“Arrival” per chi l’ha visto

Risposte e curiosità per chi è uscito dal cinema con qualche dubbio in testa e qualche domanda in sospeso

(Da "Arrival")

Arrival è un film di fantascienza pieno di scienza, concetti interessanti e cose tutt’altro che scontate. Sta piacendo molto sia ai critici che al pubblico perché è un film diverso da quelli tipici arrivano-gli-alieni, combatti-gli-alieni, sconfiggi-gli-alieni, e perché Amy Adams è molto brava nell’interpretare la linguista protagonista. Ci sono però molte cose della trama di Arrival – e del finale – che potrebbero lasciare un po’ perplessi. Dopo aver spiegato – senza spoiler – perché era il caso di andare a vedere Arrival, abbiamo risposto a domande e curiosità che potrebbe avere chi l’ha visto. Va da sé che da qui in avanti è pieno, di spoiler.

Un veloce ripasso

Ok, quindi alla fine Louise impara il linguaggio alieno e grazie ad esso riesce a vedere il futuro. Un piccolo indizio c’era in effetti fin dal titolo del racconto di Ted Chiang da cui il film è tratto: si chiama Storia della tua vita. Denis Villeneuve, regista di Arrival, ha deciso di cambiarlo perché faceva pensare a una commedia romantica ma forse anche perché avrebbe fatto capire qualcosa un po’ troppo presto. Louise impara a pensare in modo diverso grazie ai logogrammi alieni, che sono una forma di ortografia non lineare che permette di sintetizzare in uno solo simbolo un concetto ben più grande di una parola. La teoria alla base della principale svolta nel film è nota come ipotesi Sapir–Whorf, che nel film è però un po’ troppo semplificata. Perché è per l’appunto un’ipotesi e perché non è che il cervello possa essere riprogrammato così: è vero però che pensare, parlare e scrivere usando un certo linguaggio cambia il modo di pensare, vedere e dare un senso al mondo. Come ha spiegato Slate, già di per sé la teoria è messa in discussione da qualche linguista; così come è proposta nel film è pura fantascienza.

Quindi, qualche domanda (e risposta)

– Quando Louise vede nel futuro il suo discorso col generale cinese, lui cosa le dice?
Il generale le sussurra: «In guerra non ci sono vincitori, solo vedove» (che sarebbero poi le parole che lei dice a lui quando lo chiama)

– Non è un paradosso?
Certo è un paradosso temporale noto come “bootstrap paradox” ed è lo stesso di Interstellar di Christopher Nolan. Semplificando, dice che è vero che si crea un paradosso di causa-effetto: se Louise si ricorda quelle frasi solo perché le ha sentite nel futuro, come fa ad arrivare, in quel futuro? Screen Rant l’ha spiegata così: «Louise trascende il presente per avere accesso alla futura conoscenza di un evento passato». Buon mal di testa.

– Quando va da sola nell’astronave, come fa Louise a capire gli alieni?
Probabilmente perché, studiando il linguaggio alieno, ha iniziato a capire come fare a vedere nel futuro, quel futuro in cui ha già imparato quel linguaggio. Non capisce gli alieni grazie a quanto sa, ma grazie a quanto sa che saprà nel futuro, più o meno.

– Per alleggerire un po’: come si chiamano Tom e Jerry in inglese?
O meglio, come scelgono di chiamarli Louise e Ian: Abbott e Costello, il nome inglese del duo comico che in Italia è noto come Gianni e Pinotto.

– Perché Ian lascia Louise?
Lei lo spiega, solo che quando lo spiega ancora non è chiaro che Ian è (sarà, era stato: fate voi) il marito di Louise. Lui la lascia perché scopre che, pur sapendo il futuro (e quindi che loro figlia sarebbe morta) lei ha scelto comunque di farla nascere (senza dire a lui che sarebbe morta).

Qualche altra risposta, in un formato diverso

Su YouTube sta avendo molto successo un video del canale FoundFlix, specializzato nello spiegare i finali dei film. Quello di Arrival è uno dei più visti di sempre, con quasi un milione di visualizzazioni. Ricorda, tra le altre cose, che “l’arma” è il linguaggio che gli eptapodi (gli alieni) regalano all’umanità, che non sappiamo nulla sul “chi sono, da dove vengono, come hanno fatto ad arrivare” e che non abbiamo la minima idea di cosa sia la cosa per cui tremila anni dopo il momento in cui si svolge il film avranno bisogno dell’umanità.

Gli alieni, prima che fossero eptapodi

Un po’ di distensivi disegnetti, che poi arrivano altre cose da mal di testa. Peter Konig, il creative artist di Arrival ha spiegato a Cinema Blend che prima di fare gli alieni simili a dei polpi giganti lui e la sua squadra avevano preso in considerazione anche altre ipotesi (anche perché nel racconto di Chang gli alieni sono descritti in modo diverso). Avrebbero potuto essere molto diversi. E anche le astronavi aliene furono all’inizio pensate per essere tonde. Konig ha spiegato che si è scelto di fare alieni più “minimal” per non distrarre troppo lo spettatore dai complicati concetti del film e per evitare che, riguardandolo tra 10 o 20 anni, sembrassero troppo vecchi e fatti male.

La scienza del film

Era dai tempi di Interstellar e The Martian che un film di fantascienza non rendeva così interessante la scienza che tratta. Così come per Interstellar e The Martian, anche Arrival è un film che – seppur con le ovvie concessioni e licenze narrative – contiene molta vera scienza. Gran parte del merito è di Stephen Wolfram, fisico e matematico britannico, noto per i suoi studi di fisica delle particelle, teoria della complessità, automi cellulari e algebra simbolica. È stato il principale consulente scientifico del film ed è, tra le altre cose, l’ideatore di Wolfram Alpha, un motore computazionale di conoscenza: anziché dare link in cui trovare risposte (a domande, problemi, equazioni, calcoli di ogni tipo), dà direttamente la risposta. Buon divertimento.

Per chi non sta facendo equazioni complesse su Wolfram Alpha, Screen Junkies ha discusso la fisica, la linguistica e la scienza del film con lo scienziato e fisico Clifford V. Johnson. Ha detto che, in generale, «hanno preso un chicco di scienza teorica e l’hanno spinto agli estremi, facendolo però in modo interessante». Qualche risposta veloce. Johnson spiega tra le altre cose che il cambio di gravità come lo vediamo nel film sembrerebbe impossibile, per quanto ne sappiamo, e che è ridicolo che non si provi a usare l’algebra con gli alieni: anche quello sarebbe stato un modo perfettamente plausibile per provare a comunicare. Per il resto il film gli è piaciuto molto, dice.

Amy Adams e il mandarino

Non lo sapeva prima del film, come ha detto a Jimmy Kimmel. Ha spiegato di aver avuto molto problemi a imparare quelle poche parole e di aver infine deciso di usare post-it per leggere le frasi che doveva dire. Ha anche detto che era un problema parlare del film a quelli che non l’avevano visto, perché le sembrava di dare l’idea di non averlo capito, quando in realtà voleva solo stare attenta agli spoiler.

Gli effetti speciali del film

Cosa c’era davvero e cosa è stato aggiunto in post-produzione.

Gente che si parla ma non parla la stessa lingua

È uno dei video usati per promuovere Arrival. È fatto con persone che parlano lingue diverse ma hanno qualcosa in comune: l’obiettivo era scoprirlo, stando nella stessa stanza.

L’alfabeto alieno

Il designer Patrice Vermette ha raccontato a Inverse di aver praticamente creato una «Bibbia dei logogrammi alieni usati nel film»: ne ha disegnati 100 (ognuno con un vero significato, costruito secondo i principi spiegati e mostrati nel film) e nel film se ne vedono 71. Ha anche spiegato che pure la scelta del Mahjong (il gioco usato dai cinesi) come plausibile modo per comunicare con gli alieni è stata lungamente pensata.

Tre cose da leggere e una da ascoltare

– La storia della tua vita di Chiang, per cominciare: contenuto nella raccolta di racconti Le storie della tua vita, pubblicata in Italia da Frassinelli.

– Il lungo articolo in cui Wolfram ha raccontato di quella volta in cui gli diedero «una notte di tempo per inventare il viaggio interstellare», e non molto più tempo per pensare a come funzionerebbe realisticamente un’astronave aliena

– l’articolo in cui lo sceneggiatore Eric Heisser ha spiegato di averci messo più di 100 ri-scritture per riuscire a «pensare come un alieno»

– la cosa da ascoltare è invece “On the Nature of Daylight” di Max Richter: si sente all’inizio e molte altre volte nel film, potreste averla già sentita in altri film (Shutter Island, per esempio) e Alissa Wilkinsson di Vox l’ha definita «la canzone più triste del mondo». La colonna sonora di Arrival è stata invece scritta dal compositore islandese Jóhann Jóhannsson.

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