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  • venerdì 30 dicembre 2016

Il futuro di Patti Smith

di Luca Sofri

Oggi compie 70 anni, passati a scrivere e a vivere

(Alessandro Bosio/Pacific Press via ZUMA Wire)

Il mio momento “Almoust famous” l’ho avuto trentotto anni fa, nel 1979. Come il ragazzino nel film che scopre il rock grazie al lascito di vinili della sorella, avevo appena superato la fase Beatles delle medie (successiva alla fase cantautori, che a sua volta seguiva la fase Hit-Parade di Lelio Luttazzi). Al primo anno di liceo, con tanto di occupazione, ero stato introdotto da quelli più grandi nell’esaltante mondo del rock anni Settanta ormai agli sgoccioli, che mi aveva travolto (e senza fare uso di stupefacenti, se volete crederci). Come uno che arrivi al dolce ancora con la bocca piena, mi trovai a Firenze il giorno dell’attesissimo concerto di Patti Smith senza ancora sapere bene chi fosse, Patti Smith. Il concerto era attesissimo perché assieme a quello di Lou Reed segnava il ritorno in Italia delle grandi rockstar dopo le violente contestazioni settantasettine. Mi portò un amico grande, che si era fatto anche la data precedente, a Bologna. Ho ancora il suo biglietto, il mio di Firenze lo persi. 9 settembre 1979.

Trent’anni dopo Patti Smith venne in radio, al programma che facevamo ogni giorno su RadioDue con Matteo Bordone. Non mi trattenni e le raccontai tutto questo, vergognandomi della regressione adolescenziale. Invece lei si commosse, inaspettatamente, e ci disse di come fossero ancora importanti e memorabili per lei quei due concerti: un successo mai più visto e un momento di svolta della sua vita: “voglio festeggiare l’anniversario, a settembre”, disse, con quello sguardo basso e pensoso che ha spesso.
La rividi una terza volta, quando Feltrinelli mi chiese di presentare il suo libro Just kids nel 2010, in una libreria di Milano: c’era un pubblico di fan duri e puri che si risentì un po’ della mia intervista, non ricordo perché, forse ebbero ragione e non mi feci abbastanza da parte, chissà. Lei comunque fu gentile e condiscendente con me e con loro.

Nel frattempo la sua immagine pubblica si è mantenuta unica: proclamata leggendaria dalla critica – con quel contorno ridicolo di espressioni “sacerdotessa del rock” e simili – e celebrata per il suo fascino o per conformismo più che per comprese o spiegate qualità dell’opera, ha fatto una manciata di canzoni memorabili (nella più famosa, “Because the night“, ricostruì un pezzo che era di Springsteen) e ha soprattutto saputo scrivere versi e parole, e farsi una storia sua, unica: tanto che la sua fama supera di molto quella delle sue canzoni. “I haven’t fucked much with the past, but I’ve fucked plenty with the future”, è una sua leggendaria frase del 1978. Dieci anni fa si mostrò ancora sovversiva, pubblicando un disco di cover di canzoni pop e rock in cui cantava in maniera molto propria e riarrangiata cose famose di altri (c’era “Helpless” di Neil Young, ma anche i Tears for fears e Stevie Wonder): facendo l’interprete, altra cosa che con gli anni l’ha appassionata molto (qui è nella prigione di Reading con Oscar Wilde, il mese scorso; qui al Moma con Jean Genet, due settimane fa).
E qualche settimana fa ha fatto di nuovo notizia per la sua “supplenza” di Bob Dylan alla cerimonia dei Nobel, durante la quale si è sbagliata cantando “A Hard Rain’s A-Gonna Fall”, e ha avuto un momento di grande candore e imbarazzo infantile, che è come è lei, come fu quel giorno in radio. Ha raccontato quella giornata e quell’incidente in un modo eccezionale, sul New Yorker: nell’ultimo paragrafo dice ancora “Looking to the future”, anche se con preoccupazione. Aveva quasi settant’anni, li compie oggi.
Nel 2006, a una festa per la chiusura di uno storico locale newyorkese, distribuì ai presenti delle spillette rotonde. C’era scritto: “Quello che resta è il futuro”.

(alcune parti di questa storia le avevo già raccontate)

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