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  • domenica 29 gennaio 2017

Cosa succede quando una rivoluzione fallisce

La dinastia sunnita che controlla da due secoli il Bahrein se la sta ancora prendendo con gli sciiti, nonostante le opposizioni siano ormai fragilissime e fiaccate

Il re del Bahrein Hamad bin Issa al-Khalifa, Jeddah, 31 maggio 2016 (STRINGER/AFP/Getty Images)

Da anni l’opposizione sciita del Bahrein subisce repressioni per le critiche alla monarchia sunnita che da due secoli controlla il paese, e per l’appoggio alle proteste della cosiddetta “primavera araba” del 2011. E dopo sei anni di arresti, condanne e violenze, quella stessa opposizione sembra essere stata sostanzialmente sconfitta. «Abbiamo avuto una rivoluzione e abbiamo perso», ha detto all’Economist una leader della protesta, ora in esilio. E ancora: «Dimenticatevi delle migliaia di persone che sono scese per le strade anni fa chiedendo democrazia. Chi ha voglia, ora, di rischiare cinque anni di carcere e torture per dieci minuti di gloria?». Nel 2013 si parlava del Bahrein come dell’unico paese in cui la “primavera araba” iniziata nei primi mesi del 2011 non fosse ancora terminata. Oggi questo non vale più.

Il regno del Bahrein è un piccolo paese che si trova nel Golfo Persico, in Medio Oriente: è formato da cinque isole principali e da altre isole minori: la capitale è Manama. Occupato nel Sedicesimo secolo prima dai Portoghesi e poi dai Persiani, nel 1784 passò sotto il controllo dello sceicco Aḥmad ibn al-Khalifa, la cui famiglia – sunnita, mentre circa il 70 per cento della popolazione è sciita – è da allora al potere. Da molti il Bahrein è considerato una monarchia assoluta: formalmente il regno è una monarchia costituzionale, ma il Parlamento e la magistratura non sono davvero autonome. Il Bahrein non ha la ricchezza dei vicini sauditi: le riserve petrolifere sono quasi esaurite e gli introiti provengono principalmente da un pozzo saudita il cui greggio è venduto per conto della famiglia al-Khalifa.

(Perché sciiti e sunniti litigano)

Il Bahrein è un importante alleato degli Stati Uniti e uno dei paesi arabi che hanno aderito alla coalizione contro lo Stato Islamico. Il regno viene considerato molto importante per gli equilibri dell’area mediorientale, soprattutto per via delle interferenze dell’Iran: molti paesi sunniti, infatti, criticano da anni il governo iraniano accusandolo di sostenere l’opposizione sciita e di tentare in questo modo di rovesciare la monarchia. In Bahrein le prime proteste – che poi furono incluse nell’ampio fenomeno della “Primavera araba” – si svilupparono nella capitale nel febbraio del 2011. Dopo un mese di scontri, il governo sunnita chiese aiuto alla vicina Arabia Saudita, paese sunnita, che si opponeva in maniera molto netta alle Primavere arabe sia per ragioni di alleanze (per esempio il regime saudita era alleato con Hosni Mubarak, il presidente egiziano che fu deposto con la Primavera araba), sia per ragioni di stabilità interna (nell’est del paese sono concentrati gli sciiti che periodicamente protestano per avere più diritti). I sauditi mandarono in Bahrein truppe e mezzi militari; la repressione causò decine di morti e migliaia di arresti. Da allora le proteste e le manifestazioni non si sono mai fermate, anche se con un’intensità sempre più bassa. Oggi sembrano ormai molto fragili e inconsistenti.

Lo scorso 15 gennaio in Bahrein è stata eseguita la condanna a morte di tre uomini accusati di un attentato contro la polizia: è stata la prima condanna a morte dal 2008 e i tre uomini erano sciiti. Da circa sette mesi il più grande villaggio sciita del paese, Diraz, nel nord-est, è sotto assedio con posti di blocco che impediscono a chiunque di entrare o di uscire; i rifornimenti di cibo vengono scaricati lungo il muro che circonda la città. Più di 2.600 persone si trovano in carcere per ragioni politiche, un numero molto elevato per un paese che ha poco più di un milione di abitanti, e molti di questi detenuti sarebbero dei bambini. E poi ci sono centinaia di persone in esilio e centinaia di persone a cui è stata revocata la nazionalità. Il 16 gennaio è stata vietata la pubblicazione online dell’ultimo quotidiano indipendente rimasto nel paese. Lo scorso luglio, infine, un tribunale amministrativo ha confermato l’ordine di dissoluzione del movimento sciita Al Wefaq, che nel 2014 aveva boicottato le elezioni e che è stato formalmente accusato di promuovere il terrorismo. Nel 2015 il leader del movimento Ali Salman era stato condannato a quattro anni di carcere.

Eppure, precisa l’Economist, sciiti e sunniti dovrebbero avere molte ragioni in comune per essere scontenti della monarchia. La popolazione in generale, infatti, ha a che fare con una famiglia che accumula da decenni incarichi e potere: Khalifa bin Salman al-Khalifa, che è zio paterno dell’attuale re Hamad bin Isa al-Khalifa, è per esempio il più longevo primo ministro del mondo (ricopre questo ruolo da 46 anni). La politica economica portata avanti dalla famiglia al Khalifa è infine improntata all’austerità (il programma economico del Bahrein, Vision 2030, è stato scritto da McKinsey, una società di consulenza statunitense) che ha portato molte fasce di cittadini alla povertà. Le misure fiscali del programma hanno colpito soprattutto gli sciiti, mentre gli aiuti finanziari provenienti dagli altri stati del Golfo sono stati spesi per costruire alloggi per i sunniti e per gli stranieri. Il governo ha anche adottato un’altra strategia di indebolimento della componente sciita: ha cercato di invertire gli equilibri demografici tra sciiti e sunniti. «Un gran numero di nuovi templi indù, chiese e moschee sunnite testimoniano nel paese un significativo afflusso di stranieri non sciiti», dice l’Economist. Tutto questo ha avuto conseguenze molto evidenti nella società: i matrimoni misti sono sempre più rari, le divisioni si stanno ampliando ed è sempre meno diffusa la convivenza tra sunniti e sciiti, ridotti a vivere in villaggi molto degradati.

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