Che ne è di Cesare Prandelli?

Uno dei migliori allenatori di calcio italiani non ne imbrocca una dai Mondiali del 2014, compresa l'ultima in Spagna

La scorsa estate sembrava che dovesse andare a Roma per allenare la Lazio, che poi però decise di proseguire in altre trattative. Non se ne è fatto più nulla e Cesare Prandelli ha continuato a rimanere senza squadra fino allo scorso ottobre, quando il Valencia lo ha ingaggiato per sostituire l’allenatore basco Pako Ayestarán. Le difficoltà che Prandelli avrebbe potuto incontrare a Valencia erano note un po’ a tutti nell’ambiente, per via della confusione in cui la squadra spagnola si trova da almeno due anni. E infatti l’esperienza in Spagna di Prandelli è durata solamente tre mesi: da allora è di nuovo senza squadra e reduce da un’esperienza totalmente negativa, che non è servita a rilanciare una carriera da allenatore che sembrava promettere molto fin dai primi anni Duemila ma che poi, dalla partita persa dalla sua Italia contro l’Uruguay ai Mondiali del 2014, non si è nemmeno più avvicinata a quei livelli.

Il lungo periodo negativo nella carriera di Prandelli è cominciato ai Mondiali del 2014 in Brasile. Prandelli era allenatore della nazionale italiana dal 2010: era subentrato a Marcello Lippi dopo il Mondiale in Sudafrica, in cui l’Italia fu eliminata nella fase a gironi, e prima di allora si era fatto apprezzare soprattutto per il suo lavoro come allenatore della Fiorentina, benché fosse nel giro degli allenatori della Serie A già da diversi anni, avendo allenato, fra le altre, Hellas Verona, Venezia e Parma. Dopo quest’ultima esperienza nel 2004 venne ingaggiato dalla Roma — il suo primo incarico con una grande squadra— ma dovette lasciare il posto prima dell’inizio del campionato per stare vicino alla moglie, gravemente malata, che morì poi tre anni dopo.

Prandelli tornò nel calcio nella stagione 2005/2006 come allenatore della Fiorentina, che al primo anno riuscì a portare al quarto posto in Serie A e quindi ai preliminari di Champions League. Tuttavia al termine di quella stagione, la Corte di Giustizia Federale della FIGC penalizzò il club di 10 punti per via del caso “Calciopoli”, e così la Fiorentina scese al nono posto in classifica. Il progetto della Fiorentina proseguì anche negli anni successivi e sotto la gestione di Prandelli la squadra diventò una delle più belle e interessanti della Serie A, grazie anche alla presenza in rosa – in momenti diversi – di Luca Toni, Giampaolo Pazzini, Riccardo Montolivo, Felipe Melo, Stevan Jovetic e Alberto Gilardino: un anno arrivò sesta (ma sarebbe arrivata terza senza la penalizzazione ereditata da “Calciopoli”), poi quarta per due anni di fila e nell’ultima stagione di Prandelli a Firenze terminò la Serie A all’11mo posto, ma rischiò di eliminare il Bayern Monaco agli ottavi di finale di Champions League, in cui fece una gran bella figura nonostante l’eliminazione. Poi Prandelli ottenne l’incarico di allenatore della Nazionale.

Con lui come allenatore l’Italia arrivò seconda all’Europeo del 2012 e terza nella Confederations Cup nel 2013, giocando un calcio diverso – più offensivo e divertente – rispetto al suo recente passato. Agli Europei del 2012 ottenne più di quanto molti si aspettavano, e riuscì a eliminare due squadre quotate come Inghilterra e Germania. Poi però perse la finale per 4 a 0 contro la Spagna, Nazionale che in quel momento si trovava all’apice del suo ciclo vincente iniziato con gli Europei di quattro anni prima.

Due anni dopo gli Europei persi in finale, Prandelli portò l’Italia ai Mondiali in Brasile, con una squadra simile ma con qualche calciatore nuovo. L’Italia vinse all’esordio contro l’Inghilterra, convincendo anche abbastanza, ma poi si trovò in grosse difficoltà contro le due nazionali sudamericane nel suo girone, Costa Rica e Uruguay, entrambe superiori soprattutto nella condizione fisica. Perse entrambe le partite per 1 a 0, e in quelle due sconfitte vennero fuori anche degli evidenti problemi di convivenza fra i giocatori, specialmente fra i più esperti e i più giovani, come Mario Balotelli, ma anche con Antonio Cassano.

Prandelli annunciò le sue dimissioni durante la conferenza stampa al termine di Italia-Uruguay. Disse di volersi prendere le responsabilità per l’eliminazione e di non voler sentirsi dire di stare rubando i soldi ai contribuenti italiani. Parlò dei limiti tecnici della squadra e delle sue scelte sbagliate nella gestione del Mondiale, dicendo che il suo progetto tecnico non aveva funzionato. Nel corso della conferenza disse anche: «C’era la volontà di continuare su una strada che in questi quattro anni ci ha portato a camuffare i problemi del calcio italiano, e a limitarli, forse».

Contro l’Uruguay, l’Italia – che giocò in dieci uomini per gran parte del secondo tempo – finì la gara con una formazione completamente diversa da quella con cui aveva iniziato: in pratica era rimasta senza attaccanti, dopo che Mario Balotelli – già ammonito e molto nervoso – era stato sostituito all’inizio del secondo tempo, e dopo che al 71esimo era uscito anche Ciro Immobile, sostituito da Antonio Cassano. L’Italia cercò di creare qualche azione offensiva soprattutto nel finale di partita, quando non c’era da difendere più niente, ma non riuscì mai a rendersi pericolosa. Per come andò la partita, anche il modo con cui Prandelli fece giocare la Nazionale venne duramente criticato, e ritenuto inadatto al calcio italiano.

Dieci giorni dopo la fine del Mondiale in Brasile — quando ancora continuavano le critiche verso Prandelli e alcuni giocatori — Prandelli accettò l’offerta del Galatasaray, prestigiosa squadra turca che fino a poche settimane prima era allenata da un altro italiano, Roberto Mancini. Durante la presentazione, a luglio, Prandelli finì a parlare inevitabilmente di quello che era successo in Brasile:

Giuseppe Rossi? Non volevo parlarne. E’ ancora forte la delusione che ho provato dopo le sue parole. Se un giocatore conosce il proprio ruolo… L’avevo detto alla prima conferenza; non era pronto. E gliel’ho detto due volte. Questa è una delusione umana. Un giorno dirà la verità. È cominciato tutto da lì.

Mario [Balotelli] non è un campione, è un giocatore che ha i colpi. Quando ci siamo salutati gliel’ho detto: se vuole diventare quello che pensa, deve essere nella realtà e non nella visione virtuale. Gli ho voluto bene e gliene voglio tuttora, ma deve percepire la realtà e non creare il proprio mondo parallelo. Gli ho detto: fai tesoro di questa esperienza perché la Nazionale ha bisogno di te. Se torni coi piedi per terra, non sarai solo un giocatore che ha i colpi e non un campione.

In seguito a quell’intervista, Prandelli si attirò ulteriori critiche da chi in Italia lo accusava di voler dare la colpa dell’eliminazione ad alcuni giocatori, da lui stesso convocati nel corso degli anni, e venne definito da alcuni come poco professionale.

Il suo incarico con il Galatasaray si rivelò, se possibile, ancora più complicato di quello con la Nazionale. Per sostenere le rinnovate ambizioni europee della squadra, negli anni precedenti la società turca aveva iniziato a investire grosse somme nell’acquisto di nuovi giocatori affermati (per esempio Didier Drogba e Wesley Sneijder) e bravi allenatori, nella speranza di tornare a ottenere successi importanti anche fuori dalla Turchia. I maggiori investimenti però non coincisero con un miglioramento dei risultati della squadra e il club iniziò a ritrovarsi in una delicata situazione economica (che lo scorso marzo ha portato a una squalifica dalle coppe europee per le continue violazioni del Fair Play finanziario).

Prandelli si trovò per le mani comunque una buona squadra, tutto sommato: la società non poté spendere le cifre delle passate stagioni e se la cavò acquistando giocatori di seconda fascia, ma non vendette nessun titolare tranne Didier Drogba, che tornò al Chelsea. In rosa c’erano ancora il portiere Fernando Muslera, e poi Wesley Sneijder, Selcuk Inan, Aurélien Chedjou e Burak Yilmaz. Nei primi tre mesi il Galatasaray di Prandelli giocò 16 partite: ne vinse solamente sei, otto ne perse. La fase a gironi della Champions League fu un disastro, con un punto ottenuto in cinque partite, ben 15 gol subiti e solamente 3 segnati. Prandelli non fece in tempo a concludere le partite del girone perché dopo la sconfitta per 2 a 0 contro l’Anderlecht (e una in campionato contro il Trabzonspor) il club decise di esonerarlo dall’incarico.

Alcuni giorni prima dell’esonero, Prandelli si era lamentato delle mancate promesse da parte della società dicendo:

Il nostro ex presidente mi ha convinto proponendomi un progetto importante e innovativo per competere con i migliori club d’Europa. Abbiamo costruito uno staff e una rosa per migliorare la scorsa stagione. Dopo aver avviato alcune operazioni di mercato — Pato, Ibarbo, Doria, Balanta, Marcelo e Douglas — abbiamo cominciato a trattare il trasferimento di Campbell e Song. Volevamo acquistare almeno due di questi giocatori ma successivamente mi è stato comunicato, in modo amichevole, che non avevamo abbastanza soldi per queste operazioni. Il presidente ha continuato a proporre alcuni nomi, dicendo che i problemi sarebbero stati superati. Sapete tutti quello che è successo dopo. E così, abbiamo accettato la situazione e abbiamo continuato a lavorare per ottenere il massimo dalla squadra che abbiamo. Sapevamo che non sarebbe stato facile. Il Presidente ha criticato il nostro gioco e poi si è dimesso senza troppe spiegazioni.

Il Galatasaray lo sostituì con Hamza Hamzaoglu, assistente tecnico della Nazionale turca: la squadra, pur non cambiando quasi niente, si riprese in fretta, recuperò i punti di svantaggio in campionato e riuscì anche a vincerlo con tre punti di vantaggio sui rivali del Fenerbahçe.

Dopo l’esperienza negativa al Galatasaray, Prandelli si prese un lungo periodo lontano dal calcio. In un’ intervista alla Gazzetta dello Sport del 18 giugno 2015, parlò a lungo di quello che era successo alla sua carriera dalla sconfitta contro l’Uruguay e delle sue intenzioni per il futuro, soffermandosi anche su quello che gli era stato promesso dal presidente del Galatasaray al momento del suo ingaggio, l’anno prima:

Non ho più l’ansia di dover rincorrere qualcosa. Però ho una motivazione forte – diciamo pure che professionalmente sto rosicando – perché mi piacerebbe tornare in campo e far crescere una squadra. La voglia c’è, tanta: mi piace andare a potare gli ulivi, ma anche fare il mio lavoro, e non vorrei che passasse l’immagine di Prandelli come Cincinnato. Ma è una voglia senza l’ansia che forse avevo avuto dopo aver lasciato la Nazionale, quando in 3-4 giorni avevo dovuto scegliere cosa fare.

Dopo i Mondiali avrei accettato anche una squadra di Serie B e comunque quello del Galatasaray era un progetto totalmente innovativo che nessuno mi aveva mai proposto. Il presidente Unal Aysal mi disse: “In un anno comprerò un club italiano, uno inglese, uno tedesco e ho il Galatasaray. Lei per un anno sarà il responsabile del Galatasaray e poi si occuperà del progetto di un’accademia europea: 1.600 giovani e 150 collaboratori che potrà scegliere lei”. Eravamo a Vienna, ad agosto: arriva la signora Ebru Cokksal, un membro del board societario, e mi spiegò che quella propostami dal presidente era solo un’idea impossibile. Ma io mi sono fidato anche perché il presidente mi tranquillizzò: “Darò le dimissioni, vedrai che non le accetteranno” mi disse. Dopo due mesi le hanno accettate, e lui non l’ho più visto. I nuovi dirigenti mi dissero che non avrebbero cambiato nulla, però piano piano licenziarono tante persone, e poi anche noi: entro il 27 dicembre dovevano rientrare nei parametri Uefa. Il nuovo presidente poi si scusò, chiedendomi di trovare un accordo anche per proteggere l’immagine del Gala.

Si è ritornati a parlare di Prandelli in estate, prima come possibile nuovo allenatore dell’Atalanta, poi della Lazio. Ma l’Atalanta alla fine ha preferito Gian Piero Gasperini e la Lazio, a cui Prandelli sembrava molto vicino, aveva scelto di proseguire nelle trattative con l’argentino Marcelo Bielsa, il cui contratto con la Lazio è poi durato appena qualche ora.

Prandelli è tornato ad allenare a ottobre, quindi a stagione iniziata. È stato assunto dal Valencia con un contratto valido fino al 30 giugno 2018: un accordo che avrebbe potuto essere rischioso. Da circa tre anni infatti il Valencia è di proprietà dell’imprenditore singaporiano Peter Lim, uno fra gli uomini più ricchi del suo paese e secondo la rivista Forbes al 949esimo posto nella classifica delle persone più ricche al mondo. Il primo anno in carica di Lim è coinciso con una spesa di più di 50 milioni di euro nel mercato, col mantenimento dei rapporti con la Doyen Sport, un controverso fondo d’investimenti che finanzia diverse squadre di calcio europee, e con Jorge Mendes, uno dei più influenti procuratori sportivi al mondo. Di conseguenza il Valencia di Lim vende spesso i suoi migliori giocatori, anche se avrebbe la possibilità di trattenerli, ed è solito comprare giocatori legati o a Mendes o ai rappresentati della Doyen.

I problemi del Valencia iniziarono due estati fa, con le dimissioni dell’allenatore portoghese Nuno Espirito Santo, che l’anno prima era riuscito a portare la squadra al quarto posto nella Liga. Espirito Santo lasciò inaspettatamente la squadra a novembre, facendo capire a tutti che non gradiva le frequenti contestazioni dei tifosi nei suoi confronti. La dirigenza scelse di affidare l’incarico a un inglese, Gary Neville, storico giocatore del Manchester United. Ma Neville, che fino a pochi giorni prima lavorava come collaboratore di Roy Hodgson nella Nazionale inglese e come commentatore per Sky Sports, non aveva mai allenato prima e si ritrovò in una squadra con molti problemi. I tifosi contestarono fin da subito la scelta di ingaggiare un allenatore inesperto come Neville a stagione in corso, perché non sapeva lo spagnolo e non conosceva bene né il calcio della Liga né la squadra. Considerarono il suo ingaggio come un favore fatto da Lim a un amico. I due infatti si conoscevano da quando Neville era ancora un giocatore e Lim gestiva una rete di negozi del Manchester United in Asia. I due hanno mantenuto buoni rapporti anche negli anni seguenti, e insieme ad altri ex giocatori del Manchester United e al fratello Phil (ingaggiato come vice allenatore del Valencia la scorsa estate) erano soci in affari: possedevano degli hotel insieme e la squadra di calcio del Salford City.

Al momento dell’arrivo di Neville in Spagna, il Valencia si trovava al nono posto nel campionato spagnolo ma a soli cinque punti dalla zona Champions League, considerata inizialmente l’obiettivo minimo per quella stagione. Poco più di due mesi dopo l’arrivo di Neville, il Valencia era al dodicesimo posto in classifica, a 19 punti dal quarto posto. C’era stato un crollo verticale nelle prestazioni e nei risultati: in otto partite di campionato la squadra di Neville non aveva mai vinto e aveva per giunta subito una pesante sconfitta per 7 a 0 contro il Barcellona.

Dopo aver terminato la scorsa stagione al 12mo posto, il Valencia ha iniziato la nuova stagione allo stesso modo, anche peggio: quattro sconfitte consecutive nelle prime partite, poi due vittorie, ma contro due neopromosse. Prandelli è arrivato a Valencia con la squadra molto vicina alla zona retrocessione, con evidenti problemi in rosa, contestata dai tifosi e con una situazione societaria a dir poco confusionaria. È riuscito a vincere al suo esordio, in trasferta contro lo Sporting Gijon, ma per i tre mesi successivi quella è rimasta la sua unica vittoria in Liga.

Con i problemi del Valencia ormai evidenti, a inizio dicembre Prandelli si era sfogato in conferenza stampa, prima di una partita di campionato. Aveva detto di essere “molto arrabbiato e deluso” per l’atteggiamento di alcuni giocatori, che aveva invitato ad andarsene se non avevano più interesse a giocare con impegno per la squadra.

Ai problemi della squadra, nei giorni successivi si sono poi aggiunte delle incomprensioni con la società, che hanno portato alle dimissioni del 30 dicembre. Negli ultimi giorni Prandelli e i dirigenti del Valencia hanno dato motivazioni completamente differenti. Anil Murthy, direttore esecutivo del Valencia, ha detto: “Prandelli si è arreso. Ha cercato scuse per andarsene. Sei punti in tre mesi: non c’è bisogno di cercare scuse”. Jesús García Pitarch, il direttore sportivo del Valencia, ha detto invece alla stampa spagnola che Prandelli non aveva mai fornito dei nomi di calciatori richiesti nel mercato. Solo poche ore prima delle dimissioni avrebbe richiesto cinque acquisti, senza specificarne i nomi.

Prandelli ha risposto nei giorni seguenti, con una versione completamente diversa da quella data dai due dirigenti spagnoli:

Volevo aprire gli allenamenti ai tifosi, mi hanno detto che non era possibile; ho cercato di parlare con la stampa ma ho visto che c’era una lista nera. Ho collaborato in silenzio con il club, a Singapore mi avevano promesso che a gennaio avrebbero rinforzato la squadra. Peter Lim era d’accordo con me e aveva dato mandato al direttore sportivo di concentrare ogni sforzo sull’ingaggio di Simone Zaza, che sarebbe dovuto arrivare il 27 dopo le vacanze di Natale. Si tratta di un giocatore di carattere e in organico non ne abbiamo di questo tipo, senza dimenticare che sono quei calciatori che i tifosi vogliono. Il 29 Zaza non c’era ancora, ma non è tutto perché lo stesso giorno la società mi ha chiesto di scegliere tra un attaccante e un centrocampista, dimenticando i quattro che mi erano stati promessi.

Non aveva senso continuare e ho rinunciato. Me ne vado a testa alta e con la consapevolezza di aver fatto tutto il possibile. Me ne vado emozionato, ma anche triste, perché si è chiuso un sogno. Sapevo di avere accettato una sfida difficile, ma sono venuto qui con la convinzione di poter aiutare il Valencia a uscire dalle difficoltà, purtroppo non è andata così.

Dal 25 maggio scorso Prandelli allena l’Al Nasr Dubai, negli Emirati Arabi.