• Cultura
  • mercoledì 19 ottobre 2016

Lo scrittore spagnolo più letto dopo Cervantes

di Manuel Roig-Franzia – The Washington Post

La storia del successo di Carlos Ruiz Zafón, l'autore di "L'ombra del vento", il primo romanzo di una tetralogia ambientata a Barcellona

Carlos Ruiz Zafon (Marvin Joseph/The Washington Post)

Carlos Ruiz Zafón ha due appartamenti uno di fianco all’altro a Beverly Hills. Uno è quello in cui vive, mentre l’altro è quello che chiama la sua “caverna del drago”. Nella caverna del drago l’autore del bestseller internazionale L’Ombra del vento ha disseminato più di 400 tra statue e altre rappresentazioni di draghi, il segno dell’anno in cui è nato nel calendario cinese. L’oggetto più importante dell’appartamento, però, è un pianoforte a coda. Quando è bloccato su un personaggio e fatica a inserirlo nella sua narrazione complessa e intricata, Zafón, che è un musicista autodidatta, si siede al pianoforte. Mentre compone, scopre nuovi segreti dei suoi personaggi che prima gli erano sfuggiti; per lui scrivere un libro è come aver composto una colonna sonora.

Zafón è considerato l’autore spagnolo più letto dopo Miguel de Cervantes, l’autore del Don Chisciotte, e contrariamente a molti autori contemporanei non vuole che i suoi libri diventino film. Si reggono su un equilibrio molto delicato e hanno trame labirintiche e intrecciate tra loro: per questo Zafón teme che se qualcuno ci mettesse mano le storie salterebbero in aria. «Adattare una mia opera sarebbe come tradirla – ha detto – Se la tocchi esplode. Nessuno può migliorarla perché nessuno sa com’è stata messa insieme. Molti espedienti narrativi sono spinti al limite. Esploderebbe». Zafón è talmente irremovibile che ha pensato di inserire nel suo testamento una disposizione che impedisce di trarre film dai suoi libri, anche dopo la sua morte. Questa ostinazione fa di Zafón un’anomalia nel panorama degli autori di libri di grande successo, e potrebbe in parte spiegare come mai – benché in Italia sia piuttosto conosciuto – in paesi come gli Stati Uniti molte persone non ne abbiano mai sentito parlare, o perlomeno ne ricordino a fatica il nome. «Non c’è niente di nobile in questo», ha detto Zafón, «posso concedermi il lusso di dire: “No, grazie”».

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Carlos Ruiz Zafon (Marvin Joseph/The Washington Post)

Secondo l’agente di Zafón L’ombra del vento, il primo romanzo della tetralogia Il Cimitero dei Libri Dimenticati, ha venduto oltre 18 milioni di copie in tutto il mondo: Zafón è uno degli autori viventi più letti. In totale i suoi libri hanno venduto più di 35 milioni di copie e sono stati pubblicati in oltre 40 paesi: non solo in quelli ispanofoni, in Europa e negli Stati Uniti, ma anche in Brasile, Corea del Sud, Cina e India. L’ultimo libro della serie – che si chiamerà Il labirinto degli spiriti e uscirà in spagnolo il mese prossimo e in inglese nel 2018 – riunirà le varie trame della tetralogia e chiarirà la storia del misterioso scrittore Julian Carax, coprotagonista dell‘Ombra del vento. Nel libro ci sarà anche un nuovo personaggio, una donna di nome Alicia che, ha detto Zafón, è uno dei tre personaggi che riflette un po’ la sua personalità. I libri di Zafón sono ambientati a Barcellona e hanno aperto la strada a un nuovo tipo di turismo nella città, fatto di passeggiate organizzate nelle strade strette e tortuose sulle orme dei personaggi dei suoi libri. Zafón, però, ha scritto tutti i suoi romanzi a Los Angeles, anche se ha ancora una casa a Barcellona, dove è nato. «Scherzando, dicevo che ho una memoria da DVD», ha raccontato, «Memorizzo cose come la prospettiva e la luce. Ho assorbito Barcellona per tutta la vita: non ho bisogno di una cartina».

Zafón è un uomo corpulento a cui piacciono gli occhiali spessi e tondi. Preferisce una cena tranquilla con un paio di amici a una festa. Non gli interessa farsi notare in pubblico e le conversazioni di circostanza lo annoiano. Recentemente ha partecipato al National Book Festival a Washington DC, dove ha festeggiato il suo 52esimo compleanno andando a letto presto in hotel: Zafón non è uno a cui piace festeggiare. «Non parlo molto», ha detto alzando le spalle durante un pranzo a Washington, e ha aggiunto che gli faceva male la gola, come gli capita tutte le volte che è in tour: le sue corde vocali sono molto delicate perché le usa troppo poco.

Cambiamenti

I nonni di Zafón erano operai analfabeti mentre il padre faceva l’agente assicurativo; lui ha invece iniziato a lavorare nel settore pubblicitario in Spagna. «Diventai una specie di creativo molto richiesto, qualsiasi cosa voglia dire. Guadagnavo un sacco di soldi – cifre che prendono solo i membri della criminalità organizzata o le rockstar – ma odiavo quel lavoro. Odiavo me stesso perché facevo quel lavoro». Zafón si licenziò per scrivere a tempo pieno. Il suo primo libro, il romanzo per ragazzi Il principe della nebbia, andò molto bene e gli fece vincere un importante premio letterario.

Come già nel settore pubblicitario, il successo però non lo appagò particolarmente. Un suo amico spagnolo si era trasferito a Los Angeles per scrivere sceneggiature, e Zafón decise di fare lo stesso. Los Angeles sembrava un altro mondo rispetto a quello da cui veniva. Barcellona era antica, mentre Los Angeles era moderna e innovativa. Il lavoro da sceneggiatore, però, non andò come si era immaginato: «Finivo sempre per dire le cose sbagliate alle riunioni. Pensavo: “Prima o poi me lo leggeranno negli occhi e capiranno che penso che sia davvero stupido”». Zafón lavorava a progetti che non venivano mai realizzati e temeva di scivolare nell’«inferno delle anime perdute di Los Angeles, che non è diviso in nove gironi, ma in novemila, e ci sono pure dei sottolivelli». Nel frattempo, però, continuava a scrivere romanzi nel suo appartamento con vista sul monte Lee e la famosa scritta Hollywood. «Alla fine non entrai nella legione delle anime perdute perché avevo ancora i miei libricini: quelli erano reali».

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Carlos Ruiz Zafon (Marvin Joseph/The Washington Post)

A metà degli anni Novanta Zafón aveva scritto quattro romanzi per ragazzi di discreto successo in Europa, anche se nessuno era quello che voleva scrivere davvero. Così chiamò la sua casa editrice di libri per ragazzi e disse: «Non vi darò mai più un libro». Fino ad allora i suoi romanzi erano ambientati nell’Inghilterra meridionale, a Calcutta o in Normandia. Quando decise di passere alla narrativa per adulti Zafón pensò a casa: «Non volevo che Barcellona fosse uno sfondo, volevo che fosse uno dei personaggi del libro». Per esempio quando Daniel Sempere, il giovane protagonista dell’Ombra del vento, viene presentato ai lettori, è spinto verso un posto misterioso da una città che sembra attirarlo a sé. «I lampioni delle ramblas impallidivano accompagnando il pigro risveglio della città, pronta a disfarsi della sua maschera di colori slavati», scrive all’inizio del libro. «All’altezza di calle Arco del Teatro svoltammo in direzione del Raval, allora Barrio Chino, passando sotto l’arcata avvolta nella foschia».

L’ombra del vento fu pubblicato nel 2001. Andò bene e rimase a lungo in libreria perché continuò a vendere grazie al passaparola. Un editore europeo consigliò il libro a Thomas Colchieeditor e agente letterario di New York, che per caso aveva in programma di pranzare con Scott Moyers, editore di Penguin Press, una delle più importanti case editrici in lingua inglese. Oltre a pianificare un viaggio a Barcellona, all’epoca Moyers era alla ricerca di «un grande romanzo su Barcellona da pubblicare» e si dava il caso che Colchie ne avesse giusto uno per lui. L’ombra del vento fu pubblicato in inglese negli Stati Uniti nel 2004 nella traduzione di Lucia Graves, una scrittrice figlia del famoso poeta inglese Robert Graves. Il libro fu promosso anche da Stephen King, che nel 2007 ne scrisse in toni entusiastici sulla rivista Entertainment Weekly. «Se pensate che il vero romanzo gotico sia morto insieme al XIX secolo, questo libro vi farà cambiare idea», scrisse King, aggiungendo: «L’ombra del vento è fenomenale, un romanzo pieno di splendore magico e botole scricchiolanti, dove anche le sottotrame hanno sottotrame».

Il modo di Zafón di leggere un libro è di scomporlo per studiarne i singoli elementi. Negli ultimi tempi sta leggendo gialli dalle atmosfere noir, soprattutto di Michael Connelly, Dennis Lehane e George Pelecanos. Quando invece finisce di scriverne uno, non vuole che ne venga cambiata nemmeno una virgola. «Lo scrivo e riscrivo un milione di volte. Poi ricomincio. Poi lo rivedo di nuovo», ha raccontato. «Fare le revisioni sui miei libri è estremamente difficile, quasi impossibile: perché l’ho già fatto io».

Mentre pranziamo insieme Zafón si allunga per prendere una tazza di tè e le maniche della camicia gli scivolano indietro mostrando un massiccio orologio Breitling Unitime con un quadrante che segna le ore anche di posti lontani come Kiev e Tonga. Adora gli orologi ed è affascinato dalla loro precisione e complessità. Il fondo chiaro di questo modello gli permette di osservare nel dettaglio il meccanismo interno. Quando parla delle sue opere, usa termini che ricordano le meraviglie della meccanica, e gesticola intrecciando le dita come se fossero le ruote dentate di un ingranaggio. Parla invece con sdegno degli scrittori che attribuiscono i loro risultati letterari a ispirazioni miracolose, «come se avessero muse che sussurrano loro nell’orecchio». Preferisce pensare alla scrittura come un artigiano pensa alla costruzione di un orologio. «In un certo senso è come l’ingegneria, è fatta da milioni di piccoli pezzettini». L’uomo che ama gli orologi non aveva guardato il suo per un po’ di tempo. L’uomo che non parla molto aveva chiacchierato per quattro ore. Ora voleva fare una passeggiata. Per strada ha detto: «Possiamo parlare ancora un po’».

© 2016 – The Washington Post

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