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  • domenica 15 gennaio 2017

Come fa il Giappone a evitare che la gente si spari

Per ottenere un'arma bisogna seguire una procedura complessa, e questo alla lunga ha cambiato la mentalità delle persone

Alcune persone vestite da samurai mostrano antichi fucili a miccia durante un evento a Tokyo (RIE ISHII/AFP/Getty Images)

Il Giappone è uno dei paesi nel quale viene commesso ogni anno il minor numero di reati con armi da fuoco. Nel 2014 solo sei persone sono morte a causa delle armi da fuoco, contro le più di 33 mila negli Stati Uniti nello stesso anno e le 781 del 2012 in Italia (il Giappone ha 127 milioni di abitanti, contro i 320 degli Stati Uniti e i 60 milioni dell’Italia). Questi risultati si devono a una legge molto rigida che regolamenta il possesso di armi da fuoco: fa sì che nel paese circolino poche armi e di conseguenza si verifichino pochi episodi di violenza con le armi. Ma l’efficacia della legge non è dovuta solo alla sua rigidità. Uno dei fattori più importanti è che la materia in Giappone sia regolata rigidamente ormai da molti anni: la legge col passare del tempo ha di fatto plasmato e influenzato la mentalità delle persone, generando un forte tabù sull’utilizzo improprio delle armi da fuoco, sia da parte dei civili che della polizia.

Per acquistare un’arma da fuoco in Giappone bisogna seguire un iter piuttosto lungo. Intanto non si possono acquistare le pistole, che sono vietate dalla legge senza eccezioni: si può scegliere solo tra vari modelli di fucili e fucili ad aria compressa. Bisogna innanzitutto frequentare un corso che dura una giornata intera, fare un esame scritto e superare un test di precisione in un poligono di tiro mettendo a segno almeno il 95 per cento dei colpi sparati. La polizia fa poi dei test per valutare la salute mentale e verificare l’eventuale utilizzo di droghe dell’aspirante compratore. Infine controlla i precedenti penali e i possibili legami con gruppi estremisti sia dell’acquirente che dei suoi parenti (a volte vengono fatti controlli anche sui suoi colleghi di lavoro). Al termine di queste verifiche, la polizia decide se concedere o meno la licenza.

Anche il numero di negozi di armi è molto ridotto in Giappone. In quasi ognuna delle 40 prefetture del paese non ci possono essere più di tre negozi di armi, e al loro interno si possono acquistare nuove munizioni solo portando indietro quelle utilizzate e comprate la volta precedente. I possessori di armi da fuoco devono poi comunicare alla polizia dove sono detenute le armi e le munizioni (che devono essere conservate in luoghi separati e chiusi a chiave). La polizia fa solitamente un controllo annuale sulle armi. Le licenze durano tre anni, al termine dei quali si deve frequentare di nuovo il corso e passare di nuovo gli esami.

La legge vigente è stata introdotta nel 1958, ma le convinzioni sulle quali si fonda sono molto più antiche e radicate nella cultura locale. Come ha detto Iain Overton, direttore dell’associazione Action and Armed Violence che sensibilizza sui problemi legati alla diffusione delle armi da fuoco, fin dal primo momento in cui questo tipo di armi sono state introdotte nel paese, il Giappone ha avuto una legge che ne regolamentasse il possesso. I proprietari di armi in Giappone sono molto pochi: nel 2007 erano lo 0,6 per cento della popolazione, contro l’8,4 dell’Italia e il 6,2 in Inghilterra e Galles. Numeri così bassi hanno ripercussioni sugli episodi di violenza. Secondo Overton, è una questione di quantità: se il numero di armi in circolazione è basso, sarà bassa anche la violenza generata.

Anche i poliziotti, fa notare Overton, usano raramente le armi e intervengono spesso in situazioni di crisi usando le arti marziali. Le forze di polizia spendono buona parte del periodo di addestramento allenandosi nel kendo (l’arte marziale praticata utilizzando bastoni di bambù). Overton fa notare il contrasto tra questo modello, volto a rispondere alla violenza con azioni meno intense, al modello statunitense che è invece arrivato a militarizzare la polizia. Inoltre in Giappone esiste una sorta di tabù sull’utilizzo improprio delle armi da fuoco, anche da parte della polizia: per capire come è percepita la cosa, a un agente che si suicida con l’arma di servizio viene fatto una specie di processo postumo. Inoltre i poliziotti escono con le armi solo se sono in servizio, e quando termina il loro turno di lavoro le lasciano in caserma prima di tornare a casa.

Uno dei meriti riconosciuti al Giappone da osservatori come l’antropologa Henrietta Moore è che non considera il possesso di armi come un diritto e rifiuta l’idea che un fucile sia uno strumento da utilizzare in difesa dei propri beni contro altre persone.

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