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  • mercoledì 29 marzo 2017

È iniziata Brexit

La lettera con la formale richiesta del Regno Unito di attivare la procedura per lasciare l'Unione Europea è stata consegnata a Donald Tusk: cosa succede adesso

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Donald Tusk, il presidente del Consiglio Europeo, riceve la lettera per Brexit firmata dall'ambasciatore britannico presso l’UE, Tim BarrowIl (EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images)

Nella notte di martedì 28 marzo, la prima ministra del Regno Unito, Theresa May, ha firmato la lettera con la richiesta formale di lasciare l’Unione Europea, come indicato dalla maggioranza dei cittadini britannici con il referendum della scorsa estate sulla cosiddetta “Brexit”. La lettera è stata consegnata alle 13:30 (ora italiana) a Donald Tusk, il presidente del Consiglio Europeo, dall’ambasciatore britannico presso l’UE, Tim Barrow. Il passaggio formale era l’ultimo necessario per attivare l’Articolo 50 del Trattato di Lisbona, che stabilisce le procedure nel caso in cui uno stato membro voglia lasciare l’Unione Europea. Nelle settimane scorse May aveva ottenuto l’autorizzazione del Parlamento britannico per procedere, altro passaggio necessario perché il referendum del 2016 aveva solo valore consultivo.

Stamattina May ha presieduto un breve Consiglio dei ministri per aggiornare il governo sull’attivazione dell’Articolo 50. In seguito ha tenuto un discorso in Parlamento per confermare di avere richiesto l’uscita del Regno Unito dalla UE. Nel discorso, che era stato ampiamente anticipato dai media britannici, May ha promesso di “rappresentare ogni persona in tutto il Regno Unito” durante i negoziati con le autorità europee, compresi i cittadini della UE che da tempo vivono e lavorano nel paese grazie agli accordi sulla libera circolazione delle persone e delle merci, che ora dovranno essere rivisti. May ha sostenuto la necessità di riunire il paese dopo le divisioni nate durante la campagna referendaria su Brexit. Proprio ieri il Parlamento scozzese ha appoggiato la proposta del primo ministro della Scozia, Nicola Sturgeon, di tenere un nuovo referendum per l’indipendenza: la scorsa estate in Scozia avevano prevalso nettamente i voti per restare nell’Unione Europea, mentre un precedente referendum sull’indipendenza era fallito proprio perché, secondo molti, gli scozzesi temevano che lasciare il Regno Unito avrebbe comportato lasciare l’Unione Europea.

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Cosa succede adesso
L’attivazione formale dell’Articolo 50 è solo il primo di una lunga serie di passaggi per rendere possibile Brexit. Dopo averne ricevuto comunicazione formale, i capi di stato e di governo della UE si riuniranno il 29 aprile per prendere atto della richiesta del Regno Unito, dando mandato alla Commissione Europea di negoziare i dettagli della sua uscita dall’Unione. A maggio la Commissione renderà pubblica una serie di linee guida su come gestire le trattative, sulla base delle indicazioni e del mandato ricevuti dai leader europei. I negoziati veri e propri dovrebbero iniziare intorno a giugno, mentre in autunno il governo britannico provvederà alle prime proposte di legge per sostituire le normative UE con propri regolamenti.

Dal momento della sua attivazione, l’Articolo 50 dà due anni di tempo per trattare l’uscita di uno Stato dall’Unione Europea: le trattative potrebbero concludersi nell’autunno del 2018. Nei mesi seguenti, Parlamento britannico, Consiglio Europeo e Parlamento Europeo dovranno votare e ratificare gli accordi raggiunti tra le due parti. A marzo del 2019 la Brexit potrebbe essere quindi completa, con la definitiva uscita del Regno Unito. Nel caso di ritardi e contrattempi, solamente l’UE avrà l’autorità per decidere se estendere o meno il periodo di due anni previsto per le trattative dall’Articolo 50: è l’Europa, quindi, ad avere il coltello dalla parte del manico, diciamo.

Negoziati
Dopo avere firmato la sua lettera con la richiesta formale per Brexit, May nella serata di ieri si è sentita telefonicamente con Tusk, con il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker e con il cancelliere tedesco Angela Merkel. Dopo il referendum i rapporti tra le principali autorità europee e May – che è subentrata a David Cameron, che aveva avviato il referendum sostenendo il “Remain” – continuano a essere cordiali, ma ci sono molti punti su cui sarà difficile trovare un accordo. Il governo britannico ha detto più volte di volere negoziare contemporaneamente uscita dalla UE e nuovi accordi commerciali, mentre i leader europei hanno più volte ripetuto che i due temi devono essere trattati separatamente.

I punti su cui trovare un accordo nei prossimi mesi sono moltissimi, considerato che per decenni il governo britannico ha applicato normative e regolamenti decisi insieme agli altri stati dell’Unione Europea. Il Regno Unito uscirà dal mercato unico europeo e dovrà quindi concordare nuove modalità per il libero commercio con la UE. Sarà inoltre necessario concordare con i singoli stati europei lo status dei loro cittadini che vivono e lavorano nel Regno Unito, così come quello dei britannici che vorranno vivere e lavorare nei paesi della UE, o che già lo fanno. Il governo di May dovrà inoltre provvedere a rivedere tutte le leggi che prevedono la possibilità di ricorrere alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, così come quelle che riguardano la gestione dei servizi di intelligence e la loro collaborazione con il resto degli stati europei.

Salvo ritardi, domani il governo britannico presenterà una prima bozza con i dettagli sul “Great Repeal Bill”, l’insieme di provvedimenti per convertire leggi e regole della UE e se necessario inserirle direttamente nell’ordinamento britannico. La legge conterrà anche le indicazioni necessarie per abolire la Legge sulle Comunità europee del 1972, che di fatto sancisce il primato delle leggi UE su quelle del Regno Unito.

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