Cambia qualcosa per l’espulsione dei migranti irregolari?

In una circolare ottenuta dai giornali il capo della polizia Gabrielli chiede una «attività di controllo straordinaria», e sembra che il governo intenda aprire un CIE in ogni regione

(TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)
(TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)

Il 30 dicembre Franco Gabrielli – capo della Polizia e direttore generale della pubblica sicurezza – ha mandato a prefetture, questure, e ai comandi dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Polizia Penitenziaria una circolare urgente di due pagine, in cui parla della necessità di un nuovo approccio all’espulsione dei migranti irregolari. Ampi stralci della circolare sono stati ripubblicati sui giornali di oggi. Nel documento, Gabrielli ha parlato del bisogno di intensificare i controlli e di attuare un nuovo piano per il «rintraccio» degli immigrati irregolari, per portarli nei CIE – i centri di identificazione ed espulsione degli stranieri irregolari – e rimpatriarli più rapidamente e in modo più efficace. Il tema del rimpatrio dei migranti che non hanno diritto a rimanere in Italia è da anni uno dei più discussi dagli esperti di migrazione, e di recente se n’è tornato a parlare per le difficoltà di riportare in Tunisia Anis Amri, l’attentatore di Berlino, una volta arrivato in Italia.

La circolare di Gabrielli parla dell’esistenza un «contesto di crisi a fronte di una crescente pressione migratoria e di uno scenario internazionale connotato da instabilità e da minacce che impongono di profondere massimo impegno nelle attività volte a mantenere il territorio ‘sotto controllo’». Gabrielli invita a intensificare l’attività di controllo delle diverse forze di polizia e parla della necessità che le forze di polizia prendano «diretti contatti con gli Uffici immigrazione delle Questure territorialmente competenti, cui spetta l’avvio delle procedure di espulsione».

In particolare, Gabrielli ha indicato come possibile contesto delle nuove attività di «rintraccio ed espulsione degli irregolari» i Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica. Esistono dagli anni Ottanta e sono degli organi consultivi presieduti dai prefetti e di cui fanno parte il sindaco del comune capoluogo di provincia, il questore, il presidente della provincia e i comandi provinciali delle forze di polizia. Di volta in volta possono essere chiamati a partecipare anche sindaci di comuni interessati e altre autorità locali di pubblica sicurezza. Gabrielli ha scritto: «È proprio nella sede dei Comitati provinciali che potranno essere attivati piani straordinari di controllo del territorio volti non solo al contrasto dell’immigrazione irregolare, ma anche allo sfruttamento della manodopera e alle varie forme di criminalità che attingono dal circuito della clandestinità».

I principali quotidiani italiani hanno associato la circolare di Gabrielli – che indica un approccio e invita a un’intensificazione dei processi, ma non cambia in sé procedure o regole – a un piano più esteso studiato da Marco Minniti, che dal 12 dicembre è ministro dell’Interno. Il Corriere della Sera ha scritto: «È il primo passo di una strategia più ampia messa a punto in accordo con il ministro dell’Interno Marco Minniti che prevede entro poche settimane l’apertura di almeno un CIE, centro di identificazione e di espulsione, in ogni regione». Per il momento è però solo una possibilità, e nemmeno ci sono numeri certi su quanto Gabrielli e Minniti intendano intensificare le espulsioni. Gli unici dati arrivano da Repubblica, che ha parlato con una «qualificata fonte del Dipartimento della Pubblica Sicurezza», che commentando la circolare di Gabrielli e il nuovo approccio di Minniti ha detto: «Per il nostro Paese significherebbe far salire il numero delle espulsioni su base annua a 10mila unità, contro le 5mila attuali. Con l’obiettivo ambizioso, ma non irrealistico di arrivare a 20 mila».

L’apertura di almeno un CIE in ogni regione servirebbe – anche se non c’è ancora nulla di ufficiale – ad aumentare materialmente il numero di espulsioni. Come ha spiegato il ministero dell’Interno, nei CIE sono «trattenuti» gli stranieri «giunti in modo irregolare in Italia che non fanno richiesta di protezione internazionale o non ne hanno i requisiti». Il tempo di permanenza massimo in un CIE è di 18 mesi. Queste strutture sono state spesso criticate perché ritenute delle specie di prigioni, e in fondo anche piuttosto inefficaci: non tutti quelli che ci finiscono dentro vengono effettivamente rimpatriati.

In Italia la questione delle espulsioni dei migranti irregolari è da anni un problema noto alle autorità, che hanno a disposizione diversi strumenti per emanarle ma pochissimi per applicarle davvero o controllare che vengano rispettate dalle persone interessate. Il Corriere della Sera calcola che, su circa 38mila immigrati irregolari individuati nel 2016, poco più di cinquemila siano stati rimpatriati: c’entrano gli enormi sforzi e costi che le autorità dovrebbero sostenere per assicurarsi che chiunque riceva un decreto di espulsione rimanga effettivamente lontano dall’Italia, e le complicate trattative con i paesi stranieri per organizzare rimpatri collettivi e forzati.