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I robot devono pagare le tasse?

Lo propone Bill Gates per finanziare l'occupazione dove le persone sono indispensabili, ma ci sono pareri molto diversi

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Un robot di sorveglianza in una stazione ferroviaria di Zhengzhou, in Cina, il 15 febbraio 2017: serve per controllare la qualità dell'aria e rilevare eventuali incendi, tra le altre cose (Imaginechina via AP Images)

Secondo Bill Gates, celebre imprenditore statunitense, fondatore di Microsoft e filantropo, il lavoro delle macchine dovrebbe essere tassato come quello dei lavoratori umani. Gates pensa che se i governi tassassero il lavoro fatto dalle macchine, si ridurrebbe l’impatto negativo della progressiva sostituzione del lavoro umano con quello automatizzato: lo ha spiegato in un’intervista con il sito di news Quartz. Infatti, dice Gates, una tassa rallenterebbe il processo di automazione, dato che le aziende dovrebbero mettere in conto le spese, e i governi nel frattempo potrebbero fare degli investimenti per formare le persone rimaste senza lavoro in ambiti in cui il contributo umano – l’empatia in particolare – è indispensabile e non ci sono mai abbastanza operatori, come la cura degli anziani e l’insegnamento.

Da alcuni anni si parla spesso di questa questione perché molte aziende in tutto il mondo si stanno automatizzando sempre di più. Bill Gates prevede che nel giro di vent’anni il lavoro degli operai, quello degli autisti e degli addetti alle pulizie, per esempio, sarà completamente automatizzato. Secondo le previsioni più pessimiste, poi, non solo i lavori manuali saranno sempre più una prerogativa delle macchine: con i progressi nel campo dell’intelligenza artificiale i computer saranno capaci di svolgere anche attività per cui si è sempre ritenuto indispensabile l’apporto umano. Basti pensare alla qualità sempre maggiore delle traduzioni di Google Traduttore, che in futuro potrebbe rendere superfluo il lavoro di molti traduttori umani. Secondo uno studio della società di consulenza McKinsey, con le attuali risorse tecnologiche il 45 per cento degli impieghi attualmente svolti dalle persone potrebbe essere automatizzato e circa il 60 per cento delle attività produttive potrebbe essere automatizzato almeno del 30 per cento.

Per Gates il passaggio dalla situazione attuale a quella futura, in cui avremo solo operai robot e autisti robot, avverrà praticamente tutto in una volta: per questo i governi – e non le aziende – devono cominciare a pensare a come affrontare la situazione per evitare che si formino nuovi tipi di ineguaglianze e disoccupazione di massa. Tra le molte strade possibili Gates ne cita una, che non esclude le altre: introdurre una tassa sui robot.

Tassare il lavoro delle macchine per creare posti di lavoro potrebbe evitare che in molti restino senza impiego, almeno secondo Gates. Per Gates si potrebbero in particolare migliorare i servizi di cura per le persone anziane e malate e l’istruzione: con un maggior numero di insegnanti si potrebbe dare più attenzione agli studenti con difficoltà di apprendimento e si potrebbe ridurre il numero di studenti per classe per seguirli meglio.

Gates non è il primo a proporre di tassare il lavoro dei robot o qualcosa del genere, ma quest’idea è anche molto criticata. Il 16 febbraio il Parlamento europeo ha votato una risoluzione che invita la Commissione europea a stabilire delle regole su varie questioni che riguardano i robot, tra cui quelle relative alla responsabilità civile in caso di incidenti. Sempre su questo tema, però, ha votato contro la proposta di inserire in una risoluzione l’obbligo per le aziende che scelgono di automatizzare la propria produzione di pagare dei corsi di formazione per i lavoratori che perdono il posto. La proposta – contenuta in una relazione dell’europarlamentare lussemburghese Mady Delvaux, del gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici – è stata osteggiata dall’International Federation of Robotics, un’organizzazione internazionale che rappresenta l’industria robotica, secondo cui tassare il lavoro delle macchine danneggerebbe il settore. Già solo questo fatto ha confutato una delle cose dette da Bill Gates nell’intervista a Quartz, e cioè che le aziende che producono i robot non dovrebbero scandalizzarsi troppo all’idea che siano tassati.

Una persona che invece è favorevole a prendere precauzioni contro la progressiva automazione dell’industria è il candidato socialista alle prossime elezioni presidenziali francesi, Benoît Hamon, anche se la sua proposta non è proprio uguale a quella di Bill Gates. Hamon propone come soluzione alle perdite di lavoro un reddito minimo di cittadinanza in parte finanziato da una tassa sui robot. Una posizione simile è anche quella dell’imprenditore Elon Musk, amministratore delegato di SpaceX e Tesla.

Su Forbes il giornalista economico britannico Tim Worstall – sostenitore dello UKIP, il partito indipendentista del Regno Unito – ha contestato duramente l’idea di Gates. Secondo lui la proposta del fondatore di Microsoft si basa su un errore, e cioè che la tassa sui robot sarebbe l’equivalente delle imposte sul reddito dei lavoratori. Dato che i robot non hanno un reddito, spiega Worstall, quello che propone Gates è di fatto un’altra tassa sulle imprese. Poiché tassando qualcosa se ne ottiene una riduzione, tassare la produzione la farebbe diminuire causando un danno all’economia. Secondo Worstall, per risolvere il problema dell’aumento dell’automazione bisognerà semplicemente continuare a tassare redditi e consumi delle persone, perché questi aumenteranno con l’aumento della produzione. Worstall però non cita il reddito di cittadinanza e non sembra prendere in considerazione l’ipotesi che l’automazione farebbe rimanere senza lavoro molte persone; o meglio, sembra ritenere che l’intraprendenza personale di chi rimarrà senza occupazione – e la crescita del settore della robotica – basterà a risolvere la questione.

Nell’ultima parte dell’intervista a Quartz Gates ha detto che ci sono molti modi per far sì che un aumento della produttività crei nuove risorse in forma di tasse, e che le persone e i governi dovrebbero cominciare a riflettere su quale di questi metodi mettere alla prova, anche per evitare che la tecnologia finisca per essere demonizzata come causa della perdita di lavoro.

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