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  • sabato 4 febbraio 2017

Un giudice ha bloccato il divieto sull’immigrazione di Trump

Il dipartimento per la Sicurezza interna ha confermato che al momento il “muslim ban” non è in vigore, ma il governo può annullare la sentenza e lo farà

(ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images)

Venerdì 3 febbraio un giudice federale di Seattle, nello stato di Washington, ha imposto una sospensione temporanea del divieto imposto la scorsa settimana dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump sull’ingresso ai cittadini di sette paesi a maggioranza musulmana. Il giudice James Robart ha accolto una causa presentata dallo stato di Washington e dal Minnesota contro l’ordine esecutivo deciso da Trump, che aveva causato sofferenze e problemi a decine di migliaia di persone a cui è stato improvvisamente impedito di entrare o rientrare negli Stati Uniti, e provocando grandi proteste in diverse città americane. La decisione di Robart di fatto ha provocato una sospensione momentanea del divieto, che però può essere reintrodotto dall’amministrazione di Trump con un decreto d’emergenza che annullerebbe la sentenza. La Casa Bianca ha confermato che la sentenza verrà annullata con un ordine di questo tipo: l’ha definita «vergognosa» (termine poi eliminato in una seconda versione del comunicato), specificando che sarebbe stata bloccata il prima possibile per ripristinare «l’ordine appropriato e legale» stabilito dal divieto sull’immigrazione. Sabato, ore dopo la sentenza, Trump ha commentato la vicenda su Twitter, definendo Robart «il cosiddetto giudice» e ribadendo di voler annullare la sua decisione.

La sentenza di Robart ha causato confusione e incertezze tra le persone e gli organismi coinvolti nel processo di controllo degli ingressi negli Stati Uniti, ma sabato pomeriggio il dipartimento per la Sicurezza Interna ha annunciato che effettivamente tutte le misure prese per applicare l’ordine esecutivo sono sospese finché la sentenza non sarà annullata dal dipartimento di Giustizia. Al momento, quindi, il cosiddetto “muslim ban” non è in vigore: inizialmente non era chiaro se le persone i cui visti erano stati cancellati dopo il decreto, circa 60mila, potessero di nuovo viaggiare verso gli Stati Uniti. Dopo qualche ora di incertezze, sabato pomeriggio il dipartimento di Stato ha detto che le cancellazioni dei visti sono state revocate, specificando però che possono viaggiare verso gli Stati Uniti solo le persone i cui visti «non sono stati fisicamente cancellati».

Per diverse ore, tra la sentenza di Seattle e le istruzioni fornite dal dipartimento della Sicurezza interna, c’è stata molta confusione su come comportarsi nella gestione dell’immigrazione dei cittadini provenienti dai sette paesi del divieto: l’agenzia federale americana che si occupa dei confini e delle dogane ha ordinato alle compagnie aeree che avevano impedito ai cittadini coinvolti nel divieto di Trump di imbarcarsi sugli aerei diretti negli Stati Uniti di ricominciare a consentire gli ingressi. Anche alcuni funzionari dell’aeroporto del Cairo hanno detto di aver ricevuto istruzioni per fare imbarcare verso gli Stati Uniti i passeggeri dei sette paesi del divieto. Qatar Airways e Air France hanno subito detto che da sabato applicheranno la decisione del tribunale di Seattle, permettendo ai cittadini dei sette paesi interessati dal divieto di tornare a volare verso gli Stati Uniti. In teoria, al momento, i cittadini dei sette paesi interessati dal divieto possono fare nuovamente domanda per il visto per entrare negli Stati Uniti. Un addetto al controllo degli ingressi all’aeroporto di San Francisco ha detto al Guardian di non aver ricevuto istruzioni precise sull’applicazione della sentenza di Seattle.

Negli scorsi giorni alcuni tribunali americani si erano già espressi contro alcune parti del divieto sull’immigrazione deciso da Trump, ma la decisione del tribunale di Seattle è quella fino ad ora con le conseguenze più concrete. Quella di bloccare decisioni prese dal governo su base nazionale non è una pratica insolita per i tribunali distrettuali americani. Nello specifico, la decisione di Robart agisce contro due parti del divieto di Trump: la sospensione per 90 giorni dell’ingresso negli Stati Uniti dei cittadini dei sette paesi e i limiti imposti nell’accoglienza dei rifugiati, che ne avevano bloccato l’ingresso per 120 giorni e, nel caso di quelli siriani, per un tempo indefinito. Il “muslim ban”, come è stato definito, ha causato «danni immediati e irreparabili», ha stabilito la sentenza.

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