Che faccia fare, con Trump

I capi delle più grandi aziende tecnologiche americane – Tim Cook, Jeff Bezos, Elon Musk, etc – lo hanno incontrato, tra qualche visibile imbarazzo

Il presidente eletto Donald Trump con Peter Thiel, cofondatore di PayPal, e con il CEO di Apple, Tim Cook (AP Photo/Evan Vucci)

Mercoledì 14 dicembre, alcuni dei più importanti dirigenti delle società tecnologiche statunitensi hanno partecipato a un incontro con il presidente eletto Donald Trump, organizzato presso la Trump Tower a New York. La riunione era molto attesa perché nel corso della campagna elettorale Trump aveva usato, in più occasioni, toni sprezzanti nei confronti di alcune aziende della Silicon Valley, dimostrando uno scarso interesse per una delle risorse più importanti per l’economia del paese. I toni durante l’incontro sono stati molto più moderati e diplomatici, anche se era evidente l’imbarazzo e il disagio di alcuni partecipanti.

Tra gli ospiti alla Trump Tower c’erano: Jeff Bezos (CEO di Amazon), Larry Page (CEO di Alphabet), Tim Cook (CEO di Apple), Satya Nadella (CEO di Microsoft), Elon Musk (CEO di Tesla e SpaceX), Brian Krzanich (CEO di Intel) e Sheryl Sandberg (direttore operativo di Facebook). Alcuni di loro hanno inoltre avuto la possibilità di avere un incontro in privato con Donald Trump, su richiesta dello stesso presidente eletto.

Jeff Bezos ha detto di avere trovato “molto produttivo l’incontro”: “Ho condiviso la mia opinione sul fatto che il nuovo governo dovrebbe rendere l’innovazione uno dei suoi pilastri fondamentali, cosa che contribuirebbe a creare quantità enormi di nuovi posti di lavoro in tutto il paese e in tutti i settori, non solo quello tecnologico”. Trump aveva criticato molto duramente Bezos nei mesi scorsi per il suo ruolo da editore del Washington Post, che ha pubblicato numerosi articoli e inchieste per smontare le falsità dette da Trump durante la campagna elettorale. I toni alla riunione tra i due sono stati civili e interlocutori.

Durante l’incontro, Trump ha detto: “Vogliamo che continuiate a portare incredibili innovazioni. Non c’è nessun altro come voi al mondo, faremo qualsiasi cosa per aiutarvi in ciò che fate, saremo con voi. Potrete chiamare i miei collaboratori, chiamare me – non fa differenza – non abbiamo una catena di comando formale da queste parti”. I CEO hanno ricordato a Trump l’importanza di avere sistemi per assumere facilmente ingegneri informatici, tecnici e sviluppatori provenienti dall’estero, esprimendo le loro preoccupazioni per i ripetuti annunci fatti in campagna elettorale su un inasprimento delle leggi sull’immigrazione. Trump ha invece parlato della Cina – partner commerciale fondamentale soprattutto per chi produce hardware come Apple, Microsoft e Intel – e delle strategie da adottare per riportare la produzione negli Stati Uniti.

Elon Musk ha accettato di fare parte del gruppo di consiglieri per le politiche della presidenza Trump, nonostante durante la campagna elettorale avesse più volte sollevato molti dubbi sul candidato dei Repubblicani e sulle sue qualità. Musk si concentrerà sugli aspetti legati al cambiamento climatico e cercherà di convincere Trump a mantenere l’impegno degli Stati Uniti per l’accordo di Parigi, il più importante raggiunto negli ultimi anni per contrastare il riscaldamento globale, anche se molti osservatori danno ormai per scontata la decisione di Trump di ignorare l’accordo (nei fatti, se non formalmente). Da CEO della più importante e promettente azienda produttrice di automobili totalmente elettriche, Tesla, e da dirigente della collegata SolarCity per la costruzione di pannelli solari, Musk è molto interessato alle scelte che il nuovo governo farà nel settore dei trasporti e della tutela dell’ambiente. I temi del riscaldamento globale e dei veicoli che si guidano da soli sono da sempre molto cari a Musk, e alla base delle sue decisioni imprenditoriali talvolta spregiudicate e finanziariamente rischiose.

Nelle ultime settimane tutte le principali aziende tecnologiche hanno avviato piani di vario tipo per avere influenza su Trump, iniziando a fare lobby a Washington nei confronti dei Repubblicani, dopo essersi concentrati per anni sui Democratici, tradizionalmente più aperti ai temi dell’innovazione e delle nuove tecnologie. Google ha stretto contratti con diverse organizzazioni di lobbisti vicini ai Repubblicani, proprio nella speranza di avere un maggiore peso sul governo ed evitare scelte imprevedibili e potenzialmente dannose per i suoi interessi, e più estesamente per gli utenti. Lo stesso stanno facendo Facebook e altre aziende come Uber, il cui CEO avrà un ruolo di consulenza sulle politiche dell’amministrazione Trump simile a quello di Musk.

All’incontro di ieri non era invece presente Jack Dorsey, il cofondatore e CEO di Twitter, il social network più usato da Donald Trump. Secondo Politico, il mancato invito sarebbe stata una piccola vendetta nei confronti di Dorsey, che si era rifiutato di accettare una proposta da 5 milioni di dollari, da parte del comitato elettorale di Trump, che comprendeva la creazione di un emoji personalizzato per l’hashtag #CrookedHillary contro Clinton (letteralmente “Hillary corrotta”). Un portavoce del gruppo di lavoro di Trump ha invece detto che Dorsey non è stato invitato perché Twitter è troppo piccolo, non per la vicenda del mancato emoji.

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