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  • venerdì 23 dicembre 2016

Il paese dell’anno secondo l’Economist

È la Colombia, per aver messo fine alla guerra civile con i ribelli marxisti delle FARC: ma se la sono cavata bene anche Estonia, Cina, Canada, Taiwan e Islanda

La stretta di mano tra il presidente colombiano Juan Manuel Santos, a sinistra, e il leader delle FARC Rodrigo Londono, noto come Timochenko, a destra, dopo la firma dell'accordo di pace al Teatro Colon di Bogotà, in Colombia, il 24 novembre 2016 (AP Photo/Fernando Vergara)

L’Economist ha scelto la Colombia come paese dell’anno del 2016, per aver messo fine al conflitto, che durava ormai da cinquant’anni, tra lo stato centrale e i ribelli marxisti delle FARC. È dal 2013 che l’Economist sceglie il “paese dell’anno”, prendendo espressamente spunto da quello che la rivista statunitense Time fa dal 1927 con “la persona dell’anno”. Per il 2013 l’Economist scelse l’Uruguay, nel 2014 la Tunisia e nel 2015 il Myanmar. Come spiega il giornale, il titolo non viene assegnato al paese che sta meglio di tutti gli altri, che sia il più pacifico o il più ricco: lo spirito dell’iniziativa è premiare i miglioramenti, soprattutto in contesti difficili come quelli dei paesi che hanno vinto gli scorsi anni. Chi ha fatto il passo avanti più grande, insomma.

L’accordo raggiunto in Colombia è stato premiato anche dall’Accademia svedese che a ottobre ha assegnato il premio Nobel per la pace al presidente della Colombia, Juan Manuel Santos, “per la sua determinazione nel mettere fine alla guerra civile nel paese che durava da più di 50 anni”. È stato stimato che durante questi anni di guerra civile in Colombia siano morte circa 220 mila persone a causa degli scontri o uccisi dai ribelli.

Le FARC nacquero negli anni Sessanta da una divisione nel partito comunista, che all’epoca aveva organizzato una serie di milizie rurali per proteggere le comunità di agricoltori dai paramilitari pagati dai grandi proprietari terrieri. Dalla difesa passiva contro i paramilitari, inviati a espropriare i contadini delle loro terre, si passò a una strategia che aveva l’obiettivo di rovesciare lo stato colombiano e instaurare un governo marxista e anti-imperialista. Per i cinque decenni successivi le FARC hanno condotto una guerriglia sanguinosa contro il governo, partendo dalle loro basi alle pendici delle Ande e arrivando a colpire, con agguati e attentati, anche nelle grandi città del paese.

Ora sembra che le cose stiano per cambiare. Nel corso del 2016 il presidente Santos ha discusso a lungo con i rappresentanti delle FARC per firmare insieme un accordo di pace, che è stato poi sottoposto alla popolazione tramite un referendum. L’accordo è stato però bocciato, soprattutto perché le punizioni che prevedeva per i capi delle FARC non sono state ritenute sufficienti dai colombiani. Il governo e le FARC hanno ricominciato a trattare per un nuovo accordo, che è stato sottoposto al parlamento ed è ora in via di approvazione. Non ci sarà un secondo referendum. Secondo l’Economist è un peccato, ma al tempo stesso è l’unica possibilità per la Colombia di uscire dalla guerra civile: come la maggior parte degli accordi di pace, anche quello colombiano è incompleto e pieno di compromessi sgradevoli, ma l’alternativa è decisamente peggiore.

Colombia Peace
Una donna avvolta nella bandiera colombiana mentre aspetta che inizi la manifestazione per l’accordo di pace tra il governo colombiano e le FARC, a Bogotà, la capitale della Colombia (AP Photo/Ivan Valencia)

L’Economist ha elencato anche cinque altri stati che hanno fatto grandi passi avanti nel 2016, e che la redazione ha preso in considerazione per eleggere “il paese dell’anno”. Uno è l’Estonia, il più piccolo degli stati baltici. Dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia, tutta l’area degli stati baltici ha dovuto affrontare grandi pressioni interne e internazionali e assunto un ruolo geopolitico molto importante, in quanto potenziale fronte di conflitto con la Russia. Nonostante la sua situazione particolare, l’Estonia è uno dei pochi stati membri della NATO ad aver investito il 2 per cento del suo PIL in spese per la difesa, come prescrivono gli accordi internazionali; inoltre, nonostante sia uno dei paesi più poveri in Europa, le sue scuole elementari hanno ottenuto i migliori risultati nei test PISA (il programma per la valutazione internazionale degli studenti).

L’Economist cita poi un altro piccolo paese, che è l’Islanda, giudicato il paese ricco a maggiore crescita nel 2016. L’Economist cita tra gli elementi di merito dell’ultimo anno anche il fatto che la sua nazionale di calcio abbia eliminato quella inglese dagli Europei, sottolineando la differenza tra lo stipendio dell’allenatore dell’Inghilterra, che guadagna 3,5 milioni di sterline all’anno, e quello dell’Islanda, che faceva il dentista part-time. Il paese più grande nella selezione dell’Economist però è la Cina, presa in considerazione per ragioni ambientali ed economiche. Pare infatti che le misure antinquinamento adottate nel tempo stiano avendo effetto, e che le emissioni di gas serra nel paese siano in calo. Inoltre, nonostante il rallentamento della crescita economica, nell’ultimo anno 14 milioni di contadini cinesi sono riusciti a superare la soglia di povertà, confermando una tendenza che va avanti da molti anni.

Senza spostarsi di molto, l’Economist mette nel suo elenco anche Taiwan, dove nel 2016 si sono tenute le elezioni parlamentari e presidenziali che hanno eletto presidente la moderata Tsai Ing-wen, la prima donna. Tsai Ing-wen sta gestendo bene i rapporti con la Cina, senza posizioni subalterne, e potrebbe sfruttare il vantaggio che le ha dato la telefonata fatta a Trump subito dopo l’esito delle elezioni statunitensi, anche se questo non significa nulla di definitivo dal punto di vista del riconoscimento internazionale di Taiwan. Infine c’è il Canada, un paese ricco che continua ad avere un atteggiamento aperto e dove sembra non trovino spazio le politiche e le idee demagogiche e populiste che si stanno affermando in altri paesi ugualmente ricchi. Il Canada è rimasto aperto agli scambi commerciali e all’arrivo di rifugiati e persone straniere (un quinto della popolazione canadese non è nata in Canada), seppure col vantaggio di una maggiore regolazione dei flussi permessa dalla geografia del paese. Nel 2016 il popolare primo ministro Justin Trudeau ha negoziato un accordo per avere lo stesso costo del carbone in tutto il Canada, e ha promesso che nel prossimo futuro legalizzerà la cannabis.

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