Ci siamo quasi

Mancano 18 giorni alle elezioni statunitensi: un po' di dati per capire che aria tira e come mai in molti dicono che i giochi sono già fatti

(ADAM ESCHBACH/IDAHO PRESS-TRIBUNE

Mancano poco più di due settimane alle elezioni presidenziali americane, e a meno di grandi sorprese – ancora possibili, anche se improbabili – il grosso della campagna elettorale è passato. I candidati hanno già trasmesso centinaia di spot e raccolto tutti i soldi che sono stati in grado di raccogliere, i volontari delle rispettive campagne hanno passato mesi a fare chiamate e tentare di convincere gli elettori porta a porta, e soprattutto sono stati trasmessi tutti e tre i dibattiti televisivi fra i due principali candidati, Hillary Clinton del partito Democratico e Donald Trump del partito Repubblicano. Tutti i principali osservatori e analisti sostengono i giochi sono praticamente fatti: tanto più che per via della possibilità di votare in anticipo 3,3 milioni di americani hanno già votato, e che quindi tutto quello che succederà da qui all’8 novembre influenzerà progressivamente sempre meno elettori. Ma a che punto siamo, in questo momento?

Cosa dicono i sondaggi nazionali
Che Hillary Clinton è nettamente in testa, sia nel voto popolare – che però conta fino a un certo punto – sia negli stati che con tutta probabilità saranno decisivi per assegnare la vittoria. I due modelli statistici più rispettati fra quelli che aggregano sondaggi, quello del New York Times e quello del sito di news FiveThirtyEight, assegnano a Clinton rispettivamente il 93 e l’86,2 per cento di possibilità di vincere le elezioni. La media dei sondaggi nazionali messa insieme da Real Clear Politics mostra Clinton in vantaggio mediamente di 6,3 punti su Trump: e ancora non sono stati diffusi sondaggi che risentano delle reazioni del terzo e ultimo dibattito, vinto nettamente da Clinton.

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Gli stati da tenere d’occhio
Qualche giorno fa il Washington Post ha commissionato una serie di sondaggi nei cosiddetti swing states, cioè gli stati che tradizionalmente non votano per un partito in particolare e che dunque a ogni elezione Democratici e Repubblicani si contendono più vigorosamente. Negli Stati Uniti le elezioni si vincono in questo modo: ciascuno stato assegna tutti i suoi “grandi elettori”, in proporzione alla propria popolazione, a chi prende più voti a livello locale. Il primo candidato che riesce a ottenerne 270 viene eletto.

Per come sono andate fino ad oggi le cose, gli swing states sono un problema più per i Repubblicani che per i Democratici. Dal 1992 i Democratici hanno mantenuto una base di vittorie in almeno 18 stati, per un totale di 242 grandi elettori, senza contare i più grossi swing states. Donald Trump – e prima di lui John McCain e Mitt Romney – può contare sul sostegno certo “soltanto” di una quindicina di piccoli stati del sud o rurali. Due mesi fa il New York Times aveva stimato che per sperare di vincere le elezioni Trump avrebbe dovuto ottenere più voti di Clinton in Ohio, Florida, Pennsylvania e North Carolina. Al momento Trump è molto lontano da quell’obbiettivo: è dietro a Clinton in Pennsylvania e North Carolina – due stati dove nel 2012 Barack Obama aveva rispettivamente vinto e perso di poco – mentre è in leggero vantaggio in Ohio e Florida (dove però la media calcolata da Real Clear Politics dà in vantaggio Clinton).

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Trump non se la sta cavando bene nemmeno in altri stati piuttosto popolati dove vincere sarebbe importante, come Michigan – dove Clinton è molto in vantaggio – Virginia, Colorado e Wisconsin. Trump inoltre sta andando così male che sta riaprendo la partita in stati che negli ultimi anni venivano tradizionalmente assegnati ai Repubblicani: è il caso dell’Arizona, che non vota per un candidato Democratico dal 1996 e dove FiveThirtyEight dice che Clinton ha il 56 per cento di possibilità di vincere, o della Georgia, dove un Democratico non vince dal 1996 e dove FiveThirtyEight dice che Clinton ha il 31,7 per cento di possibilità di vincere. Persino in Texas, uno stato che non vota un presidente Democratico dai tempi Jimmy Carter (gli anni Settanta), gli ultimi due sondaggi mostrano Trump avanti a Clinton rispettivamente di 3 e 4 punti. Molto poco.

Poi c’è il caso dello Utah, uno stato considerato fino a poche settimane fa fra quelli certamente Repubblicani: nelle ultime sondaggi ha aumentato di molto i propri consensi Evan McMullin, un candidato indipendente vicino ai Repubblicani ma soprattutto di fede mormona, come la maggioranza della popolazione dello Utah. Un’eventuale vittoria di McMullin – che per ora è ancora un’ipotesi piuttosto remota: da FiveThirtyEight è data al 14 per cento – sarebbe un grosso problema per Trump, che aveva già messo in conto di ottenere con facilità i 6 grandi elettori dello Utah.

Quelli che hanno già votato
Finora sono 3,3 milioni le persone che hanno già votato per posta, e che quindi sono state influenzate dalle ultime settimane di campagna elettorale (cioè dal pessimo momento di Trump e dalle vittorie di Clinton nei dibattiti, verosimilmente). Anche sotto questo aspetto ci sono più buone notizie per Clinton che per Trump, anche se ovviamente dati del genere vanno presi con le pinze: in alcuni stati che votano tendenzialmente Democratico come Wisconsin e Virginia il numero di persone che ha votato prima dell’8 novembre è aumentato rispetto al 2012, cosa che può far pensare a un buon risultato del partito generalmente più popolare. Trump inoltre ha un problema notevole in North Carolina, dove il voto per posta è usato soprattutto dai Repubblicani, e che però rispetto a quattro anni fa è calato moltissimo.

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Cosa possiamo aspettarci?
La situazione di Trump, a giudicare dai sondaggi e dalle opinioni della stragrande maggioranza degli esperti di politica americana, è molto complicata: da qui all’8 novembre non può più fare moltissimo, a parte sperare che capiti un grosso pasticcio alla campagna di Hillary Clinton e insistere molto negli stati importanti in cui può ancora sperare di ottenere un buon risultato come l’Ohio e in misura minore la Florida. Per fare questo dovrebbe però correggere un po’ la rotta della sua campagna elettorale, che dalla pubblicazione dell’ormai famoso video del 2005 in cui diceva frasi sessiste sembra sempre più fuori controllo.

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