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  • sabato 25 marzo 2017

La prima grande sconfitta di Trump

Il primo importante passaggio legislativo della sua amministrazione, la riforma sanitaria, è fallito in maniera molto netta: cosa se ne dice, e quali saranno le conseguenze

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(SAUL LOEB/AFP/Getty Images)

Nella giornata di venerdì 24 marzo, Donald Trump ha subìto la sua prima importante sconfitta da quando è diventato presidente degli Stati Uniti. La sua proposta di riforma di Obamacare, la storica riforma sanitaria introdotta dal suo predecessore Barack Obama nel 2014, è stata ritirata pochi minuti prima che venisse votata dalla Camera, dove secondo i calcoli dei principali giornali americani sarebbe stata bocciata: una trentina di deputati Repubblicani avevano infatti fatto sapere che non l’avrebbero votata, ciascuno per i propri motivi (alcuni la consideravano troppo morbida, altri eccessivamente dura con gli americani più poveri).

La proposta, che la Casa Bianca aveva formulato insieme alla dirigenza del partito Repubblicano, era da settimane molto controversa e dibattuta. In due separate conferenze stampa tenute ieri dopo il ritiro della proposta, sia Trump sia Paul Ryan, lo speaker della Camera, hanno ammesso la sconfitta e spiegato che la riforma non verrà ripresentata a breve: «Nell’immediato futuro Obamacare rimarrà in vigore», ha spiegato laconicamente Ryan.

La decisione di Trump di spendere il proprio capitale politico – enorme, per un presidente a inizio mandato – sulla riforma sanitaria sembrava un’iniziativa sensata: durante la campagna elettorale una delle poche cose su cui Trump e i Repubblicani andavano davvero d’accordo era che Obamacare andasse abolita. Da allora, però, non sono riusciti a trovare una riforma che fosse in grado di sostituirla in maniera efficace: la loro proposta, portata avanti soprattutto dallo speaker della Camera Paul Ryan e che prevedeva vantaggi per i più giovani e i ricchi, non è piaciuta praticamente a nessuno fra i politici Repubblicani, e secondo diversi osservatori mancava di un’idea davvero forte che convincesse anche gli elettori. Secondo un calcolo del Congressional Budget Office – un organo indipendente simile alla Ragioneria dello Stato italiano – da qui al 2026 circa 24 milioni di persone avrebbero perso la propria copertura, se fosse passata la riforma Repubblicana. È abbastanza indicativo il fatto che da due mesi a questa parte, cioè da quando i Repubblicani hanno iniziato a discutere di come cambiare Obamacare, il suo tasso di popolarità sia cresciuto notevolmente, fino a superare quello di impopolarità.

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Il primo a tenere una conferenza stampa dopo il ritiro della proposta è stato Paul Ryan, che ha ammesso la sconfitta – «non ve lo nascondo: oggi è un brutto giorno per noi» – ha spiegato che la riforma non verrà riproposta a breve e soprattutto ha ammesso che i parlamentari Repubblicani non si sono ancora abituati a governare dopo aver passato dieci anni all’opposizione (in realtà i Repubblicani controllano la Camera dal 2011 e il Senato dal 2014, anche se in concomitanza con un presidente Democratico particolarmente popolare). Ryan ha confermato un timore che avevano in molti, ma che secondo diversi osservatori rivela anche l’inadeguatezza del partito e delle sue strutture: i Repubblicani hanno passato otto anni a criticare duramente Obamacare, e al momento della verità non sono stati capaci di formulare una proposta alternativa convincente.

Qualche minuto dopo ha parlato anche Trump, che ha tenuto una conferenza strana dai toni dimessi come raramente è accaduto in passato. Trump ha spiegato di avere “imparato molto” da queste settimane di negoziati, ha provato a dare la colpa del ritiro della riforma ai Democratici – ma con una critica piuttosto generica, e senza attacchi personali – e lasciata aperta la possibilità di trovare un compromesso con loro per modificare Obamacare.

La sconfitta, insomma, è stata piuttosto netta ed è probabile che se ne parlerà per giorni: nelle ore successive al ritiro della riforma né Trump né Ryan né i loro collaboratori si sono accusati di esserne responsabili, probabilmente per non peggiorare ulteriormente la situazione. È difficile, inoltre, individuare chi dei due abbia maggiori responsabilità di questo fallimento: Ryan ha confezionato materialmente la proposta di riforma, ma Trump ha usato tutto il suo capitale politico e la sua forza di persuasione – celebrata a lungo da lui stesso e dai suoi ammiratori – eppure tutto questo non è bastato. Alcuni sostengono inoltre che le dinamiche di questa sconfitta mostrano debolezze strutturali nelle capacità di Trump di fare il presidente: Ezra Klein, direttore di Vox, ha spiegato di aver letto tutte le più recenti dichiarazioni di Trump sulla riforma, e di aver realizzato che il livello di comprensione della legge da parte di Trump era «evidentemente basso». Una fonte di Ryan Lizza, rispettato giornalista politico del New Yorker, qualche giorno fa gli aveva detto: «i Repubblicani sono stupefatti da quanto Trump sia in difficoltà: sembra che non capisca né le implicazioni politiche né i dettagli [di questa legge]».

Non tutti sono così pessimisti sulle conseguenze e le implicazioni della sconfitta di ieri: Matt Lewis, giornalista del Daily Beast e commentatore politico per CNN, ha spiegato ad esempio che Trump può consolarsi col fatto di non aver trascinato la discussione e i negoziati per mesi, col rischio di logorarsi ulteriormente, e quindi di fatto di avere contenuto i danni.

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