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  • giovedì 16 marzo 2017

Come Internet ci ha divisi

Francesco Guglieri sulle conseguenze meno ovvie, ma ormai evidenti, dell'informazione online: le disuguaglianze culturali aumentano

Pendolari all'edicola della stazione Chivasso, 14 dicembre 1954 (©Silvio Durante / LaPresse - Archivio storico Chivasso)

Lo scorso 18 febbraio Francesco Guglieri – che scrive per diversi giornali e lavora alla narrativa straniera di Einaudi – ha pubblicato su pagina99 un articolo sulle conseguenze meno ovvie dell’uso di Internet per l’informazione. La rete, dice, probabilmente ha fatto aumentare la disuguaglianza culturale, invece che ridurla: ha portato a una proliferazione delle nicchie, tanto da farle diventare praticamente ininfluenti, e ha causato non la fine del mainstream bensì il suo aumento in una forma sempre più provinciale.

«Tra le tante nevrosi che possono affliggere la vita di un uomo la mia è, tutto sommato, una delle più innocue. O almeno così mi auguro. Arreca al massimo un po’ di fastidio a chi, in quel momento, mi accompagna. La mia mania è questa: mi devo fermare davanti a ogni edicola. Ecco, l’ho detto. O almeno rallentare il passo così da poter dare un’occhiata alle rastrelliere e agli espositori, controllare le copertine delle riviste, scoprire le novità, qualche gustoso allegato, il primo fascicolo di una raccolta. Lo faccio anche se so bene che non c’è nulla di nuovo, niente che mi interessi o che non sappia: e lo so perché l’avevo già verificato all’edicola di quattro isolati fa. E se da bambino pensavo che quello dell’edicolante fosse il lavoro più bello del mondo (poter leggere tutti i giornali che si vuole in ogni momento!), ancora oggi accarezzo l’idea di scrivere un libro che celebri questi cubicoli umili e famigliari, altari laici dell’identità nazionale.

A differenza di altre nevrosi, non mi sono serviti anni di analisi per venirne a capo. So benissimo da dove nasce questa ossessione: “quando non c’era internet” (per citare un bel libro di Angelo Morino di qualche anno fa), per un ragazzino in provincia l’edicola era l’unica finestra attraverso cui il mondo esterno faceva capolino nella tua vita. Come i campi in cui gli aerei delle organizzazioni umanitarie paracadutano le derrate alimentari, così correvi all’edicola per saziare la tua fame di novità, informazioni, fantasie, illusioni: prima fra tutte l’illusione di partecipare a una discussione pubblica più grande della cittadina in cui stavi. O almeno origliarla. Era il piccolo mondo antico della scarsità, in cui ci si doveva far bastare quello che c’era, anche se quasi mai quello che c’era bastava, o era esattamente quello di cui avevi bisogno.

Negli ultimi tempi, però, mi sono accorto di una cosa: sempre più spesso capita che passi davanti a un’edicola senza fermarmi. Meglio! direte voi: Era ora! Può darsi, ma il fatto è che l’epoca della scarsità è finita da un pezzo e oggi la mia “dieta informativa” è completamente diversa. Ricevo il New Yorker direttamente sull’iPad il giorno stesso dell’uscita, la mattina do un’occhiata al New York Times, attraverso i feed rss o twitter sono informato dei pezzi più interessanti del Guardian, dell’Atlantic, di New Republic, sospiro davanti alle copertine del New York Times Magazine (le più belle, opera dell’art director Matt Willey e della design director Gail Bichler), mi salvo i pezzi lunghi di Bloomberg, perdo la testa dietro le riviste più eccitanti degli ultimi tempi come Outline, The Ringer o Real Life. Pure troppo, glosserà qualcuno: e non ha tutti i torti. La quantità di informazione a cui ognuno è sottoposto non solo è ben al di sopra della disponibilità di tempo per consumarla, ma è tale che quasi altrettanto tempo è richiesto per la sua gestione: selezionare i contatti sui social network che so che mi passeranno i link più freschi, creare dei filtri per ricevere solo i contenuti che mi interessano davvero, tenere in ordine e non far proliferare la lista degli articoli salvati (ad esempio su Pocket, un’app per archiviarli e leggerli offline), ricambiare l’affetto di internet condividendo a mia volta quello che ho trovato di più interessante. Filtri umani e digitali per arginare l’oceano di notizie, articoli, storie, longform, contenuti in cui sono immerso come l’omino nel detersivo di un vecchio carosello. Certo, questa più che dell’abbondanza è l’età della distrazione, il grande tema psicologico, economico e politico dei prossimi anni. Ma quello che non è mai abbastanza chiaro è che siamo distratti dalle cose belle, non da quelle brutte. Dai contenuti insulsi, stupidi o poco interessanti, insomma: dal rumore, siamo tutti in grado di difenderci — non foss’altro che a un certo punto uno si stufa. È il bello che ti frega. Quello che riesce a passare questi filtri — ed è tanto — forse mi fa perdere tempo ma allo stesso tempo mi informa, arricchisce gli strumenti con cui leggo il mondo, mi diverte e intrattiene, mi è utile al lavoro e come cittadino: mi fa crescere. Insomma, alla fine tutto il contrario di una perdita di tempo».

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