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  • Cultura
  • mercoledì 11 gennaio 2017

Il successo di un libro sul greco antico

"La lingua geniale" di Andrea Marcolongo ha venduto migliaia di copie in pochi mesi, inserendosi nell'annoso dibattito sull'opportunità di studiare le lingue classiche

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Da molte settimane, nella classifica dei libri più venduti in Italia, ce n’è anche uno sul greco antico: si intitola La lingua geniale: 9 ragioni per amare il greco, è uscito per Laterza nel settembre 2016 e l’ha scritto la giornalista Andrea Marcolongo, ex speechwriter di Matteo Renzi, laureata in lettere classiche. Contrariamente alla maggior parte dei libri sul greco, che spesso appartengono o alla letteratura specializzata o a quella divulgativa, La lingua geniale non ha un target preciso, e forse questa è già una delle ragioni del suo successo: Marcolongo ha spiegato più volte che il libro «non è affatto destinato solo a chi il greco già lo conosce» ma che «serve a scoprire nuovi modi per capire e farsi capire, anche e soprattutto nel 2016». Ma quello di Marcolongo è solo l’ultimo libro che ha fatto riparlare del dibattito in corso da anni sul liceo classico e in particolare sullo studio delle lingue classiche, forse il dibattito più longevo negli ambienti umanistici di questi anni.

Oltre a vendere molto – finora ne sono state stampate circa 55mila copie, e secondo la classifica di GFK ne sono state vendute 26mila – La lingua geniale ha anche ricevuto ottime recensioni sui principali quotidiani italiani. Sulla Stampa, Alessandro d’Avenia – a sua volta scrittore di successo e insegnante di latino e greco – lo ha definito «una storia d’amore con una lingua e la sua capacità di trasformare i sensi», che «riesce a raccontare i misteri della grammatica e della sintassi come si trattasse di un volto umano o di un’architettura».

Il libro di Marcolongo è stato apprezzato anche negli ambienti accademici o impegnati da tempo a difendere l’insegnamento del greco: di recente, ad esempio, è stato citato positivamente in un incontro per aiutare gli studenti a scegliere la scuola Superiore da Michele Monopoli, il preside del prestigioso liceo classico di Milano Cesare Beccaria. In una recensione pubblicata sul suo sito, l’Associazione Italiana di Cultura Classica ha scritto: «nella battaglia, che si profila sempre più aspra, tra difensori del Liceo classico così come è e i demolitori o annacquatori delle due discipline antiche che ne sono l’architrave, il libro della Marcolongo è pietra angolare che ancora ci ricorda, con Virginia Woolf, che “è al greco che torniamo quando siamo stanchi della vaghezza, della confusione; e della nostra epoca”». Fra le varie traduzioni che ne verranno fatte all’estero – Laterza ha già concesso i diritti per tradurlo in Spagna, Grecia e Francia, e sta concludendo accordi per venderlo in Germania, Svezia e Olanda – una sarà curata dalla casa editrice francese Les belles lettres, che fra le altre cose pubblica una prestigiosa collana di testi greci e latini.

La lingua geniale ha avuto praticamente una sola recensione negativa, anche se più circostanziata rispetto alla media: quella della scrittrice Michela Murgia per la trasmissione RAI Quante storie, che ha accusato il libro di parlare del greco in un modo «approssimativamente scolastico» e che può essere compreso solo da chi già conosce il greco antico, visto che la maggior parte delle parole citate in greco – e quindi scritte con l’alfabeto greco – non viene traslitterata nell’alfabeto latino. E in generale diversi passaggi possono rendere perplesso chi si occupa di greco antico per lavoro, e lo studia e insegna ogni giorno. Ma che genere di libro è La lingua geniale?

Com’è fatto
È lungo circa 150 pagine ed è diviso in sette capitoli, dedicati ciascuno a una particolarità del greco antico. Il primo – che fra l’altro è quello a cui Marcolongo dice di essere più legata – parla ad esempio dell’aspetto, una categoria grammaticale che indica il tempo relativo di una certa azione anziché quello assoluto. Il capitolo si intitola “Quando, mai. L’aspetto” e si riferisce alla tesi di fondo secondo cui i greci avessero una concezione del tempo diversa da quella contemporanea («I Greci […], liberi, si chiedevano sempre “come”. Noi, prigionieri, ci chiediamo sempre “quando”», scrive a un certo punto Marcolongo). Altri capitoli sono dedicati ad esempio all’ottativo, un modo verbale molto particolare e presente in pochissime lingue occidentali, e alle difficoltà di tradurre il greco antico nell’italiano, soprattutto per esigenze scolastiche.

genialeGiovanni Carletti, l’editor che si è occupato del libro per Laterza, ha spiegato al Post che proprio il capitolo sull’aspetto è stato il primo che Marcolongo ha proposto alla casa editrice, e che è forse il più rappresentativo dell’intero progetto: un testo che affronta in maniera più leggera e in chiave nuova un argomento solitamente trattato solo a scuola. Questo intento è presente non solo nel contenuto ma si riflette in quello che ci sta intorno, cioè la struttura, la copertina e il titolo: «il tentativo – spiega Carletti – era quello di dare l’idea sia nella struttura sia nella copertina e nel titolo, di avere un libro amichevole, e contrapporre alla polvere e alla pesantezza che di solito vengono associati al greco, una leggerezza maggiore». La copertina, spiega Carletti, è molto «semplice», e anche più spigliata rispetto ai corposi manuali pubblicati da Laterza ad esempio sull’archeologia greca nel Sud Italia, o all’ultimo saggio di Luciano Canfora – probabilmente il più noto grecista italiano – sullo storico greco Tucidide, uscito proprio pochi mesi fa. Il titolo ha avuto una gestazione più lunga e come spiega Carletti: «ci abbiamo discusso quasi un mese, avevamo almeno quattro ipotesi diverse. Poi l’autrice ha insistito moltissimo per l’aggettivo “geniale”: non tanto per il riferimento all’Amica geniale [la saga di gran successo di Elena Ferrante], ma perché le sembrava che rendesse bene il senso del libro».

La struttura in capitoli e soprattutto il tema del libro – una materia un po’ astrusa e generalmente considerata “di nicchia” – hanno invece ricordato ad alcuni un altro recente successo editoriale: Sette brevi lezioni di fisica, il libro sui principi base della fisica scritto da Carlo Rovelli e diventato un caso editoriale un po’ in tutto il mondo (ha avuto un’apprezzata edizione americana, e a più di due anni dalla sua uscita in Italia vende ancora moltissimo). Ma le somiglianze fra La lingua geniale e Sette brevi lezioni di fisica si esauriscono a questo: il libro di Rovelli ha uno stile e un linguaggio molto più asciutti, e può davvero essere letto anche da persone che di fisica non sanno nulla. La Lingua geniale, per quanto accessibile e “amichevole”, ha come lettore ideale una persona che ha già masticato il greco antico perché lo sta studiando o perché lo ha studiato.

Anche Carletti spiega che Sette brevi lezioni di fisica non è stato fra i modelli presi in considerazione (anzi, «non abbiamo avuto dei modelli in particolare»). Carletti precisa che «il nostro tentativo era quello di evitare accuratamente alcune delle caratteristiche che hanno i libri che tentano di spiegare perché è importante studiare il latino o il greco»: come ad esempio Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile, scritto dal latinista Nicola Gardini e pubblicato da Garzanti nel maggio 2016. «Volevamo fare una cosa che comunicasse una passione e il valore, senza metterla su un piano di utilità. – prosegue Carletti – Mi sembra che sia uno degli elementi che riporta tutto a un’idea molto scolastica. Noi non volevamo segnalare utilità o necessarietà nello studio del greco: volevamo raccontare la bellezza e specificità della lingua». La lingua geniale insomma, come ammesso anche da Marcolongo e Carletti, non è un libro puramente divulgativo, ma ha anche un aspetto più “impegnato” sui pregi dell’apprendimento del greco antico, anche se lontani dal criterio dell’utilità.

La difesa del greco
La lingua geniale si inserisce insomma nel dibattito che va avanti da diversi anni sul liceo classico, la scuola superiore che un tempo era frequentata dai figli della cosiddetta classe dirigente e che ancora oggi, per tradizione e prestigio, attrae spesso i migliori insegnanti e studenti in circolazione. Diversi esperti di istruzione hanno messo in dubbio l’effettiva esigenza di studiare in maniera così approfondita il latino e il greco antico – a cui nei primi due anni sono dedicate nove ore di lezioni a settimana, più del doppio di qualsiasi altra materia –, l’assenza di materie introdotte in quasi tutte le scuole superiori, come informatica, economia e diritto, e i metodi praticati dalla maggior parte degli insegnanti, che prevedono una buona dose di apprendimento mnemonico anziché approfondimenti su storia, cultura e letteratura. Lo studio del latino e del greco è il relitto di un’epoca – l’Ottocento e il primo Novecento – in cui le materie umanistiche detenevano un primato su quelle scientifiche, sostengono i critici, e quindi mantenere il classico così com’è sarebbe anacronistico.

Le accuse nei confronti del liceo classico e dell’insegnamento di greco e latino – sintetizzate un po’ brutalmente in un articolo di tre anni fa di Michele Boldrin – hanno generato una reazione opposta e sulla difensiva di moltissimi insegnanti, intellettuali ed ex studenti rimasti affezionati al liceo classico. Si è tradotta in appelli sui giornali o lettere aperte al ministero dell’Istruzione – l’ultima più popolare in ordine di tempo, “task force per il classico”, ha ottenuto più di 15mila firme – pagine Facebook molto attive e tutto un circolo di conferenze ed eventi pubblici.

La tesi di fondo è che il liceo classico a differenza di altre scuole “apra la mente”, cioè fornisca una preparazione più ricca: il greco e il latino sono lingue complicate ma parlate da moltissimi intellettuali europei dal Medioevo in poi, per cui studiarle ha sia un valore intrinseco – affrontare una cosa difficile – sia culturale. «Abolire la cultura classica serve solo a perdere la memoria, a farci vivere in una società orientata sul presente» disse Umberto Eco nel corso di un finto “processo” al liceo classico tenuto a Torino nel novembre 2014, e alla fine del quale venne assolto da una corte presieduta dal procuratore capo di Torino Armando Spataro.

Il liceo classico e in particolare lo studio del greco sono stati idealizzati e raccontati con una retorica un po’ conservatrice, secondo cui imparare il greco e il latino equivale ad assorbire strumenti e valori alla radice della cultura occidentale e ormai perduti che aiutano ad affrontare meglio il proprio futuro, qualsiasi lavoro si scelga di fare: dall’ingegnere al medico, al fisico (in fondo anche Rovelli ha frequentato il liceo classico, farebbe notare qualcuno). Lo riassume bene un passaggio della lettera aperta al ministero dell’Istruzione condivisa dalla “task force per il classico”:

«La traduzione dal greco e dal latino rappresenta “l’attività più vicina alla ricerca scientifica, cioè alla comprensione di ciò che è sconosciuto” (Luca Cavalli Sforza). Per affrontarla occorre infatti attuare una serie di operazioni mentali che sono tipiche di ogni metodologia razionale; senza contare che i linguaggi di un gran numero di saperi – non solo umanistici e filosofici, ma sociali, tecnici, artistici e scientifici – sono ampiamente costruiti su termini di origine greca e latina.»

Questa tesi è in giro da decenni ed è stata definita un po’ semplicistica: è vero che il greco antico è la lingua in cui si è espressa la più importante civiltà occidentale dell’antichità, che ha prodotto una cultura e una letteratura che hanno influenzato i secoli successivi e sono ancora ammirate. Negli ultimi decenni si sono però sviluppate nuove scienze e discipline che hanno portato a cambiamenti rapidissimi, a cui il liceo classico è rimasto un po’ impermeabile. Tra i tanti che hanno definito uno “slogan” la presunta superiorità dello studio delle lingue classiche c’è Gianni Guastella, professore di letteratura latina all’università di Siena, in un convegno sullo studio del latino del 2015 (ma che a grandi linee vale anche per il greco antico). Nel suo discorso, Guastella ha spiegato:

«Finora alle varie ondate di contestazioni che si sono susseguite, in particolare a partire dal Sessantotto, contro una disciplina come il latino, sempre meno in linea con i gusti e le preferenze culturali del mondo contemporaneo, si è continuato a opporre, da un lato, in modo quasi inerziale, slogan di stampo ottocentesco ormai piuttosto inefficaci: lo studio della lingua latina guiderebbe alla pratica di una migliore disciplina intellettuale, fornirebbe una formidabile ginnastica mentale, sarebbe caratterizzato da una speciale “scientificità” etc. Dall’altro lato, si è continuato a rivendicare l’importanza cruciale che la conoscenza diretta dei testi antichi dovrebbe avere per chiunque aspiri a formarsi una visione completa e coerente della cultura occidentale. Entrambe queste strategie non sembrano aver sortito effetti soddisfacenti».

Guastella spiega che la logica difensiva della conservazione è la stessa che ad esempio impedisce lo svecchiamento e l’apertura dello studio del latino, e la sua progressiva “ghettizzazione”: il latino che si studia è quello parlato a Roma in età “classica”, cioè a grandi linee fra il primo secolo a.C. e il terzo secolo d.C., ignorando il fatto che è stato parlato prima e dopo da milioni di persone al mondo, che hanno prodotto testi scritti fra i più vari, dalle iscrizioni sui muri delle case agli atti notarili del Trecento. Lo stesso vale per il greco: il “greco antico” che si studia a scuola è generalmente quello parlato da una ristrettissima élite di persone che abitavano ad Atene o dintorni fra il V e il IV secolo a.C., decontestualizzato da quello che viene prima – le peculiarità sociali e culturali della più intraprendente civiltà antica occidentale, quella greca – e dopo, cioè una ricca tradizione culturale che ha lasciato traccia in molte culture. È lo stesso problema di diversi altri movimenti di conservazione: l’idealizzazione di un periodo specifico e “classico”, spesso limitato nel tempo, portato ad esempio della superiorità del passato rispetto al presente.

E la Lingua geniale?
Il libro di Marcolongo si inserisce nel filone della difesa del greco, anche se con dei distinguo importanti e aggiungendo inoltre qualche novità. Nell’introduzione e in vari passaggi del libro, Marcolongo critica l’insegnamento del greco come attività esclusivamente mnemonica e “passiva”, e insistendo sul fatto che la sua bellezza risieda in sfumature che non emergono quasi mai nello studio scolastico, che andrebbe riscoperto e incoraggiato.

Secondo Marcolongo il greco antico ha una funzione quasi terapeutica perché che permette di “pensare meglio”: «li riconosci spesso quelli che hanno frequentato il liceo classico (non solo dagli occhiali che quasi sempre portano). Li riconosci dal modo di parlare e di scrivere: segno concreto che il greco è entrato dentro di loro, nel modo di vedere e di esprimere il mondo in italiano, e mai più ne è uscito».

È un concetto che Marcolongo ha ribadito più volte: parlando con Repubblica in un’intervista pubblicata il 24 dicembre ha detto che «Si ricorre a questo linguaggio [il greco] quando si è stanchi della confusione che ci circonda. Lo diceva Virginia Woolf, vale anche per me. Il greco mi aiuta a fare chiarezza fuori e dentro di me». Nella stessa occasione Marcolongo ha definita la cultura classica «l’unico antidoto contro la velocità e la superficialità della nostra epoca». È un’interpretazione molto personale – e infatti Marcolongo sostiene di essere “innamorata” del greco, e ormai da anni – ma che può lasciare perplesso chi si occupa della lingua e della cultura dal punto di vista accademico.

Qualche controversia
Chi studia il greco antico sa bene che non si esaurisce allo studio della lingua ma che esistono numerosissimi ambiti di studio: uno studioso può occuparsi per tutta la vita delle iscrizioni ritrovate fra il VI e il VII secolo in un’isola del Mediterraneo che parlava un oscuro dialetto, oppure delle stratificazioni sociali della tarda società di Sparta, o ancora degli scavi delle colonie greche in Calabria fondate fra VIII e VII secolo a.C. Qualsiasi studente del primo anno di Lettere antiche si rende presto conto che attorno a lui o lei c’è un campo minato di sottigliezze, studi super-approfonditi, e massimi esperti in un dato ambito, per quanto limitatissimo.

Nel libro di Marcolongo spesso questi aspetti vengono semplificati o nemmeno lasciati intuire: quando Marcolongo scrive ad esempio che i Greci erano “liberi”, uno studente zelante potrebbe obbiettare che anche in età classica la schiavitù era diffusamente accettata – persino ad Atene nel V secolo a.C – oppure che la democrazia non era diffusa in tutte le città greche, dove anzi per secoli la forma di governo più comune che il potere fosse in mano a poche famiglie, che se lo tramandavano di generazione in generazione (la cosiddetta oligarchia). Laterza ricorda che il libro è stato revisionato da collaboratori “molto esperti”, soprattutto dal punto di vista della linguistica; ma che in generale è stata preferita «una strada di autonomia: libri di Luciano Canfora hanno un’autorevolezza di un certo tipo, questo aveva uno scopo diverso», ha spiegato al Post Carletti.

Parlando col Post, Carletti ha risposto anche ad alcune precise critiche avanzate da Michela Murgia, come ad esempio le perplessità sull’assenza di traslitterazioni o di una tabella con le lettere dell’alfabeto greco. La maggior parte dei passaggi in greco, nota, è tradotta in italiano e il libro si può leggere anche saltando la lettura delle parole in greco antico, senza che si perdano dei pezzi: «Non volevamo dare l’impressione che fosse una grammatica, o uno strumento didattico: poi magari abbiamo sbagliato, ma la mia sensazione è che in questo modo sia stato chiaro al lettore che non volevamo dare lezioni. Noi abbiamo dato una chiave di accesso, una scintilla di interesse: non necessariamente l’unica o quella indispensabile».

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