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  • giovedì 12 gennaio 2017

L’Islanda ha un nuovo governo

Una nuova coalizione che lo sostiene e un nuovo primo ministro conservatore, che però ha già un mezzo guaio legato ai Panama Papers

Bjarni Benediktsson, Reykjavik, 5 aprile 2016 (HALLDOR KOLBEINS/AFP/Getty Images)

Da martedì 10 gennaio in Islanda c’è un nuovo governo: tre partiti di centrodestra hanno infatti raggiunto un accordo per nominare primo ministro il conservatore Bjarni Benediktsson del Partito dell’Indipendenza, quello che ha guidato quasi tutti i governi islandesi dal 1929 a oggi. Benediktsson è l’ex ministro delle Finanze ed era stato coinvolto lateralmente nello scandalo dei Panama Papers, di cui ora si è tornati a parlare per nuove accuse che gli sono state rivolte. Della nuova coalizione di governo – che è entrato formalmente in carica mercoledì 11 gennaio – fanno parte il partito Futuro radioso (liberale di centro) e il partito Riforma (centrodestra).

Come si è arrivati fino a qui
Dopo che lo scandalo dei Panama Papers aveva portato alle dimissioni del primo ministro Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, le elezioni parlamentari anticipate si erano tenute lo scorso 29 ottobre: il partito che aveva ottenuto più voti era stato il Partito dell’Indipendenza (21 seggi e 29 per cento dei voti, circa il due per cento in più rispetto a quelli ottenuti nelle precedenti elezioni, nel 2013). Il partito Sinistra – Movimento Verde aveva ottenuto 10 seggi, così come il Partito dei Pirati che prima del voto era dato in testa ai sondaggi. Il Partito Progressista, liberale e di centro, che negli ultimi anni era stato al governo in coalizione con il Partito dell’Indipendenza, aveva ottenuto 8 seggi, 11 in meno di quelli che aveva fino a prima delle elezioni (l’ex primo ministro Sigmundur Davíð Gunnlaugsson era del Partito Progressista). Nessun partito aveva comunque ottenuto la maggioranza dei seggi necessaria per governare e dopo le elezioni c’erano stati tre tentativi, falliti, di formare un nuovo governo di coalizione.

All’inizio di novembre il presidente della Repubblica Gudni Johannesson aveva assegnato il mandato di formare il governo a Bjarni Benediktsson che aveva provato a trovare la maggioranza in parlamento con il Partito Progressista e il partito Futuro Radioso. I tre partiti però non si erano messi d’accordo su questioni europee e di riforma delle istituzioni, quindi Johannesson aveva dato l’incarico al secondo partito, il partito Sinistra – Movimento Verde, che aveva provato a mettere insieme una maggioranza formata da cinque partiti: le trattative erano andate avanti fino a fine novembre, ma anche in questo caso non si era trovato un accordo, soprattutto su questioni fiscali. All’inizio di dicembre Johannesson aveva allora assegnato l’incarico a Birgitta Jónsdóttir, la leader del partito dei Pirati, che non era riuscita a mettersi d’accordo con i potenziali alleati di coalizione sul settore (molto importante per il paese) della pesca. Il quarto tentativo è invece andato a buon fine.

La nuova coalizione di governo controllerà 32 seggi del parlamento su 63 e avrà dunque una maggioranza piuttosto risicata. Il programma di tutti e tre i partiti prevede che l’eventuale adesione del paese all’Unione Europea – per ora non ne fa parte – debba essere sottoposta al giudizio popolare con un referendum. È prevista anche una riforma della politica monetaria per aumentare la stabilità del tasso di cambio e ridurre i tassi di interesse, e una riduzione delle partecipazioni dello stato nelle banche, in gran parte nazionalizzate dopo la grave crisi del 2008.

In Islanda – un paese di 320mila abitanti – la crisi del 2008 fu più grave che in altri paesi: le tre principali banche fallirono, la borsa nazionale perse il 97 per cento e il valore della corona islandese si dimezzò. Ora, anche grazie al grande aumento del turismo, il paese si è ripreso: nel 2016 ha avuto un’elevata crescita economica e una forte diminuzione della disoccupazione. Del patto di governo firmato dai leader dei tre partiti ora al governo fanno parte anche maggiori investimenti nelle infrastrutture, la lotta contro l’evasione fiscale, in generale una politica liberale in campo economico soprattutto a favore delle imprese e nessuna riforma radicale sul piano istituzionale: nel 2013 l’Islanda era arrivata molto vicina ad approvare un nuovo testo costituzionale scritto in modo inclusivo e trasparente. L’adozione di questa nuova costituzione faceva parte del programma di alcuni partiti che si sono presentati anche alle ultime elezioni, ma non del programma del partito del nuovo primo ministro.

Il nuovo primo ministro e i Panama Papers
Benediktsson ha 46 anni, fa parte di una delle famiglie più ricche del paese e nel precedente governo era ministro delle Finanze. Martedì 10 gennaio, dopo essere stato nominato primo ministro, ha presentato a Reykjavik il nuovo governo, ma hanno intanto cominciato a circolare nuove accuse che lo riguardano e che hanno a che fare con i Panama Papers.

L’Islanda è stato uno dei paesi più interessati dallo scandalo: l’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), un’organizzazione internazionale di giornalisti aveva pubblicato un’inchiesta su una serie di documenti trapelati da Mossack Fonseca, una delle più importanti società del mondo che si occupa di creazione e gestione di società off shore e in paradisi fiscali. I documenti avevano mostrato un conflitto di interessi dell’allora primo ministro Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, che si era dimesso. E avevano mostrato anche che Benediktsson aveva con due altre persone una società alle Seychelles (cosa comunque non necessariamente illecita, se dichiarata).

Benediktsson era riuscito a non restare troppo coinvolto in questa storia, non si era dimesso e in quanto ministro delle Finanze si era impegnato ad avviare un’inchiesta sull’evasione fiscale basata sulle informazioni contenute nei Panama Papers. L’inchiesta si era conclusa a metà settembre e aveva stabilito che che lo stato aveva perso ogni anno dal 2006 al 2014 tra i 23 e i 54 milioni di euro a causa dell’utilizzo di paradisi fiscali da parte delle 600 persone islandesi nominate nei documenti. La notizia era arrivata in piena campagna elettorale e di lì a poco più di un mese si sarebbero svolte le elezioni anticipate vinte poi dal partito di Benediktsson. L’inchiesta è stata però pubblicata solo il 7 gennaio, a pochi giorni dall’annuncio del nuovo governo. Il nuovo primo ministro è dunque ora accusato di aver voluto tenere segreta questa relazione che avrebbe potuto danneggiarlo, in quanto ministro delle Finanze, per la campagna elettorale.

Benediktsson ha dichiarato di non aver visto il rapporto prima che il parlamento venisse sciolto, ma il ministero delle Finanze lo aveva ricevuto un mese prima. Benediktsson si è dunque scusato per l’inesattezza delle sue indicazioni sulle tempistiche aggiungendo di aver deciso di non rendere pubblica l’inchiesta e che in ogni caso quelle notizie non avrebbero influenzato il risultato delle elezioni. «Se il rapporto fosse stato presentato al Parlamento poco prima delle elezioni e se le persone avessero visto nero su bianco quanto denaro è sfuggito alle tasse, questo argomento sarebbe stato certamente messo all’ordine del giorno», ha invece dichiarato Birgitta Jónsdóttir. La leader del Partito dei Pirati ha insistito molto, durante la campagna elettorale, su evasione fiscale e trasparenza di governo.

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