Il New York Times punta sul giornalismo “speciale”

Un nuovo rapporto interno da tempi di crisi suggerisce di cominciare a trascurare gli articoli più ordinari, perché "internet è spietata con la mediocrità"

In un documento strategico diffuso da poco il New York Times prende di mira un caposaldo del giornalismo: gli articoli trascurabili. Il documento – intitolato “Journalism That Stands Apart” (“Giornalismo che si distingua”) – è stato realizzato dal gruppo “2020”, una squadra di sette giornalisti del New York Times che ha il compito di tracciare un percorso per il futuro del giornale. L’imperativo aziendale è raddoppiare i ricavi digitali a 800 milioni di dollari all’anno (circa 744 milioni di euro) entro il 2020, cosa che richiede un numero sempre più alto di abbonamenti. I miglioramenti ai contenuti del New York Times – hanno sottolineato Dean Baquet e Joe Kahn, rispettivamente direttore esecutivo e direttore editoriale del giornale, in una nota che relativa al documento – devono essere ottenuti con minori risorse. «Quest’anno ci saranno dei tagli al bilancio», hanno scritto Baquet e Kahn. «Siamo stati piuttosto trasparenti nel dire che per il 2017 ci stiamo preparando a ridurre i costi in modo mirato continuando allo stesso tempo a garantire le assunzioni di cui abbiamo bisogno per dare impulso alla nostra attività giornalistica», ha raccontato Kahn al Washington Post la settimana scorsa.

Indipendentemente da cosa accadrà con i numeri del personale, i giornalisti del New York Times sono stati sollecitati a nuotare controcorrente cercando di realizzare contenuti ad alto impatto e meno articoli che non siano in grado di distinguersi dal mucchio. «Dedichiamo un gran numero di risorse a storie che vengono lette relativamente da poche persone», si legge nel documento del gruppo 2020: «a eccezione di settori che sono di interesse per gli obiettivi aziendali o in cui è dimostrato che gli articoli abbiano un altissimo valore per gli abbonati, ci sono poche giustificazioni per questa tendenza. È una perdita di tempo – per i giornalisti, per i redattori che si occupano della lavorazione del pezzo, per i copy editor, i photo editor e ad altri ancora – che annacqua la nostra attività giornalistica. Pare che le storie meno lette siano spesso quelle più “di servizio”, articoli di aggiornamento, solitamente con poco contesto, senza elementi visivi e che in larga misura non si differenziano dalla concorrenza. Spesso non sono contenuti giornalistici per cui valga la pena pagare, perché se ne possono trovare versioni simili gratuitamente altrove». I lavori giornalistici ordinari – conclude il rapporto – vengono smascherati con facilità: «internet è spietata con la mediocrità».

Il verdetto del rapporto, tuttavia, evidenzia una difficoltà: solitamente questi articoli non nascono da direttori di giornali e giornalisti che si siano riuniti per dire: «Ehi, pubblichiamo un pezzo di servizio che aggiunga poco e che verrà letto da poche persone». Gli obiettivi sono generalmente più alti: si spera che magari l’articolo si addentri in qualche territorio ancora inesplorato o presenti la storia da una nuova prospettiva. Magari potrà innescare una successione di spunti che porterà a un nuovo articolo. Introdurre un qualsiasi divieto alla pubblicazione di articoli noiosi, quindi, può essere una cosa un po’ più complessa di come suona. Io, per esempio, da abbonato storico del New York Times, apprezzo questo tipo di articoli: non tutte le storie che ci passano davanti devono per forza essere un’esperienza mozzafiato.

Secondo David A. Fahrenthold, un giornalista del Washington Post i cui articoli sulle (mancate) donazioni benefiche di Donald Trump hanno avuto un grande impatto, le raccomandazioni del New York Times sono una strategia “intelligente”. «Una volta, prima dell’arrivo dei social network, per i giornalisti specializzati a volte era importante scrivere articoli di aggiornamento che approfondissero un argomento generale o locale. Non erano molto letti ma potevano servire per segnalare la tua competenza e le aree di interesse giornalistico a una cerchia ristretta di addetti ai lavori e di funzionari che si occupavano del tuo settore di specializzazione. Poteva essere un modo per incoraggiare queste persone a parlare con te e fidarsi del tuo giudizio, e questo alla fine avrebbe potuto aiutarti a scovare storie più grandi, in grado di raggiungere un pubblico più ampio», ha raccontato Fahrenthold per email. In un mondo in cui esistono i social network, però, secondo Fahrenthold ci sono «modi più semplici di raggiungere quel piccolo pubblico di esperti, che portano via meno tempo e personale. Twitter, per esempio, mi ha dato uno strumento per aggiornare velocemente i lettori sulla mia ricerca delle donazioni benefiche di Trump, e risparmiare del tempo che ho potuto dedicare a storie più grandi».

© 2017 – The Washington Post

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