Oggi si elegge davvero Donald Trump

Si riuniscono i grandi elettori e non ci si aspettano sorprese: in dieci hanno detto che non voteranno il candidato del proprio partito, ma tra questi c'è solo un Repubblicano

Alcuni manifestanti fuori dal palazzo del governo dell'Arizona, a Phoenix, che chiedono ai grandi elettori di non votare per Donald Trump, il 18 dicembre 2016 (Ben Moffat/The Arizona Republic via AP)

Oggi negli Stati Uniti verranno registrati i voti dei cosiddetti “grandi elettori”, le persone incaricate di eleggere formalmente il nuovo presidente e il nuovo vicepresidente sulla base del risultato delle elezioni. La maggior parte di questi 538 elettori (saranno 306 Repubblicani e 232 Democratici) voterà per Donald Trump e Michael Pence, che hanno vinto le elezioni presidenziali dello scorso 8 novembre. Insieme i grandi elettori formano il cosiddetto “Collegio elettorale”, inizialmente istituito come una sorta di dispositivo di sicurezza, un tampone tra il voto popolare e l’effettiva elezione di un presidente, che doveva evitare che un candidato inadeguato ottenesse il più importante incarico della politica statunitense. Il Collegio elettorale nacque come idea di Alexander Hamilton, uno degli uomini che firmarono la Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti.

Alcuni grandi elettori (nove Democratici e un Repubblicano) hanno annunciato che non voteranno per i candidati dei loro partiti e sperano di poter bloccare temporaneamente l’elezione del nuovo presidente. Anche se riuscissero a farlo – convincendo almeno 37 elettori Repubblicani a non votare per Trump – è altamente improbabile, per non dire impossibile, che il risultato delle elezioni dell’8 novembre cambi. Politico ha spiegato come si svolge il voto dei grandi elettori e cosa succederebbe esattamente nel caso (improbabile) in cui 37 Repubblicani decidessero di non votare Trump.

Chi sono i grandi elettori

I grandi elettori ricevono ufficialmente il loro incarico il giorno delle elezioni: anche se sulle schede sono scritti i nomi dei candidati presidenziali, i cittadini non eleggono direttamente il candidato per cui votano ma i “grandi elettori”, scelti nei mesi precedenti dai rispettivi partiti. Nella stragrande maggioranza degli stati vengono eletti gli elettori di un unico partito, quello del candidato presidenziale che prende più voti: chi prende un voto in più dell’altro li elegge tutti, e l’altro zero. Le uniche eccezioni sono Maine e Nebraska, dove due grandi elettori vengono assegnati a chi prende un voto in più nell’intero stato, e poi uno viene assegnato a chi prende più voti all’interno di ognuno dei collegi congressuali in cui è diviso lo stato (due in Maine e tre in Nebraska).

Alle elezioni di novembre Trump ha vinto in 31 stati, ottenendo 306 elettori, mentre Clinton ha vinto in 19 stati e nel District of Columbia, ottenendo 232 elettori. Il numero di elettori per ogni stato varia in base al numero di abitanti. Stati poco popolosi come il Montana, il Wyoming e l’Alaska hanno quindi solo 3 grandi elettori, mentre la California, lo stato più popoloso, ne ha 55.

La maggior parte dei grandi elettori non sono famosi: sono funzionari di partito e l’incarico di grande elettore è ritenuto meno importante di altri, per esempio quello di delegato alle convention di partito in cui si scelgono formalmente i candidati presidenziali. Quindi può capitare che tra loro ci siano anche persone che difficilmente otterrebbero altri ruoli. Uno dei grandi elettori del Missouri, per esempio, è il Repubblicano Tim Dreste, un attivista anti-abortista che negli anni Novanta fu condannato per aver incitato alla violenza contro il personale medico che si occupa di interruzioni di gravidanza. I grandi elettori vengono scelti in modo diverso stato per stato: dato che capita che siano selezionati anche durante le campagne elettorali per le primarie, alcuni sono stati sostenitori di Bernie Sanders tra i Democratici o di Ted Cruz tra i Repubblicani. Tra i grandi elettori famosi ce n’è uno dello stato di New York: Bill Clinton.

Come funziona il voto dei grandi elettori presidenziali

Ciascun grande elettore ha due voti a disposizione, uno per il presidente e uno per il vicepresidente. Le votazioni si svolgono sempre il primo lunedì dopo il secondo mercoledì del mese di dicembre in tutto il paese, ma le procedure di voto cambiano da stato a stato: ogni grande elettore voterà nel proprio stato, in alcuni casi nel corso di una cerimonia elaborata, in altri in modo più sbrigativo. Ogni voto viene registrato su sei documenti: uno viene inviato al presidente del Senato (in questo caso Joe Biden), due al segretario di Stato di ciascuno stato, due agli Archivi Nazionali e il sesto a un giudice locale.

In alcuni stati gli elettori devono dichiarare per chi votano, in altri il voto è segreto: non ci sono regole che obblighino i grandi elettori a dichiarare la propria preferenza prima di scriverla sui documenti appositi. I voti saranno letti ad alta voce durante una seduta congiunta del Congresso il 6 gennaio: i documenti spediti al presidente del Senato saranno letti in ordine alfabetico e registrati e negli eventuali casi di discussione saranno deputati e senatori a decidere a chi assegnare il voto.

Potrebbe succedere qualcosa di imprevisto?

In passato è capitato più volte che alcuni grandi elettori non votassero per il candidato con cui erano stati eletti, ma senza essere mai determinanti. Ci si riferisce a loro con il termine “faithless“, cioè “infedeli”. In totale ci sono stati solo 157 grandi elettori infedeli nella storia, la maggior parte nell’Ottocento: l’ultima volta in cui ci furono più di due elettori infedeli fu nel 1832, quando due elettori del Maryland si astennero, mentre la volta in cui si registrarono più voti di infedeli fu nel 1808, quando sei elettori si rifiutarono di votare James Madison. L’ultimo grande elettore infedele è stato un Democratico del Minnesota che nel 2004 non votò John Kerry ma John Edwards, il candidato alla vicepresidenza Democratico.

In 21 stati americani i grandi elettori possono votare come credono senza incorrere in ripercussioni legali; in altri 29 stati ci sono leggi secondo cui devono sostenere i candidati del proprio partito, anche se molti pensano che queste leggi siano incostituzionali e non applicabili. Finora comunque non sono mai state usate.

Dieci elettori, nove Democratici e un Repubblicano (Chris Suprun del Texas), questa volta hanno detto che non voteranno il candidato del proprio partito, per riuscire a convincere 37 Repubblicani a fare come loro e in questo modo bloccare temporaneamente l’elezione di Donald Trump. Infatti con 38 voti in meno rispetto ai 306 elettori Repubblicani, Trump non otterrebbe il 50 per cento più uno dei voti totali. Secondo il Partito Repubblicano, Suprun sarà l’unico grande elettore a non votare Trump. Se 37 o più elettori Repubblicani dovessero non votare Trump e nessun altro candidato dovesse ottenere una maggioranza, la questione dovrà essere risolta dalla Camera dei Rappresentanti, al momento controllata dai Repubblicani. Le delegazioni degli stati alla Camera (32 a maggioranza Repubblicana, 17 Democratica) dovranno votare, con un unico voto, una delle tre persone più votate dai grandi elettori, presumibilmente Trump, Clinton e un terzo. Se la Camera non dovesse votare in maggioranza per un candidato, allora la questione passerebbe al Senato. In passato questo procedimento non si è mai svolto.

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