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La risoluzione ONU contro gli insediamenti israeliani

È passata grazie all'astensione degli Stati Uniti: il governo di Israele protesta e dice di attendere l'insediamento di Trump, che ha promesso di cambiare le cose

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Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite vota la risoluzione su Israele - New York, Stati Uniti (Manuel Elias/The United Nations via AP)

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che chiede al governo di Israele di “interrompere ogni attività” nei propri insediamenti nei cosiddetti “territori occupati” palestinesi e a Gerusalemme est, dove complessivamente vivono circa 630mila persone, definendo l’occupazione “senza validità legale” e rischiosa per il processo di pace. 14 paesi membri su 15 del Consiglio hanno votato a favore della risoluzione, che è anche passata grazie alla decisione degli Stati Uniti di astenersi. Per passare il provvedimento aveva bisogno di almeno 9 voti a favore e di nessun veto dei membri permanenti del Consiglio, cioè Stati Uniti, Francia, Russia, Regno Unito e Cina. La decisione statunitense – molto insolita, e giudicata già “storica” da qualcuno – è stata duramente criticata dal governo israeliano di Benjamin Netanyahu, che ha avuto rapporti molto complicati con la presidenza di Barack Obama negli anni scorsi, con ripercussioni nelle relazioni diplomatiche tra due stati alleati e tradizionalmente molto vicini.

La votazione di venerdì era stata richiesta da Nuova Zelanda, Malesia, Senegal e Venezuela, che avevano chiesto di prenderla in considerazione il prima possibile, dopo che l’Egitto aveva ottenuto un breve rinvio sul tema in seguito alle numerose pressioni da parte della diplomazia israeliana. Un funzionario della Casa Bianca, consultato dal Guardian, ha detto che Obama ha deciso di fare astenere gli Stati Uniti in mancanza di progressi significativi nel processo di pace, dove continuano a esserci tensioni molto alte tra Israele e l’autorità palestinese, che da decenni ambisce alla creazione di un proprio stato vero con capitale a Gerusalemme est.

Israele iniziò a espandere la propria presenza nei territori occupati dopo il 1967 e da allora molti suoi insediamenti sono cresciuti, con un sensibile aumento della densità abitativa. La risoluzione ribadisce quanto stabilito già in passato sulla “evidente violazione” del diritto internazionale per quanto riguarda gli insediamenti e chiede a Israele di “interrompere immediatamente tutte le attività nei territori occupati in territorio palestinese, compresa Gerusalemme est”, specificando che questa condizione “mette a rischio la possibilità della soluzione dei due stati”.

La decisione non obbliga Israele a fare qualcosa ma ha comunque un alto valore simbolico, soprattutto per la posizione degli Stati Uniti. Motivando la scelta dell’astensione, la rappresentante permanente degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, Samantha Power, ha ricordato che da quasi 50 anni il suo paese chiede che siano fermate le attività di espansione negli insediamenti: ”Uno non può approvare l’espansione degli insediamenti israeliani e al tempo stesso sostenere una soluzione per i due stati che porti alla fine del conflitto. Si deve fare una scelta tra le occupazioni e la separazione” dei due stati, ha detto Power nel suo intervento.

Il governo israeliano ha diffuso una nota definendo “vergognosa” la risoluzione adottata dal Consiglio di sicurezza, chiarendo che non osserverà le sue richieste e che attenderà di avere un migliore rapporto con la prossima amministrazione Trump, che si insedierà a fine gennaio: “Israele attende con impazienza di lavorare con il presidente eletto Trump e con i nostri amici al Congresso, sia Repubblicani sia Democratici, per annullare gli effetti di questa risoluzione assurda e dannosa”.

Donald Trump non ha atteso molto per dire la sua nella vicenda, confermando la volontà di mantenere stretti legami con Israele, come aveva annunciato più volte nella campagna elettorale per le presidenziali. Su Twitter, suo strumento preferito per comunicare molte delle cose che gli passano per la testa, Trump ha scritto un laconico messaggio in cui scrive che: “Per quanto riguarda le Nazioni Unite, le cose saranno diverse dal prossimo 20 gennaio”, facendo riferimento alla data del suo insediamento.

A fine novembre Trump ha scelto Nikki Haley, governatrice del South Carolina, come sostituita di Samantha Power alle Nazioni Unite. Haley ha sempre detto di essere una forte sostenitrice di Israele e, da governatrice, ha fatto approvare una legge a livello statale per impedire e sanzionare le attività legate alla campagna globale “Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni” (BDS), che si batte per la fine dell’occupazione israeliana nei territori palestinesi.

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