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  • venerdì 10 febbraio 2017

Il “muslim ban” rimane sospeso

Trump ha perso un'altra causa sull'immigrazione, e ha reagito scrivendo "CI VEDIAMO IN TRIBUNALE" (così, in maiuscolo): si andrà probabilmente alla Corte Suprema

Una manifestazione contro il "muslim ban" organizzata a fine gennaio a Boston, Massachusetts, Stati Uniti (RYAN MCBRIDE/AFP/Getty Images)

I tre giudici della corte d’appello del Ninth Circuit degli Stati Uniti hanno respinto il ricorso presentato dall’amministrazione di Donald Trump per ottenere la riattivazione del “muslim ban”, il provvedimento voluto dal presidente con un ordine esecutivo per limitare l’accesso nel paese ai cittadini di 7 stati a prevalenza musulmana, compresi i rifugiati siriani. Con una decisione all’unanimità, i tre giudici hanno deciso di mantenere attiva la sospensione del divieto, determinata con una sentenza di primo grado da James Robart, giudice federale dello stato di Washington. Il ministero della Giustizia aveva fatto ricorso presso il Ninth Circuit, nella speranza di ottenere una sentenza contro quella di Robart e la riattivazione del “muslim ban”.

Secondo i giudici d’appello, “il governo non ha dimostrato che un ripristino sia necessario per evitare danni irreparabili” facendo riferimento alla sicurezza nazionale. La sentenza dice anche che: “Il governo non ha indicato nessuna prova che dimostri che qualsiasi straniero proveniente dai paesi compresi nell’ordine esecutivo abbia perpetrato attacchi terroristici negli Stati Uniti”.

Trump aveva motivato la sua decisione definendola necessaria per la sicurezza nazionale e per garantire maggiori controlli ai confini, ma il “muslim ban” aveva ricevuto dure critiche e portato a numerose proteste e manifestazioni nelle città degli Stati Uniti. Fino alla sospensione di buona parte dei suoi provvedimenti decisa dal giudice Robart, l’ordine esecutivo aveva determinato un bando all’ingresso negli Stati Uniti dei cittadini provenienti da Iran, Iraq, Libia, Siria, Somalia, Sudan e Yemen per 90 giorni, con una sospensione a tempo indeterminato per l’ingresso dei rifugiati siriani e di 120 giorni per tutti gli altri.

Pochi minuti dopo la diffusione della sentenza da parte della corte d’appello, Donald Trump ha scritto su Twitter un messaggio tutto in maiuscolo: “CI VEDIAMO IN TRIBUNALE, È IN GIOCO LA SICUREZZA DELLA NOSTRA NAZIONE”.

Trump ha in seguito parlato con alcuni giornalisti alla Casa Bianca e ha definito “una decisione politica” la scelta di mantenere sospeso l’ordine esecutivo. Ha ripetuto che il suo provvedimento serve contro il terrorismo, anche se non ha spiegato come, e ha confermato che proseguiranno le iniziative legali per rendere nuovamente attivo il suo provvedimento.

Hillary Clinton, candidata per i Democratici alle presidenziali dello scorso novembre, ha commentato con un laconico tweet la decisione all’unanimità dei giudici di appello, dopo che nei giorni scorsi aveva criticato i divieti all’immigrazione.

Ora l’amministrazione Trump potrà chiedere alla Corte Suprema di occuparsi del caso, chiedendo di rivedere la sentenza d’appello, ma il percorso giuridico potrebbe essere più complicato. Attualmente ci sono almeno una ventina di altre cause contro il “muslim ban” depositate nei tribunali di diversi stati, che potrebbero portare ad altre sentenze e decisioni a sfavore del provvedimento di Trump. La Corte Suprema potrebbe quindi decidere di non esprimersi sulla sentenza d’appello fino a quando non saranno risolte anche le altre cause. In questo caso i tempi si allungherebbero notevolmente, mantenendo la sospensione dell’ordine esecutivo.

Inoltre, i giudici supremi sono attualmente 8, perché il nono (Neil Gorsuch) è stato nominato da poco e deve essere ancora confermato dal Senato: 4 sono di orientamento conservatore e 4 democratico. Nel caso di un giudizio con 4 a favore e 4 contro, resterebbe in vigore la decisione dei giudici di appello, contraria alla riattivazione del “muslim ban”.

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