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  • lunedì 30 gennaio 2017

La storia dell’organizzazione che sta guidando i ricorsi contro Trump

Si chiama American Civil Liberties Union ed è un pezzo della storia americana (c'entra anche con i "nazisti dell'Illinois")

Manifestazioni anti-Trump a Boston (AP Photo/Steven Senne)

Da quando sono cominciati gli effetti dell’ordine esecutivo sull’immigrazione firmato dal presidente americano Donald Trump – quello che un po’ impropriamente è conosciuto con l’espressione “muslim ban” – diverse organizzazioni non governative hanno iniziato a occuparsi dei ricorsi avanzati dalle persone colpite dal provvedimento. Una delle più attive è stata l’American Civil Liberties Union, più nota con la sigla ACLU, un’organizzazione per la difesa dei diritti e delle libertà individuali che è anche un pezzo della storia americana. Nel giro di poche ore ACLU ha raccolto 10 milioni di dollari in donazioni e 150mila nuovi membri, in quella che il suo direttore, Anthony Romero, ha definito una risposta “senza precedenti” a un provvedimento governativo. Non è la prima volta che l’ACLU finisce sulle prime pagine dei giornali americani: è successo negli ultimi 100 anni per casi che hanno riguardato, tra gli altri, l’insegnamento della teoria dell’evoluzione nel Tennessee, il trasferimento forzato di cittadini americani di origine giapponese durante la Seconda guerra mondiale, la richiesta di impeachment del presidente Richard Nixon per lo scandalo Watergate, e anche il diritto di manifestare di alcuni neonazisti in Illinois.

ACLU nacque nel 1920, dopo la Prima guerra mondiale, alla fine di quelli che sono passati alla storia come “Palmer Raids”, cioè una serie di operazioni di polizia ordinate dal dipartimento della Giustizia statunitense per catturare, arrestare ed espellere persone sospettate di essere estremisti di sinistra, in particolare anarchici. I “Palmer Raids” furono chiamati così perché l’allora procuratore generale si chiamava Mitchell Palmer. Tra il novembre 1919 e il gennaio 1920 furono arrestate migliaia di persone, di cui più di 500 espulse, nonostante l’opposizione del dipartimento del Lavoro americano, a cui era attribuita l’autorità di rendere esecutive le espulsioni. In quei mesi un piccolo gruppo di attivisti cominciò a occuparsi di difendere i diritti delle persone coinvolte dal provvedimento. Il leader di questo movimento era Roger Baldwin, che diventò poi uno dei fondatori dell’ACLU e ne rimase a capo fino al 1950.

Una delle prime grandi battaglie legali combattute dall’ACLU riguardò una legge dello stato del Tennessee approvata nel 1925 che vietava l’insegnamento della teoria dell’evoluzione nelle scuole statali. L’ACLU riuscì a reclutare un professore di biologia, John T. Scopes, che continuò a insegnare ignorando il divieto, e gli affiancò un avvocato molto bravo e famoso, Clarence Darrow. In un primo momento Scopes fu condannato (poi la sentenza fu cambiata), ma la storia dell’intero processo, legata all’importanza della libertà d’insegnamento in ambito accademico, fu ripresa dai grandi giornali nazionali americani e l’ACLU divenne un’organizzazione conosciuta e di riferimento per tutti coloro che pensavano che i loro diritti costituzionali fossero stati violati dal governo. Da allora l’ACLU si è impegnata in moltissime campagne ed è stata presente in quasi tutti i grandi momenti della storia americana: per esempio fu la prima organizzazione a chiedere l’impeachment per il presidente Repubblicano Richard Nixon, implicato nello scandalo Watergate. In qualche occasione ha preso anche posizioni molto impopolari.

Una delle campagne che più si ricordano fu quella contro la decisione del presidente Franklin Roosevelt di internare tutti i cittadini americani di origine giapponese dopo l’attacco di Pearl Harbor compiuto il 7 dicembre 1941 dalla Marina Imperiale giapponese contro la base americana delle Hawaii, episodio che portò all’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale. L’ACLU si oppose, nonostante ci fossero divisioni anche all’interno dell’organizzazione e la misura di Roosevelt non fosse così impopolare negli Stati Uniti. Qualche mese fa Carl Higbie, ex membro dei Navy Seals e sostenitore di Trump, ha citato questo precedente per sostenere la possibilità per la nuova amministrazione di registrare in un database nazionale tutti i musulmani immigrati provenienti da determinati paesi.

Anni dopo, nel 1978, l’ACLU subì molte critiche quando decise di difendere un gruppo di simpatizzanti nazisti che volevano manifestare in un quartiere di Chicago, in Illinois, dove vivevano molti sopravvissuti dell’Olocausto. L’ACLU difese il loro diritto di manifestare e vinse la causa. Il caso provocò diverse conseguenze all’interno dell’organizzazione – diversi suoi leader si dimisero – ma nel corso degli anni è stato anche preso come esempio dell’impegno dell’ACLU per la difesa dei diritti e delle libertà fondamentali, al di là della causa in questione. L’episodio fu poi citato e preso in giro in una famosissima scena dei Blues Brothers.

Negli ultimi 15 anni, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 compiuti da al Qaida, l’ACLU si è occupata spesso del difficile equilibrio tra libertà di espressione, diritto alla privacy e sicurezza nazionale. Si è opposta ad alcune parti del Patriot Act, la legge introdotta dall’amministrazione di George W. Bush che ha aumentato i poteri della polizia e dell’intelligence statunitensi nella lotta contro il terrorismo sacrificando la privacy dei singoli cittadini, e ha chiesto al governo americano di prendersi la responsabilità degli atti di tortura compiuti tra il 2003 e il 2009 dai soldati e funzionari statunitensi. L’ultimo grande impegno dell’ACLU è di questi giorni: gli avvocati dell’organizzazione stanno seguendo i casi di molte delle persone che sono rimaste bloccate negli aeroporti statunitensi dopo il discusso provvedimento deciso da Donald Trump. Sono riusciti a ottenere qualche successo, anche se è presto per dire quanto sarà efficace la loro azione nel lungo periodo.

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