte del suo lavoro e non citò gran parte delle fonti. La gravità del plagio di Guttenberg è messa in evidenza dall’immagine qui sotto: le strisce bianche rappresentano le uniche pagine senza plagi.

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Resterebbe però la responsabilità dei relatori di Madia, che non hanno notato e invitato a correggere una serie di scorrettezze evidenti e relativamente facili da rilevare per gli esperti. Il sospetto di alcuni è che Madia abbia ricevuto un trattamento di favore dall’IMT, una scuola di specializzazione fondata nel 2005 con il contributo dell’allora presidente del Senato Marcello Pera. All’epoca della scrittura della tesi, infatti, Madia era candidata capolista in Lazio col Partito Democratico, una posizione che garantiva l’elezione alla Camera, come è infatti avvenuto alle elezioni politiche che si sono svolte il 14 e 15 aprile 2008. Durante la scrittura della tesi, Madia condusse attivamente la campagna elettorale e dopo il voto partecipò regolarmente alle votazioni parlamentari. L’IMT di Lucca ha annunciato un’indagine sul caso.

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