Cos’è il confine fra Messico e Stati Uniti

Un posto dove ogni anno passano milioni di persone, migliaia delle quali illegalmente, portandosi dietro storie e sofferenze

Il confine fra Messico e Stati Uniti, di cui si parla di nuovo molto dopo che il presidente americano Donald Trump ha avviato la pianificazione di un muro per limitare l’immigrazione clandestina, non è un tema nuovo per la politica americana: da decenni è un argomento sensibile e che riguarda centinaia di migliaia di persone che ci vivono intorno, e altrettante centinaia di migliaia di persone che ogni anno cercano di attraversarlo illegalmente.

Per dare un’idea delle dimensioni di cui stiamo parlando: quello fra Messico e Stati Uniti è il confine più trafficato al mondo, con circa 350 milioni di attraversamenti legali ogni anno, e uno di quelli più sorvegliati. Secondo alcune stime, dal 2005 a oggi gli Stati Uniti hanno speso 132 miliardi di dollari per rafforzarne la sicurezza, aumentandola progressivamente ogni anno (nel 2015 sono stati spesi per questo 3,8 miliardi di dollari). Eppure il confine è così lungo che è praticamente impossibile sorvegliarlo tutto in maniera efficace: misura 3.200 chilometri, più o meno la stessa distanza che c’è fra Lisbona e Varsavia, per dire.

L’approccio politico verso questo confine negli Stati Uniti divide profondamente i due principali partiti, anche perché è strettamente legato alle loro posizioni più generali sull’immigrazione. Semplificando molto: i Repubblicani vorrebbero aumentare le misure di sicurezza alla frontiera per renderla sempre più impenetrabile, citando sia problemi di sovraffollamento sia di traffico di droga (anche se questo non è il problema principale, almeno negli ultimi anni); i Democratici vorrebbero attuare una profonda riforma dell’immigrazione per provare a gestire il flusso di persone e regolarizzare chi è già entrato negli Stati Uniti illegalmente.

Negli ultimi otto anni negli Stati Uniti è stato in carica un presidente Democratico che ha quasi sempre dovuto gestire un Congresso controllato dai Repubblicani. Parlando delle posizioni dei Repubblicani e della sua amministrazione, Obama nel 2011 ha raccontato: «Siamo andati ben oltre quello che ci era stato chiesto. Abbiamo fatto tutto quello che avevano domandato. Ma in futuro vorranno una recinzione più alta, magari un fossato, e magari dei coccodrilli dentro al fossato. Non saranno mai soddisfatti». L’ultimo tentativo per una riforma – poi fallito – è stato portato avanti nel 2013 da un gruppo bipartisan di 8 Democratici e Repubblicani che vennero soprannominati “la banda degli otto”. Fra di loro c’era anche il candidato alle primarie Marco Rubio, che sull’immigrazione e il “muro” aveva una delle posizioni più sfumate fra i candidati principali.

Un pezzo della barriera esistente fra Stati Uniti e Messico fotografata il 25 gennaio 2017 dalla parte messicana vicino alla città di Anapra (AP Photo/Christian Torres)

In realtà nei punti più sensibili del confine esistono già strutture che fanno da barriera, lunghe in totale un migliaio di chilometri. Per circa 560 chilometri sono composte da una semplice recinzione alta 5 metri, mentre per poco meno di 500 chilometri c’è una barriera molto bassa che serve solo a impedire il passaggio dei veicoli. Altri 1.500 chilometri circa sono occupati da ostacoli naturali come montagne e corsi d’acqua. Nonostante questo il governo americano spende ogni anno miliardi di dollari per spese aggiuntive come «sensori, telecamere a visione notturna, radar, elicotteri, droni e spese legali per perseguire quelli che vengono beccati a oltrepassare irregolarmente il confine», come ha sintetizzato l’Arizona Republic. Il principale ente che si occupa di controllare il confine è la Border Patrol, un’agenzia federale che conta più di 20mila dipendenti – cosa che la rende una delle più grandi del paese – e che occasionalmente viene appoggiata da forze locali.

Un membro della guardia nazionale del Texas sorveglia il confine messicano nei dintorni della città texana di Havana, 11 settembre 2014 (John Moore/Getty Images)

Nonostante questo spiegamento di forze, centinaia di migliaia di persone provano ogni anno ad attraversare illegalmente la frontiera, perlopiù per migliorare le proprie condizioni di vita: negli Stati Uniti il PIL pro capite è sei volte superiore a quello del Messico, 56mila dollari contro 9mila, e imparagonabile rispetto ai paesi poveri dell’America centrale da cui provengono sempre più migranti. Ogni anno molti di loro vengono catturati dalle forze armate che sorvegliano il confine. Nel 2016 sono stati quasi 416mila: negli ultimi anni la cifra è diminuita per via di diversi fattori, fra cui il miglioramento delle condizioni economiche in Messico, l’aumento delle misure di sicurezza da parte dei governi americani e l’introduzione di nuovi metodi per entrare illegalmente in territorio americano (per esempio procurarsi un permesso di soggiorno legale, magari per turismo, e restare negli Stati Uniti dopo la sua scadenza). Non abbiamo davvero idea di quanti riescano effettivamente a entrare passando illegalmente il confine: nel 2011, secondo una stima del Congresso degli Stati Uniti, circa 208mila sono riusciti ad entrare negli Stati Uniti evitando di essere catturati, dei quali poco meno di metà si sono fermati.

Continuano a provarci in tanti perché in effetti, all’opposto di quanto accade spesso in Europa, negli Stati Uniti le possibilità per chi vuole lavorare o studiare ci sono: un’economia in costante espansione come quella degli Stati Uniti ha un bisogno costante di forza lavoro, non necessariamente qualificata, e in molti pensano che l’immigrazione sia un falso problema. Al momento vivono negli Stati Uniti circa 11 milioni di persone irregolari che contribuiscono all’economia americana acquistando beni e pagando regolarmente le tasse – negli Stati Uniti, diverse istituzioni pubbliche e private non sono tenute a controllare che una persona abbia un regolare permesso di soggiorno – e deportarli tutti o interrompere improvvisamente il flusso creerebbe dei grossi guai.

Questo flusso continuo crea una moltitudine di storie e sofferenze. Anche chi riesce a passare viene praticamente costretto ad attenuare i contatti coi propri familiari, che spesso non rivede per anni o decenni perché tornare indietro sarebbe troppo pericoloso. A volte succede inoltre che quelli che riescono a passare dopo qualche anno vengano scoperti e rimandati indietro; se i loro figli sono nati in America, però, sono americani, e quindi i genitori vengono separati dai figli. Dal 2012, per esempio, l’amministrazione Obama ha smesso di deportare i migranti che sono arrivati negli Stati Uniti da bambini: è stato un provvedimento che ha protetto e cambiato la vita a circa 750mila persone – i cosiddetti dreamers, “sognatori”, dal nome di una delle più famose proposte di legge sull’immigrazione – che però in alcuni casi sono stati separati dalla famiglia perché i propri genitori sono stati scoperti e deportati.

A volte queste storie diventano visibili: è successo il 19 novembre 2016, quando una ONG è riuscita a riunire i membri di sei famiglie messicane-statunitensi rimaste separate per molti anni, che hanno potuto abbracciarsi e salutarsi grazie a un’apertura speciale della frontiera, durata tre minuti. La donna nella foto qui sotto si chiama Laura Avila, e vive a Los Angeles: parlando con Agence France-Presse ha detto di aver visto sua mamma per l’ultima volta più di venti anni fa, prima di incontrarla per pochi minuti a novembre.

(SANDY HUFFAKER/AFP/Getty Images)

Se davvero verrà costruito, il muro di Trump – che costerebbe decine di miliardi di dollari ed è considerato strategicamente inutile – non risolverà questi problemi, e anzi causerebbe probabilmente ancora più sofferenze e danni all’economia americana: è stato calcolato che se il governo applicasse un programma di deportazione di massa e impedisse nuovi arrivi, come ha promesso Trump, nei prossimi dieci anni il PIL americano potrebbe diminuire dell’1,5 per cento.