Paolo Di Canio è pentito di quel saluto romano

«È la cosa di cui più mi pento nella mia carriera» ha detto al Corriere della Sera l'ex calciatore della Lazio famoso per il suo aperto sostegno al fascismo

(ANDREW YATES/AFP/Getty Images)
(ANDREW YATES/AFP/Getty Images)

L’ex calciatore e commentatore sportivo Paolo Di Canio ha parlato con il giornalista del Corriere della Sera Marco Imarisio nella prima intervista dopo la sospensione del suo apprezzato programma sul calcio inglese “Di Canio Premier Show”, decisa da Sky Italia dopo la diffusione di una sua foto in cui si vedeva un tatuaggio sul braccio con la scritta “Dux”, in riferimento a Benito Mussolini. Di Canio giocò come attaccante in Serie A (soprattutto alla Lazio e alla Juventus) tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, per poi passare quasi dieci anni tra il campionato scozzese e quello inglese (e tornare infine alcuni anni in Italia, alla Lazio). Era notoriamente fascista: in diverse occasioni fece il saluto romano per festeggiare dei gol, e parlò esplicitamente delle sue convinzioni politiche in diverse interviste.

Di Canio ha detto però a Imarisio di essere cambiato, e che dopo la chiusura del programma ci è rimasto «non male, peggio. Ho urlato. Non so neppure cosa sono i social network. Orgoglio ferito. Mi sono sentito un appestato». Di Canio ha detto che «ormai ho quasi cinquant’anni. Ho imparato a mettermi dalla parte degli altri, a ragionare con loro. C’è tanta gente che ha ogni diritto a sentirsi ferita dall’esibizione, per quanto non voluta, di quei tatuaggi. E un’azienda importante come Sky ha diritto a non vedersi associata a una simbologia che non condivide».

Parlando del saluto romano fatto dopo un gol nel derby con la Roma il 6 gennaio 2005, quando era tornato a giocare con la Lazio in Serie A dopo l’esperienza in Inghilterra, Di Canio ha detto:

«Il saluto romano sotto la curva Nord. È la cosa di cui più mi pento nella mia carriera. Quello è un ambito sportivo, è stupido fare un gesto politico che magari può essere condiviso da alcuni spettatori e amareggiarne molti altri. Non avrei mai dovuto farlo. Lo sport deve restare fuori da certe cose».

Di Canio ha spiegato che «se mi chiede delle leggi razziali, dell’antisemitismo, dell’appoggio al nazismo, quelle sono cose che mi fanno ribrezzo», ma ha difeso i primi anni del regime fascista di Mussolini: «C’è un prima e un dopo. Alcune cose le aveva fatte bene. Quando segue Hitler sulle leggi razziali finisce tutto», pur definendo «esecrabile» l’omicidio di Giacomo Matteotti. Ha raccontato di essere cresciuto in un ambiente di sinistra e romanista, e di essere diventato fascista e laziale perché «mi è sempre piaciuto essere minoranza».