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  • venerdì 27 gennaio 2017

L’uomo a cui un selfie con Angela Merkel ha cambiato la vita

La foto innocua che un rifugiato siriano scattò un anno fa è diventata una delle più utilizzate dalla destra radicale tedesca

(Sean Gallup/Getty Images)

Il 10 settembre 2015 Anas Modamani aveva 18 anni e da un mese era arrivato in Germania dopo essere fuggito dalla Siria, attraverso Grecia e Turchia. Quel giorno Angela Merkel visitò il centro che lo ospitava temporaneamente e lui riuscì a scattarsi un selfie con lei; pochi giorni prima Merkel aveva annunciato che la Germania avrebbe accolto tutti i siriani che fossero riusciti ad arrivare nel paese. Modamani in quel momento non sapeva che Angela Merkel fosse Angela Merkel: aveva capito soltanto che doveva essere un personaggio importante e così, insieme ad altri ospiti del centro, decise di farsi una foto con lei. Da allora quella fotografia è diventata una delle immagini più utilizzate dalla destra radicale tedesca.

Modamani è comparso in decine di fotomontaggi, in cui di volta in volta era indicato come uno degli attentatori di Parigi, l’autista del camion di Nizza o quello di Berlino: tutte notizie false. Modamani ha cercato di combattere la diffusione di queste foto e notizie false online, ma non sempre ha avuto successo. Poche settimane fa ha deciso di fare causa a Facebook, accusando il social network di non aver fatto abbastanza per limitare la diffusione di meme e notizie false che lo riguardano. Questa settimana il settimanale Spiegel lo ha intervistato e gli ha chiesto di raccontare la sua storia.

Modamani, che oggi ha 19 anni, è stato riconosciuto come rifugiato e vive ospite di una famiglia nella parte orientale di Berlino. «Seduto al tavolo della cucina, impiega novanta minuti a raccontare la sua storia. Incespica qui e là, ma il suo tedesco è perfettamente comprensibile», scrive Fabian Reinbold, il giornalista dello Spiegel che è andato a intervistarlo. Nell’ultimo anno Modamani è stato sulla copertina della rivista Stern, ospite di diversi talk show, mentre giornalisti da tutto il mondo chiedono di intervistarlo. Parte di questo interesse deriva dal fatto che la sua vicenda raccoglie molti dei temi che hanno occupato le prime pagine dei giornali negli ultimi tempi: la crisi dei rifugiati, la crescita dei movimenti di estrema destra, le notizie false e le difficoltà di Facebook nel gestirle, l’incitamento all’odio sui social network e l’integrazione dei migranti.

Almeno per quest’ultimo aspetto, scrive Reinbold, quella di Modamani è una storia di successo (e il suo non è un caso unico). Meno di un anno e mezzo fa Modamani lasciò Daraya, una piccola città vicina a Damasco che la scorsa estate è stata evacuata dai suoi abitanti dopo un lungo assedio da parte dell’esercito del regime. Oggi frequenta corsi di tedesco al mattino e lavora come cassiere in un McDonald’s al pomeriggio. Spera di migliorare il suo tedesco e iscriversi all’università, ma teme che quel selfie torni a perseguitarlo. Spera anche a un certo punto di poter tornare in Siria o Libano, dove abitano i suoi parenti, ma è preoccupato che le autorità aeroportuali trovino su internet i fotomontaggi che lo accusano di essere un terrorista e gli impediscano di partire. Ha paura di conoscere degli amici o una ragazza, e che questi poi cerchino il suo nome su Google. In poche parole: «Teme che la diffamazione di cui è oggetto gli resti incollata per molti anni a venire».

In realtà la foto che circola online non è il selfie scattato da Modamani, che è rimasto soltanto sul suo cellulare, ma la fotografia scattata da Sean Gallup, un fotografo dell’agenzia Getty Images, che lo mostra insieme alla cancelliera mentre tiene il telefono sollevato con il braccio sinistro. L’immagine fece subito il giro del mondo proprio perché poche settimane prima Merkel – unica tra i leader europei – aveva annunciato un’apertura senza precedenti ai rifugiati provenienti da paesi in guerra. La fotografia, insieme ai filmati che mostravano l’accoglienza tra gli applausi di centinaia di rifugiati nelle stazioni di varie città tedesche, simboleggiava per la stampa internazionale la differenza tra il resto d’Europa e la Germania, l’unico paese che sembrava aprirsi di fronte alla crisi dei migranti. Quell’anno Merkel fu nominata da Time persona dell’anno.

Le cose iniziarono a cambiare rapidamente. Alla fine del 2015, la Germania aveva accolto poco meno di un milione di rifugiati: più di tutti gli altri paesi europei messi insieme. La politica delle “porte aperte” venne duramente attaccata dalla destra radicale e dagli stessi alleati conservatori della cancelliera. La notte di Capodanno tra 2015 e 2016 decine di donne furono molestate da migranti e rifugiati nella città di Colonia, inasprendo ulteriormente il clima nel paese. Gli attacchi contro i centri per rifugiati si moltiplicarono e Merkel ammise che la politica delle “porte aperte” era stata un errore. Modamani fu coinvolto per la prima volta in questo “contraccolpo” su Angela Merkel lo scorso marzo, dopo gli attentati di Bruxelles. Una pagina Facebook famosa per diffondere notizie false pubblicò un’immagine in cui la foto di Modamani e Merkel veniva accostata a quella di uno degli autori dell’attacco, accanto al testo: «Angela Merkel si è fatta una foto con uno dei terroristi di Bruxelles?».

Modamani sa che il bersaglio di questi attacchi non è lui ma Merkel, che – come ha raccontato BuzzFeed – è spesso oggetto di notizie false create ad arte per screditarla. La sua vita però è comunque cambiata. A Pasqua il post sull’attentato di Bruxelles è diventato virale, è stato condiviso migliaia di volte e riproposto in innumerevoli varianti. Una delle tante era accompagnata dalla scritta: «La reginetta dei selfie, importatrice di violenza». Ancora una volta l’attacco era diretto a Merkel, ma Modamani veniva associato al terrorismo internazionale. L’immagine è tornata a circolare lo scorso dicembre dopo l’attacco di Berlino. Nel fotomontaggio si vede il camion usato nell’attentato e davanti l’immagine di Merkel e Modamani. Il testo sotto la foto recita: «I morti di Merkel». Pochi giorni dopo circolava un’altra immagine. Questa volta il fotomontaggio era molto più curato: il volto di Modamani era stato “ristretto”, in modo da renderlo più somigliante alla foto di uno dei cinque cittadini siriani arrestati pochi giorni prima perché sospettati di aver dato fuoco a un senzatetto.

Modamani ha raccontato a Reinbold che a volte gente sconosciuta gli scrive su Facebook per chiedergli quando si deciderà a tornare in Siria. Per un periodo Modamani ha cercato di smettere di usare Facebook, ma poche settimane dopo, quando l’attacco di Berlino ha fatto tornare popolare la sua fotografia, è tornato sul social network per vedere cosa stessero scrivendo su di lui. La donna che lo ospita in casa, Anke Meeuw, 41 anni, presta maggiore attenzione a quello che circola, racconta Reinbold. Meeuw ha molti contatti con i gruppi per i diritti umani e che combattono l’incitamento all’odio: dice che ignora tutti i post che non diventano virali, ma quando qualche fotomontaggio comincia a diffondersi, di solito scrive al suo autore. Poco tempo fa una sezione locale del partito di destra radicale Alternativa per la Germania ha realizzato un fotomontaggio in cui, sotto le fotografie degli attacchi avvenuti la scorsa estate in Germania, si vede la foto di Merkel e Modamani e la scritta: «Il terrore diffuso dai migranti: senza Merkel, gli autori non sarebbero qui». Il volto di Modamani, nella foto, era leggermente pixellato. Meeuw ha scritto al capo locale del partito, ha spiegato la situazione e lo stress e il pericolo al quale quella foto esponeva Modamani. L’immagine è stata rimossa ma Meeuw è stata bloccata dalla pagina del partito. «Una piccola vittoria», l’ha descritta Reinbold.

Il lavoro di Meeuw non è sufficiente a fermare la produzione continua e la diffusione di nuovi fotomontaggi e di nuove notizie inventate. Per questa ragione Modamani si è messo in contatto con Chan-jo Jun, un avvocato di Würzburg che ha tentato diverse volte di far giudicare Facebook responsabile per coloro che diffondono odio utilizzando le sue piattaforme. «Finora, Jun è riuscito ad attirare molta attenzione sulla sua campagna, ma non è ancora riuscito a ottenere una vittoria in tribunale», scrive Reinbold. Al momento è in corso un ampio dibattito su come Facebook dovrebbe comportarsi con i contenuti diffamatori o violenti, quelli che incitano all’odio o riportano cose apertamente false. La politica di Facebook è eliminare i contenuti problematici dopo essere stata avvisata dagli utenti. «Ma questo», scrive Reinbold, «non accade abbastanza spesso». Secondo Jun, il problema è che le linee guida utilizzate da Facebook sono molto vaghe e consentono la pubblicazione di contenuti che per la legge tedesca andrebbero vietati.

Reinbold ha testato personalmente i limiti di Facebook. Dopo la sua intervista, ha segnalato un post che conteneva uno dei fotomontaggi in cui Modamani è accusato di essere un criminale. Al momento della segnalazione il post aveva 67 condivisioni. Modamani spiega che il sistema di segnalazione in Germania è ancora incompleto (come in Italia, anche se un programma anti-notizie false dovrebbe presto arrivare anche in Europa). Tra le ragioni che è possibile indicare per chiedere la rimozione di un contenuto non c’è “notizia falsa”: la cosa che gli si avvicina di più è “contenuto inappropriato”, oppure “mi dà fastidio, non è interessante”. Poche ore dopo la segnalazione, Facebook ha risposto a Reinbold spiegando che non avrebbe rimosso il contenuto: «Diffamare un ragazzo di 19 anni accusandolo di crimini orrendi», spiega il giornalista, «a quanto pare non viola gli standard della community di Facebook».

Modamani ha spiegato che con Facebook ha un rapporto ambivalente: «Da un lato lo amo: è grazie a Facebook se ho trovato un appartamento dove andare a vivere. Però, dall’altro, lo odio, perché queste immagini fatte con Photoshop non smettono mai di circolare». Al termine dell’intervista, Reinbold racconta che Modamani ha tirato fuori di nuovo il suo telefono e gli ha chiesto: «Ci facciamo un selfie?».

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