Come funzionano i taxi in Italia, spiegato

La storia delle licenze, i tentativi di liberalizzazione e le altre cose da sapere per capire le proteste degli ultimi giorni

(ANSA / ETTORE FERRARI)
(ANSA / ETTORE FERRARI)

Ieri governo e rappresentati dei tassisti hanno raggiunto un accordo dopo uno sciopero durato una settimana e una serie di manifestazioni che in molti casi sono diventate anche piuttosto violente. Al centro dell’accordo c’è la promessa da parte del ministero dei Trasporti di produrre, entro 30 giorni, un nuovo regolamento sui servizi di noleggio auto con conducente (i cosiddetti NCC), che secondo i tassisti fanno concorrenza sleale nei loro confronti: lo sciopero e le manifestazioni erano cominciati dopo che si era iniziato a parlare del possibile rinvio di 12 mesi per l’approvazione del regolamento.

Per alcuni si è trattato di una vittoria dei lavoratori contro le multinazionali, come Uber, che sfrutterebbero le pieghe della legislatura italiana per fare profitti ingiusti. Secondo altri, invece, è l’ennesima vittoria per la categoria dei tassisti che, grazie alla sua capacità di mobilitazione, da anni gode di una situazione di privilegio grazie a un sistema di regole arcaico e che non ha nessun interesse a migliorare.

Come funzionano i taxi in Italia
In Italia il taxi costituisce un mezzo di trasporto pubblico non di linea e per questo è strettamente regolato dalle legge 21 del 1991. Per diventare tassisti bisogna avere un particolare tipo di patente, superare un esame ed iscriversi a un albo presso la propria Camera di Commercio. Il passaggio più difficile però è quello successivo: acquistare la licenza necessaria ad esercitare la professione. Le licenze sono concesse dai comuni, sulla base di regolamenti stabiliti a livello regionale, ma i concorsi per assegnarne di nuove sono rarissimi. In alcune grandi città sono decenni che il numero di licenze rimane stabile e i loro proprietari le rivendono privatamente e spesso a prezzi altissimi quando decidono di andare in pensione o cambiare lavoro. Tenere basso il numero di licenze è quindi il modo principale che la categoria ha per difendere i propri interessi: meno taxi ci sono, più lavoro avrà ogni singolo tassista e più varranno le licenze quando sarà il momento di venderle.

Ogni tassista è proprietario, oltre che della licenza, anche dell’autovettura. La legge non consente di detenere più di una licenza, ma permette che, per alcuni turni, il taxi venga guidato da un sostituto del titolare della licenza. I tassisti quindi non sono dipendenti, ma artigiani o piccoli imprenditori che possono associarsi in cooperative. I conducenti di NCC, invece, sono sottoposti a minori regole e controlli e non devono acquistare costose licenze per esercitare la loro attività. Per queste ragioni, i tassisti ritengono la loro una concorrenza sleale: offrono in teoria lo stesso servizio, o uno molto simile, ma con un carico di adempimenti molto inferiore.

Spesso i tassisti si iscrivono a un servizio di radiotaxi, cioè una centrale che smista le chiamate di persone che hanno bisogno di essere trasportate ai singoli tassisti. È un servizio in genere molto frammentato: a Milano, ad esempio, ci sono tre centrali radiotaxi, ognuna con il suo numero di telefono che è necessario chiamare per avere un taxi. Significa che ogni volta che chiamate un taxi non avete a disposizione l’intera flotta cittadina, ma soltanto i taxi iscritti a quel particolare radiotaxi. Se vi dicono di aspettare dieci minuti, quindi, potrebbe benissimo esserci un taxi iscritto a un altro servizio molto più vicino, ma che non potete contattare a meno di passare in rassegna tutte le centrali taxi.

Che il servizio dei taxi sia servizio particolarmente comodo per gli utenti è una cosa riconosciuta da molti, soprattutto dopo la diffusione di app come quella di Uber, che permette di prenotare un taxi in pochi secondi e senza passare diversi minuti al telefono con un centralino. Questo nuovo tipo di concorrenza ha portato ad alcuni tentativi di ammodernamento anche tra i servizi di taxi in Italia, ma le cose stanno andando molto lentamente. Secondo un’inchiesta del Corriere della Sera, a Milano i tassisti hanno attivamente boicottato il tentativo del comune di creare un’unica centrale, che risponde al numero 02 7777. Ci sono state anche minacce nei confronti dei tassisti che usano l’app MyTaxi, un altro tentativo di sostituire il tradizionale sistema dei radiotaxi. Questa frammentazione si vede anche a livello di sigle sindacali. Il ministero dei Trasporti in questi giorni ne ha ricevute 21 diverse (tante, se si pensa che in Italia ci sono 20.000 licenze per taxi).

Secondo gli studi di settore, i tassisti guadagnano in media poco più di mille euro al mese, ma diverse inchieste giornalistiche hanno mostrato in alcuni casi guadagni più che doppi, a volte vicini a quattromila euro netti. Un altro indizio che indica come gli studi di settore sono realizzati al ribasso è il prezzo delle licenze. Diversi tassisti raccontano di aver pagato le proprie licenze fino a duecentomila euro, una cifra troppo alta per giustificare un guadagno di circa mille euro netti al mese. In alcune città dove i taxi sono particolarmente poco numerosi rispetto alla domanda, le cifre possono essere ancora più alte. Per Firenze e Venezia sono stati registrati casi di licenze vendute fino a 400 mila euro. A volte, il prezzo delle licenze viene pagato in nero. Nel 2011, a Firenze, la Guardia di Finanza ha scoperto che una licenza acquistata ufficialmente per 800 euro era stata pagata in realtà 200 mila euro.

I taxi nel resto del mondo
Non ci sono molti studi sul servizio dei taxi in Italia. Il più completo risale a quasi dieci anni fa e fu pubblicato dalla Banca d’Italia nel 2008. Secondo lo studio, che è basato su dati vecchi e che quindi potrebbero essere nel frattempo sorpassati, l’Italia ha una concentrazione di taxi molto bassa rispetto a gran parte delle altre principali città europee.

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Secondo le associazioni di categoria dei tassisti, la ricerca della Banca d’Italia è sbagliata. I tassisti per abitante a Milano e Roma sarebbero il doppio di quelli calcolati dai ricercatori e quelli di Parigi e Londra sarebbero la metà o meno.

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Le tariffe praticate dai tassisti, calcolate sulla base di dati del 2003 tenendo conto della parità di potere d’acquisto, mostrano che in Italia il costo di un viaggio in taxi non è particolarmente elevato rispetto ad altre città in Europa. Dove i prezzi sono più bassi, Dublino e Auckland, è dove il settore è stato maggiormente deregolamentato. A proposito dei prezzi in Italia, i ricercatori sottolineano però che la tariffa media potrebbe apparire più bassa della realtà nel nostro paese.

La parte variabile delle tariffe è infatti generalmente fissata sia a tempo sia a percorrenza; un minuto circa di stazionamento del taxi a causa del traffico può aumentare la tariffa variabile di oltre il 30 per cento a chilometro. Le grandi città italiane sono, nel confronto internazionale, relativamente più congestionate sia per la loro struttura urbana sia per la scarsa dotazione di linee metropolitane; a parità di tariffa, il costo effettivo del servizio può risultare pertanto molto superiore.

I tentativi di liberalizzazioni
Nell’ultimo decennio ci sono stati due principali tentativi di liberalizzazioni del servizio taxi. Il primo è stato quello dell’allora ministro per lo Sviluppo economico Pier Luigi Bersani, che nel 2006 propose di aumentare sensibilmente il numero di licenze in circolazione e permettere a un singolo individuo di detenere più di una licenza. Secondo molti fu un tentativo di trasformare i tassisti da piccoli artigiani o liberi professionisti in dipendenti, perché avrebbe permesso a qualcuno di avere più licenze per poter far lavorare persone da dipendenti. Ci furono forti proteste e Roma venne bloccata per giorni da tassisti arrivati da ogni parte d’Italia. Alla fine a spuntarla furono i tassisti, che ottennero l’eliminazione del cumulo di licenze, accettando in cambio la possibilità che un sostituto del titolare della licenza potesse fare turni più lunghi rispetto a quelli previsti in passato. L’aumento delle licenze fu riservato alla decisione dei comuni, in genere più direttamente esposti alle pressioni dei tassisti e quindi più inclini ad assecondare le loro richieste. Dalle liberalizzazioni di Bersani si calcola che il numero di taxi sia aumentato di poche centinaia di unità in tutto il paese.

Il secondo tentativo di riforma del settore venne tentato dal governo Monti che all’inizio del 2012 cercò di agire proprio sul punto delicato di chi dovesse autorizzare l’aumento delle licenze. La riforma spostava questo potere dai comuni all’autorità dei Trasporti. Stabiliva anche una forma di compensazione per i tassisti, in modo da indennizzarli almeno in parte per la diminuzione del valore delle licenze che avrebbe comportato un loro aumento. Stabilire una corretta compensazione, però, non è affatto facile, visto che non sempre i prezzi pagati ufficialmente per acquisire una licenza sono quelli poi effettivamente versati. Per risolvere anche questo problema, nel 2006 venne proposto di concedere ad ogni tassista una seconda licenza, così che la potesse vendere, ottenere un guadagno e nel contempo aumentare il numero di taxi in circolazione. La proposta del 2006, però, non venne mai discussa seriamente. Sei anni dopo, anche la proposta di riforma Monti fu bloccata e poi ritirata a causa delle proteste della categoria.