OMB Director Mick Mulvaney And White House Press Secretary Sean Spicer Brief The Media At The White House

Trump ora accusa l’intelligence britannica di averlo spiato su ordine di Obama

E l'intelligence ha definito le accuse «completamente ridicole»: è l'ultimo capitolo di una vicenda grottesca

OMB Director Mick Mulvaney And White House Press Secretary Sean Spicer Brief The Media At The White House
Sean Spicer (Chip Somodevilla/Getty Images)

Tra giovedì e venerdì ci sono stati nuovi sviluppi nella grottesca vicenda delle accuse rivolte da Donald Trump a Barack Obama sulle presunte intercettazioni illegali che Obama avrebbe ordinato sulle telefonate fatte dalla Trump Tower prima delle elezioni dello scorso 8 novembre. Le accuse, rivolte sbrigativamente per la prima volta da Trump il 4 marzo su Twitter, non sono mai state confermate; la stessa amministrazione Trump non ha mai mostrato alcuna prova che le rendesse concrete e fondate. Giovedì Sean Spicer, portavoce della Casa Bianca, ha accusato Obama di avere intercettato le telefonate di Trump tramite i servizi di spionaggio e controspionaggio del settore delle comunicazioni del Regno Unito, il GCHQ (Government Communications Headquarters). Secondo Spicer, in questo modo Obama avrebbe voluto evitare che si potesse risalire a un coinvolgimento dell’amministrazione americana. La fonte delle nuove gravi accuse di Spicer non sono né documenti d’inchiesta né rapporti di intelligence: sono delle cose dette pochi giorni prima da Andrew Napolitano, un opinionista su temi giuridici, sul canale televisivo Fox News, un network di destra e che ospita opinionisti spesso inaffidabili.

Un portavoce del primo ministro Theresa May ha detto venerdì che la Casa Bianca ha assicurato al governo britannico che le accuse precedentemente fatte da Spicer contro il GCHQ non verranno ripetute. Tuttavia non sono state fatte scuse ufficiali per quanto accaduto.

L’intelligence britannica, che coopera regolarmente con i servizi statunitensi e che è stata coinvolta nello scandalo provocato dalla diffusione dei documenti dell’ex analista della National Security Agency americana (NSA) Edward Snowden, ha negato qualsiasi coinvolgimento definendo le accuse «completamente ridicole”. Il giornalista che a Washington si occupa di sicurezza per BBC, Gordon Corera, ha scritto che è molto inusuale che il GCHQ risponda direttamente ad accuse sul suo lavoro di intelligence, così come è inusuale che usi l’espressione «completamente ridicole». Queste cose sono entrambe la prova di quanto il GCHQ prenda le accuse seriamente, non volendo farsi coinvolgere nelle polemiche politiche statunitensi alimentate dall’amministrazione Trump. Tim Farron – leader dei Liberal-democratici britannici – ha detto che Trump con quelle accuse stava «compromettendo le vitali relazioni di sicurezza tra Regno Unito e Stati Uniti per cercare di coprire il suo proprio imbarazzo» su questa vicenda.

Fin dall’inizio le accuse di Trump a Obama sono state molto dure e allo stesso tempo molto deboli. Nei primi tweet pubblicati sulla vicenda, Trump aveva paragonato queste presunte intercettazioni al maccartismo – ciò a quel periodo negli anni Cinquanta in cui moltissime persone sospettate di avere idee vicine al comunismo vennero indagate e in molti casi rimosse dal proprio posto di lavoro – e allo scandalo Watergate, che coinvolse il presidente Richard Nixon e lo portò poi a dimettersi. Obama aveva smentito immediatamente le accuse e pochi giorni dopo era intervenuto anche il capo dell’FBI James Comey, che aveva chiesto al dipartimento della Giustizia statunitense di smentire pubblicamente le affermazioni di Trump, dicendo che erano false e che dovevano essere necessariamente corrette. Lunedì sera Sean Spicer aveva ridimensionato l’intera questione durante una conferenza stampa con i giornalisti: aveva sostenuto che Trump avesse accusato Obama di avere fatto delle “intercettazioni”, tra virgolette, e che quindi quella parola non fosse da prendere alla lettera. E per finire giovedì i leader dei Repubblicani e dei Democratici della commissione di Intelligence al Senato statunitense hanno concluso che non c’è alcuna prova per sostenere le accuse del presidente. La stessa conclusione era già stata raggiunta dalle controparti alla Camera.

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