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  • sabato 14 gennaio 2017

Cose di giornalismo

Un'intervista data dal peraltro direttore del Post al giornale dell'università di Bergamo, che risponde a qualche domanda ricorrente

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Pubblichiamo qui le risposte integrali di Luca Sofri, peraltro direttore del Post, a un’intervista fatta da Luca Baggi per il giornale dell’università di Bergamo, 18eLode: perché spiegano un po’ di cose sul presente del giornalismo visto dal Post e rispondono ad alcune domande che capitano.

Che cos’è la crisi dell’editoria? Ha origine solo nell’avvento del world wide web?
Sì. E di internet, più che del web e basta. La crisi dei tradizionali modelli di business dei prodotti giornalistici (vendite e pubblicità) è stata generata da internet. Poi c’è stata la crisi economica mondiale più o meno simultanea che ha aggravato le cose.
Quali sono i giornali più colpiti? Qual è il ruolo dei giornali locali? È possibile per un giornale non mettere al primo posto il digitale?
Quelli più grandi, con strutture più costose e meno adattabili al cambiamento. Ma ogni giornale ha una storia sua, anche in termini di economie e mercato, quindi è difficile generalizzare. Anche per i giornali locali: ce ne sono che hanno perso senso o lettori, e altri che li hanno saputi conservare di più. Lo stesso vale per la terza domanda: è possibile se la propria natura, se i propri lettori, se la propria competitività, permettono di stressare lo spazio più ridotto del mercato dei giornali di carta. Che è quello dove comunque arrivano i maggiori ricavi, quindi non è così scontato “metterlo al secondo posto”.
I giornali sono cambiati entrando a far parte delle piattaforme dei social network. È possibile sostenere che siano diventati o siano percepiti come aziende promotrici di beni di consumo, perdendo così la caratteristica principale, informare? Il giornalismo ha mantenuto il suo ruolo sociale?
Io non credo che sia la caratteristica principale: i giornali sono prodotti commerciali che – come tutti i prodotti commerciali – collocano le loro priorità in un punto variabile tra gli estremi della ricerca del profitto e la funzione di servizio pubblico (anche chi produce latte svolge un servizio pubblico). Noi abbiamo una visione limitata dei “giornali”: ci sono giornali di enigmistica, di ricette, di gossip, quotidiani di informazione di diversa e varia accuratezza e qualità. Le aziende editoriali sono produttrici di beni di consumo: ma ad alcuni di questi beni di consumo attribuiamo – giustamente – uno speciale valore e ruolo sociale e civile, quello che dà senso alle democrazie, le quali funzionano solo se sono informate. Però i giornali non sono un servizio pubblico, almeno se non sono sostenuti da denaro pubblico: non si può pretendere che sostengano le democrazie in perdita. Quindi o si trova il modo di sostenerli pubblicamente senza generare mostri, come è avvenuto finora, oppure gli Stati si assumono maggiormente il ruolo di informare correttamente i cittadini, in proprio o promuovendo questa informazione. In mancanza delle due cose, ci si affida alla coscienza civile e all’etica dei giornalisti o dei privati che le finanziano, compresi i lettori che pagano per i giornali o gli inserzionisti che li sovvenzionano. Se mancano anche questi ultimi, c’è un problema, e l’etica privata non sa di cosa nutrirsi: come stiamo notando.

Grazie a internet si è resa disponibile l’informazione gratuita. Se da un lato l’informazione è un diritto, dall’altro è necessario sostenere delle spese per la qualità del servizio. È possibile reintrodurre l’idea dell’informazione a pagamento? L’informazione a pagamento è un valore positivo?
Non so cosa voglia dire “l’informazione è un diritto”: se lo è, come lo si garantisce? Come dicevo prima, quelle spese chi le sostiene? L’informazione a pagamento non è scomparsa, né la sua idea: è diventata meno remunerativa di un tempo e beneficia solo chi abbia un’informazione di cui ci sia domanda. Non direi sia un valore positivo di per sé: credo che oggi molti pagherebbero (molti già pagano, ogni giorno) per un’informazione non necessariamente di qualità, ma che invece rinforza i loro pregiudizi, opinioni ristrette, bisogni di affermazione di sé, indignazioni, diminuzioni del prossimo, eccetera.
Le inserzioni a pagamento sono sufficienti a sostenere le spese? Come commenta queste parole che da qualche tempo compaiono sotto ogni pagina di The Guardian? «More people are reading the Guardian than ever but far fewer are paying for it. And advertising revenues across the media are falling fast».
Sono un dato di fatto condiviso da tempo: bisogna capire quale sia fattore e quale causa. Ci sono più lettori anche proprio perché è gratis. Le inserzioni a pagamento online sono una fonte di ricavo molto povera, in declino, anche per colpa della scarsa inventiva e capacità di adattamento del sistema della pubblicità, di cui si sono approfittati Google e Facebook.
È sufficiente offrire un servizio di abbonamento per far fronte alla crisi? Si è già a corto di soluzioni?
Daccapo, dipende. Ci sono prodotti editoriali che hanno soddisfacenti sistemi di abbonamento, e altri che danno un’offerta poco originale e competitiva perché i lettori si abbonino. E sì, si è a corto di soluzioni: ma non “già”, si è a corto di soluzioni da subito, e anzi nel frattempo qualche capacità di adattamento al nuovo sistema alcuni l’hanno trovata. Ti sta rispondendo uno che ha un piccolo giornale online in pareggio economico.

Quali sono le nuove competenze di un giornalista e quale il suo titolo di studio?
Il titolo di studio è irrilevante. La duttilità è l’attitudine prioritaria: perché si fa di tutto, e perché i tempi cambiano continuamente.
Nella redazione de Il Post esiste un team di social media editor?
Sì.
Si può dire che tra gli obiettivi di una pagina social di un giornale figuri anche l’intrattenimento, ottenuto ad esempio attraverso la pubblicazione di vignette e video anche commemorativi? (Si pensi a #AccadeOggi di Repubblica e La Stampa)
Si può, ma esiste già tra gli obiettivi di un giornale, da sempre. Pensa agli oroscopi, per dire quella più facile. In termini di contenuti, i social non hanno inventato niente.

Come motiva la scelta de Il Post di non promuovere servizi di abbonamenti o a pagamento come Il Sole 24 ORE, Corriere della Sera, La Stampa e anche le testate statunitensi come The New York Times?
Non è una scelta, semplicemente non è ancora avvenuto. Gli esempi che citi hanno deciso di farlo, a un certo punto, ognuno con modalità diverse. Al Post per ora non è ancora arrivato quel punto.
Quanto rappresenta la percentuale degli introiti delle inserzioni rispetto al totale? È possibile avere un esempio dei prezzi delle inserzioni?
Il 100% se capisco la domanda: non ci sono altri introiti. Non ci sono esempi, perché i prezzi di quelle che chiami inserzioni sono variabilissimi e dettati da una serie di fattori diversi, che non vengono stabiliti dall’editore, ma dal sistema delle intermediazioni del mercato pubblicitario.
Qual è la fascia d’età dei lettori de Il Post? Il suo giornale è rivolto a un particolare pubblico?
Rivolto no, ma nei fatti abbiamo dei lettori di età media piuttosto bassa, rispetto agli altri prodotti giornalistici.
Su cosa si è fondata la crescita, tutto sommato notevole, del giornale, che in sei anni ha raggiunto quasi 460mila follower su Twitter e 250mila su Facebook?
Su tante cose: il tempo che ci vuole e che aiuta, se non chiudi prima. L’attenzione ai costi, che serve a non chiudere prima. L’identità e il progetto legati a una qualità e accuratezza dell’informazione. La sensibilità rispetto ai meccanismi di diffusione e promozione dei contenuti online. E le persone giuste, dai soci che lo hanno finanziato a chi fa il Post.

È ancora possibile il giornalismo d’inchiesta?
Mi pare possibile, sì: ne vedo sempre molto. Poi non aiuta a eleggere i presidenti, magari.
Sul caso della censura della foto della “Napalm Girl” di quest’estate sul giornale norvegese Aftenposten: quanto condizionano la pubblicazione e la scelta dei contenuti gli algoritmi di Facebook?

Niente, nel nostro caso. Anche perché sono sempre in gran parte occulti.
Facebook cerca sempre più di mantenere gli utenti sul social, proponendo ad esempio gli instant articles e rendendo possibile aprire i link senza abbandonare la piattaforma. I giornali devono quindi concentrarsi più su Facebook che sul loro sito?
Non lo sa nessuno ed è un tema molto dibattuto. C’è chi si consegna a Facebook per ottenere prezioso sostegno di traffico ed economico, e chi preferisce garantirsi autonomia e controllo tenendo una distanza.
In seguito alle elezioni presidenziali statunitensi è sorto il problema delle bufale che dilagano nel web. Con gli algoritmi di Facebook non si riesce ancora ad arginare la diffusione di informazioni false, e per di più si crea una “bolla” attorno all’utente. Quale ruolo giocano i siti di fact-checking come Politifact? All’interno di una società post-fattuale o post-truth, che Oxford Dictionaries ha dichiarato la parola dell’anno, viene meno il ruolo e la credibilità di un giornale?
Il ruolo e la credibilità di un giornale vengono meno quando quel giornale pubblica cose false, come avviene da anni in una misura eccessiva nei giornali italiani. Poi di certo anche quelli affidabili hanno ridotto il loro potere di costruzione di un’opinione informata, di fronte alla competizione non di Facebook ma di tutti noi che usiamo Facebook con leggerezza, facendoci spesso veicoli di informazioni false.
Può First Draft News, lanciato di recente dopo Facebook Signal, contribuire ad arginare la disinformazione? «As well as keeping up to date with this new field of journalism, First Draft News will provide guides to help journalists better understand social newsgathering, verification techniques, ethics and the law, in-depth investigations, fakes and hoaxes, and other issues affecting the modern newsroom»
Può.
Contribuire.

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