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  • giovedì 6 ottobre 2016

Tubolari e strade bianche

di Gabriele Gargantini – Foto di Claudio Caprara

Sono due cose che non vanno d'accordo, ma L'Eroica le mette insieme: storia di una corsa ciclistica unica al mondo

(Claudio Caprara / Il Post)

Non c’è un posto, almeno non nel 2016, in cui la parola “tubolare” sia stata pronunciata più volte e in così poco tempo come a Gaiole in Chianti nel primo fine settimana di ottobre. E sicuramente quel fine settimana non c’era un altro posto al mondo in cui ci fossero così tanti tubolari, il nome degli pneumatici da bicicletta che fino a qualche decennio fa erano la norma in qualsiasi tipo di gara ciclistica. A Gaiole, un paesino di nemmeno tremila persone tra le colline a nord di Siena, servivano per “L’Eroica”, una corsa in bici che si disputa quasi tutta su strade bianche e solo con biciclette da corsa d’epoca. Da quando si fece la prima, vent’anni fa, L’Eroica è passata da essere una cosa per pochi impallinati a un evento che richiama persone da tutta Europa, dagli Stati Uniti e dall’Australia. Alla ventesima edizione dell’Eroica hanno partecipato più di settemila persone, tutte con bici di almeno trent’anni fa e quasi tutte con vestiti altrettanto d’epoca.

Non si può dire chi ha vinto L’Eroica perché non è una corsa competitiva: il nome di quello che ci mette di meno a farla nessuno lo chiede e nessuno lo scrive. La gente va all’Eroica perché è appassionata di bici d’epoca e perché anziché tenerle in cantina decide di usarle, e di farlo su strade ripide e sterrate, come usava un tempo. L’Eroica è un po’ un raduno di collezionisti, un po’ una rivisitazione storica, un po’ una cosa in cui tanta gente fa una gran fatica una domenica pomeriggio.

La prima Eroica si fece il 5 ottobre 1997, più o meno per lo stesso motivo per cui il giorno dopo Ferragosto qualcuno fa una seconda grigliata con gli avanzi: due settimane prima si era corsa la Gran Fondo Gino Bartali, una lunga gara ciclistica per amatori, ed erano rimasti in giro abbastanza vino e cibo da convincere il suo organizzatore, Giancarlo Brocci, a inventarsi una nuova gara, diversa. Il regolamento della prima edizione diceva: “Vogliamo solo chi sarà abbastanza matto da accettare i disagi proposti e abbastanza intelligente per capire che, per l’ultima domenica ciclistica dell’anno, si può anche sorridere della propria passione e delle sue crudeltà”. Parteciparono in 92, e dopo ci fu la festa per finire gli avanzi.

Brocci – i toscani all’Eroica lo chiamano “il Brocci” e quasi tutti i non toscani che vanno all’Eroica lo conoscono, almeno di vista – è di Gaiole e dice di essere «toscano e portatore di toscanità». Ha 62 anni, gli occhi azzurri, dei baffi ormai piuttosto vintage, ed è un grande appassionato di ciclismo: prima di organizzare gare di bici le ha seguite come giornalista e, tra Coppi e Bartali, sceglie «ovviamente» il secondo, al quale – oltre ad aver intitolato una Gran Fondo – ha dedicato un libro: Bartali, un mito oscurato. Brocci – che è loquace e ben piazzato, anche senza un fisico-da-atleta – ha spiegato che L’Eroica nacque «come gadget per chi partecipava alla Bartali: due settimane dopo, senza pagare di nuovo, chi aveva corso la Gran Fondo si poteva iscrivere a questa cicloturistica d’epoca». Per partecipare all’Eroica bisogna avere bici fatte prima del 1987: che poi abbiano trenta o cento anni non è un problema. All’Eroica non è un problema nemmeno essere coppiani, nonostante Brocci.

eroica-1(Claudio Caprara / Il Post)

Il 1987 è un anno importante, perché cambiarono tre cose nel modo di fare le bici da corsa. Prima del 1987 le bici da corsa avevano i pedali con fermapiedi e cinghietti (delle specie di “gabbie” per bloccare i piedi al pedale); prima del 1987 i fili dei freni passavano all’esterno del manubrio e del telaio e prima del 1987 le leve del cambio erano sul tubo obliquo del telaio. Dagli anni Novanta le bici hanno i cambi sul manubrio, dove ci sono i freni; i fili dei freni passano ora all’interno del telaio e sono praticamente invisibili, senza fare più quel bel giro davanti al manubrio, e i pedali sono a sgancio rapido (ci sono cioè scarpe apposta che si incastrano al pedale, un po’ come succede con gli sci). Il regolamento dell’Eroica è in realtà più complicato, con precisazioni, deroghe, numeri, nomi, marche e modelli consentiti, ma queste tre regole – pedali, cambi e freni – sono le tre fondamentali.

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(Prima e dopo il 1987 / Silvia Comi)

Pedalando su biciclette fatte così – «scampate alla sega a ferro», dice Brocci – gli oltre settemila iscritti alla ventesima Eroica potevano scegliere tra cinque percorsi: il più breve era di 46 chilometri, il più lungo era lungo 209 chilometri e andava a sud, verso Siena, con tante salite: il dislivello positivo era di 3.700 metri e la salita più difficile era quella del monte Sante Marie, che sembra sempre finire e poi invece c’è sempre un pezzo in più.

eroica-15(Claudio Caprara / Il Post)

Alla ventesima edizione dell’Eroica l’età media era tra i 40 e i 50 anni e i sessantenni erano molti più dei ventenni; circa un quinto dei partecipanti era straniero, e la maggior parte arrivava da Francia e Gran Bretagna. Le donne erano – a occhio – una per ogni dieci uomini. I primi eroici sono partiti prima dell’alba di domenica, e gli ultimi di loro sono arrivati verso le nove di sera. È tutto organizzato bene ma in modo rustico, dallo stesso gruppo di persone che organizzò la prima Eroica del 1997.

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Dalla prima volta nel 1997, L’Eroica è sempre cresciuta. Nel 2000 arrivarono i primi stranieri, soprattutto grazie al passaparola tra appassionati, e nel 2001 ci fu una delle Eroiche più difficili: tanta pioggia e quindi tanto fango. Partirono in 240 ma solo in 17 riuscirono a finire il percorso lungo. Nel 2004 all’Eroica si affiancò il mercatino di cose-da-bici (vecchie maglie di lana, pezzi di ricambio, bici d’epoca) che c’è ancora oggi. Dalle poche centinaia che erano nei primi anni Duemila, i partecipanti all’Eroica divennero 3.200 nel 2008. Fino al 2008 l’aspetto vintage era però suggerito e non davvero regolamentato: è solo dal 2009 che L’Eroica è riservata alle bici fatte prima del 1987, ed è dal 2007 che c’è un Registro delle biciclette eroiche: chi vuole può far fotografare e catalogare la propria bici d’epoca. Ce ne sono alcune migliaia, «anche la Leo con cui Gastone Nencini vinse in Giro del 1957», ci tengono a far sapere quelli che se ne occupano.

Brocci parla dell’Eroica come di una «figlia ingombrante, ma bella» e ha detto che «la radice è il ciclismo, non il bianco e nero» e che la componente di fatica è da sempre stata fondamentale. Le bici vecchie sono più pesanti e ovviamente meno efficaci di quelle nuove, e usarle su strade ripide e sterrate rende il tutto molto più complicato. Da buon appassionato del ciclismo di un tempo, Brocci ha anche preso spesso forti posizioni contro il doping: «Lo sai che l’EPO è il secondo farmaco più venduto al mondo?», dice, «guarda le gare dei professionisti, vanno tutti forte uguale, sembra il palio dei carabinieri». Con riferimento all’Eroica, Brocci parla della «riscoperta della durezza di quel ciclismo», delle «straordinarie fatiche di quel ciclismo», della «straordinaria immagine fisica di ciclisti che erano muscolarmente importanti, gran mangiatori, atleti molto belli a vedersi, dei sex symbol». «Chi viene all’Eroica deve farlo per compiere un’impresa», dice.

eroica-13(Claudio Caprara / Il Post)

L’Eroica è un’impresa ma non è mai stata una gara: è «una manifestazione cicloturistica non competitiva». Si può provare a chiedere chi ha vinto, ma non si ottiene risposta. Aldo Pacini – uno degli organizzatori – spiega che, certo, c’è uno che arriva prima di tutti gli altri, ma «nessuno gli chiede come si chiama» e nessuno ricorda quindi il suo nome. «Noi non si conta chi arriva primo», dice Furio Giannini, un altro organizzatore; e poi, «il primo di chi?». Ci sono percorsi diversi, uomini e donne, ventenni e settantenni, bici senza cambi di inizio Novecento e biciclette del 1985.

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I primi eroici partono poco prima delle cinque di mattina, quando ancora è buio. Però, volendo, uno può anche partire un po’ dopo, tanto non è una gara. Per regolamento dovrebbero avere tutti una luce anteriore e una posteriore – qualche pazzo non ce l’ha – e c’è ovviamente una deroga che permette di indossare un casco moderno e omologato (qualcuno ne indossa uno vintage, qualcuno non lo indossa proprio). Alla partenza delle cinque gli spettatori sono poche decine: familiari di chi parte, soprattutto. Chiacchiere a parte, si sentono due rumori: uno di ruote che girano, normale e tipico di ogni partenza di ogni gara di bici; uno, ormai più raro, è invece fatto dai fermapiedi dei pedali: quando non si è ancora partiti non ci si mette dentro il piede e li si rivolge verso il basso, facendoli così sfregare per terra. Quelli che partono subito, intorno alle cinque, sono qualche centinaio. Molti di loro sono toscani, o almeno lo sono molti di quelli più loquaci e meno assonnati.

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I primi a partire fanno i due percorsi più lunghi, che sono uguali per gran parte: ogni ciclista può quindi partire e, in base a come si sente, decidere quale fare. La prima salita – facile, su asfalto – è dopo un chilometro; la prima salita difficile, su sterrato, è dopo una decina di chilometri. I primi ci arrivano che è ancora buio ed è uno dei punti più belli: si sale su una strada ripida e bianca illuminata da lumini, si passa vicino al castello di Brolio – di proprietà dei discendenti del barone Bettino Ricasoli (se vi piace il Chianti, siategli riconoscenti) – e dopo un’altrettanto complicata discesa si inizia qualche chilometro di sali-scendi tra le vigne del senese, all’alba.

ITALY-EROICA-CYCLING-TUSCANY(GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

Dopo circa due ore dalla partenza dei primi inizia ad arrivare la luce e la temperatura supera i 20 gradi. Poi i ciclisti vanno avanti fino ad arrivare alle crete senesi, un’area in cui anziché i vigneti c’è tanta terra – argilla o creta – e un paesaggio brullo: non è la Toscana tipica, da cartolina, e certi posti, visti a quell’ora, andrebbero benissimo come set di un film ambientato sulla Luna.

_dsc4863(Claudio Caprara / Il Post)

I ciclisti che partecipano all’Eroica sono tanti e diversissimi tra loro: i polpacci di quasi tutti sono definiti ben oltre la media ma molti, dalla vita in su, non sembrano atleti e hanno un po’ di pancia. Molti hanno anche le barbe hipster e i lunghi ma curatissimi baffoni sono piuttosto diffusi. Alcuni pedalano in solitaria; molti sono in gruppi e certi gruppi sono squadre: tutti con la stessa maglietta, in genere anni Sessanta-Settanta e con un nome buffo o che spieghi la provenienza geografica: i Ribolliti di Firenze, i Senzafiato, le Toghe in Fuga, gli australiani del BBCC (Bayside Bandidos Cycling Club) con sottotitolo, in italiano “Crisi di Mezza Età Club Ciclismo”. Chi non si è fatto la maglietta apposta ne ha una storica: la Faema di Merckx, la Salvarani di Gimondi, la Bianchi di Coppi (quella «biancoceleste» di «un uomo solo al comando»). Un po’ come andare a giocare a calcetto con le maglie dell’Inter, ma quelle della Grande Inter degli anni Sessanta, non quella di Icardi. Più che delle magliette i ciclisti parlano però delle loro bici: storia, anno, modello, cambi, modifiche.

All’Eroica c’è anche Felice Gimondi, quello vero, che ha 74 anni: da spettatore, che ormai non corre più. Come se Gianni Rivera andasse a vedere le partite di calcetto con gente che indossa la sua maglia. Il giorno prima dell’Eroica c’è il Giro di Lombardia, una delle più importanti corse del ciclismo professionistico mondiale, che Gimondi vinse 50 anni prima. Lui è di Bergamo e “il Lombardia” arriva proprio a Bergamo. Eppure lui è all’Eroica – da tifoso, che ormai in bici non va più – e questo fa capire cos’è diventata L’Eroica: una cosa che – su un certo livello – può competere con una delle più importanti corse del ciclismo professionistico mondiale. Per chi invece non conosce il ciclismo e volesse capire chi è Gimondi, bastano tre righe: ebbe la grande sfortuna di correre negli stessi anni di Eddy Merckx, il più forte di tutti, eppure riuscì a vincere – tra le altre cose – una Vuelta di Spagna, un Tour de France, tre Giri d’Italia, due Giri di Lombardia, una Parigi-Roubaix, una Milano-Sanremo e un Mondiale.

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All’Eroica quelli che non hanno la maglia di lana della loro squadra o della loro squadra del cuore, sono spesso vestiti strani: abiti decisamente-non-da-bici, papillon, cappelli anni Trenta, giacchette e probabilmente scomodissimi pantaloni a quadrettoni. Cose vintage, retrò, d’epoca.

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L’Eroica – siamo in Toscana – è anche piena di punti ristoro: con vino e salumi. Il primo sul percorso lungo è a circa 50 chilometri: quasi tutti fanno una lunga sosta, mangiano e chiacchierano. C’è anche un’ambulanza: alle 10 del mattino l’infortunio peggiore è stato un brutto colpo all’anca di un tedesco, caduto in discesa. Per il resto cadute, sbucciature e botte. Il problema più sentito al punto ristoro riguarda invece il vino: c’erano 50 litri ma sono finiti tutti già prima delle nove e mezza. Tra quelli che se ne dispiacciono c’è Marty, che ha 55 anni e fa il poliziotto a Londra. È arrivato a Gaiole con alcuni amici, per festeggiare la pensione di uno di loro: insieme avevano già fatto la maratona di New York. Marty dice di apprezzare il fatto che tutto sia «sottilmente caotico» e «rischioso», «ma in modo positivo, perché è giusto sia così». Marty va fierissimo della “Top Gear Rule” che lui e i suoi amici si sono imposti: viene dal famoso programma britannico sulle auto, in cui a volte i conduttori usavano auto scassatissime per fare cose piuttosto ardue. Marty e amici hanno fatto lo stesso e per comprare una bici da Eroica – andavano in bici, ma non bici d’epoca – e hanno deciso di spendere al massimo 50 sterline a testa (circa 57 euro). Marty – che tra gli amici è evidentemente quell’amico – ha speso molto meno: 15 euro per una bici Peugeot anni Ottanta.

eroica-8(Claudio Caprara / Il Post)

Sul percorso non c’è molto pubblico, e anche i familiari e gli amici di chi fa L’Eroica vanno al massimo ai punti ristoro: c’è una specie di servizio navetta che porta la gente da uno all’altro. La maggior parte degli spettatori è in cima alle salite più ripide, ma non ci si trova mai più di una decina di persone, e in molti casi sono quasi tutti giornalisti o fotografi.

Simone viene da Genova, ha 40 anni – compiuti il giorno dell’Eroica – ed è uno dei pochi ad ammettere che «a un certo punto scatta la competizione», perché almeno in salita ci si tiene a non farsi superare. È un personal trainer e fa ciclostoriche da anni: in Liguria, per esempio c’è la Superba. Le più famose in giro per l’Italia puntano su un aspetto – Eroica, Superba, Intrepida – o sull’altro: Polverosa o Carrareccia. Simone dice che lungo il percorso ha visto «gente disintegrata, che piangeva» per la fatica e «spingeva per la desolazione».

Lungo la strada capita comunque di trovare qualcuno che inciti i ciclisti – con particolare attenzione alle magliette, alle marche delle biciclette e ai ricordi che evocano – ma è anche comune che siano i ciclisti a parlare. «E meno male che erano sante», dice uno sul pezzo più ripido del Sante Marie (circa al 18 per cento di pendenza); altri vanno pianissimo e provano a spiegare ai fotografi che stanno andando così piano per loro, per non far venire mossa la foto.

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All’Eroica quasi nessuno ha fretta di arrivare al traguardo, che è nella piazza centrale di Gaiole, sotto uno striscione su tela – d’epoca, ovviamente. Il problema, semmai, sono gli ultimi, specie quelli del percorso lungo. All’Eroica «non è prevista assistenza sanitaria, salvo un S.O.S. medico per le emergenze» e «non è prevista assistenza meccanica». Almeno non lungo il percorso: solo nei punti ristoro. Come linea generale: ognuno per sé, al massimo ci si aiuta tra partecipanti. Ma non c’è un vero gruppo di ciclisti, ci sono centinaia di gruppetti composti da manciate di partecipanti. Vai a sapere, quindi, chi sono gli ultimi, e vai a sapere quanto sono stati fermi al ristoro prima di ripartire.

Alle 18 di sera i ristori chiudono, ma alcuni degli organizzatori stanno ad aspettare gli arrivi fino a tardi. «Qualche anno fa ci mettevamo a cena in piazza e se ne vedevamo arrivare uno andavamo a timbrargli l’arrivo, ora sono troppi, facciamo a turno», dice Giannini. Per controllare che nessuno si perda c’è un “carro scopa”: nel ciclismo è quel veicolo che chiude una gara, sta dietro a tutti: si chiama così perché passa alla fine e “tira su tutti”. È però successo, dice Pacini, che qualcuno si ritirasse senza dirlo. E allora si finiva per cercare uno che in realtà stava bevendo vino senza la minima intenzione di risalire in bici. Altri, invece, arrivano a Gaiole già nel pomeriggio e il vino lo bevono lì. Dal primo pomeriggio fino a notte è come essere a una sagra: tanta gente in strada, birra, vino, musica e ribollita.

eroica-12(Claudio Caprara / Il Post)

All’arrivo ci sono tante bici, anche: più che in paesino della Toscana sembra di essere ad Amsterdam o Copenaghen, o in uno di quei posti del nord Europa con affollatissime piste ciclabili e immensi parcheggi per le bici. Chris arriva da Berlino, ha 19 anni ed è uno dei più giovani ad aver fatto il percorso da 209 chilometri: ci ha messo una decina di ore e l’ha fatto con una Colnago Mexico del 1975, pagata poco meno di mille euro. Ha forato due volte e ha avuto «casini vari» con la catena: ma è quello il bello, dice. Il resto – la fatica – è, per lui «il prezzo da pagare se questa è la tua passione».

Lavinia – 35 anni da Roma, dove lavora per Save The Children – è alla sua prima Eroica: è venuta per accompagnare il marito, appassionato, e ha fatto il percorso breve, quello da 46 chilometri. Dice che non era praticamente mai andata in bici da corsa, e che con la bici d’epoca aveva fatto giusto qualche giro di prova. Ce l’ha fatta, «in salita però scendevo sempre», dice. All’arrivo sembrano in realtà quasi tutti molto meno stanchi di quanto ci si aspetterebbe. Tra i più freschi ci sono Stefano e Laura, avvocati e sposi di Arezzo: hanno fatto il percorso più breve, ma l’hanno fatto con un tandem. È del 1960 – «lo usava un dottore per andare in giro con il fratello ceco» – e l’hanno comprato su Subito.it per 300 euro, dopo aver deciso di fare insieme L’Eroica, qualche settimana dopo esser tornati dal viaggio di nozze in Polinesia. Sulle loro magliette c’è scritto “Botoli Ringhiosi” (una citazione della Divina Commedia).

L’eroico più famoso è però Luciano Berruti: ha 73 anni, viene da Cosseria in Liguria e ha partecipato a 19 Eroiche; «tutte tranne la prima, che non lo sapevo». Ha fatto vari lavori, soprattutto il carpentiere e per alcuni anni ha provato a fare il ciclista: «Ho corso anche con Motta [vincitore del Giro d’Italia del 1966] ma ero anarchico; andavo forte, sai, ma quella cosa di stare a ruota di un altro non m’è mai piaciuta». Berruti ora è diventato un testimonial dell’Eroica – «due anni fa, a 71 anni, ho firmato il primo contratto da professionista» – e ora gira il mondo, spesato, per fare tutte le altre Eroiche. A Gaiole ha fatto i 75 chilometri (dice di aver fatto quella che gli hanno detto di fare, che lui avrebbe fatto anche quella più lunga) con una bici di inizio Novecento, che pesa quasi sedici chili: è lo stesso modello di quella con cui Lucien Petit-Breton vinse il Tour de France del 1907 e del 1908. Berruti a Gaiole in Chianti è come Francesco Totti all’Olimpico di Roma: quando passa gli fanno le foto, c’è la coda per farsi le foto con lui, che – letteralmente – alza e bacia i bambini che indossano una maglietta con lui sopra e i cui genitori dicono di farsi una foto con il Berruti. Berruti ha il numero uno, ovviamente, ed è uno dei due cittadini onorari di Gaiole. L’altro è Gino Bartali.

berrutiCollage (GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

Da un paio d’anni L’Eroica ha cambiato proprietà: ora il marchio è controllato da Selle Royal – la ditta vicentina che è la prima produttrice mondiale di selle, con un fatturato di oltre 100 milioni di euro – e dal gruppo Italy Bike Hotels, e tra gli sponsor dell’evento ci sono alcuni dei più grandi marchi italiani di Bici, per esempio la Bianchi. L’operazione d’acquisto, fatta nell’ottobre 2014, fu valutata un milione di euro: c’è ch stima che oggi il marchio Eroica possa valere dieci volte di più.

L’Eroica ha un grande merchandising e, soprattutto, ora concede licenze per fare altre Eroiche nel mondo: in Gran Bretagna, nei Paesi Bassi, in Spagna, in Giappone (lì ci sono le “strade nere”, sulle rocce laviche di un vulcano), in Sudafrica e, da dicembre, a Punta del Este, in Uruguay. Tutte queste Eroiche sono in crescita, e ci sono decine di proposte per fare altre eroiche altrove: solo per l’Australia ci sono al momento otto proposte diverse. L’Eroica di Gaiole è però l’unica «con la L e con l’apostrofo», dice Brocci e resta l’originale e di gran lunga quella con più partecipanti. Al punto che da qualche anno c’è anche L’Eroica primavera: stesso concetto e stesse regole, percorsi simili ma non uguali.

eroica-12(Claudio Caprara / Il Post)

Da una decina d’anni una specie di Eroica la fanno anche i professionisti: il 9 ottobre 2007, due giorni dopo L’Eroica, si corse da Gaiole a Siena L’Eroica Montepaschi, una versione della corsa per professionisti: negli anni la gara è stata spostata a marzo (in apertura di stagione ciclistica), ha cambiato nome – ora si chiama Strade Bianche – e sta diventando sempre più importante. Non è la Milano-Sanremo o la Parigi-Roubaix, ma i ciclisti che la vincono sono di quel calibro: Michał Kwiatkowski, Philip Gilbert, Fabian Cancellara. L’Eroica degli amatori e il successo della Strade Bianche, “L’Eroica dei professionisti” hanno reintrodotto le strade bianche nel ciclismo professionistico: ora anche il Giro d’Italia ha spesso tappe con parti in sterrato, spesso proprio sulle strade bianche della Toscana.

Kazakhstan's Alexandre Vinokourov (AstanIl Giro d’Italia del 2010, la tappa da Carrara a Montalcino. C’era un po’ di fango. (ROBERTO BETTINI/AFP/Getty Images)

Il turismo di chi va in bici è importante per la Toscana – quasi un turista su dieci dice che la possibilità di andarci in bici è il motivo principale per cui la sceglie – e L’Eroica è importantissima per Gaiole, anche economicamente: «è la nostra Settimana Santa», ha detto il sindaco Michele Pescini. L’Eroica, anche ora che la fanno migliaia di persone, continua a funzionare e piacere perché è considerata una cosa rustica, quasi intima. La stragrande maggioranza di chi ci partecipa è soddisfatto. Qualcuno – pochi – si lamenta della scarsa (quasi nulla) presenza di membri dell’organizzazione lungo il percorso, qualcuno – pochi ma un po’ più degli altri – dice che non si pensa molto a familiari o amici che non fanno L’Eroica ma che L’Eroica vorrebbero seguirla. Capita invece più spesso di sentire persone – e tra loro molte persone di Gaiole – che criticano la strada che L’Eroica sembra voler prendere: c’è chi dice che ormai si pensa solo alla quantità, chi ha paura che crescendo diventi una cosa meno rustica, che rischia di perdere ciò che la rende bella. Qualcuno fa l’esempio di “Eroica Massage”, un piccolo stand dopo l’arrivo, per fare massaggi agli arrivati; qualcuno parla dell’esagerato merchandising legato all’evento; qualcuno critica gli eccessivi prezzi per l’iscrizione.

Paolo, trentenne di Parma che vende bici «dagli anni Trenta, indietro», è tra i più critici. Dice che «le bici devono vivere nel contesto giusto» e che l’Eroica è piena di biciclette nel contesto sbagliato. Le strade sterrate, spiega, c’erano prima, durante e subito dopo la Seconda guerra mondiale. Poi col boom sono quasi tutte state asfaltate. Le biciclette che andavano su sterrato erano quindi quelle di Bartali e Coppi, quelle degli anni Sessanta e Sessanta invece no: «Merckx non ci andava sugli sterrati», «su strade di prima degli anni Cinquanta è giusto andare con bici di prima degli anni Cinquanta, altrimenti è come vestirsi da Babbo Natale la notte di Halloween». Paolo – il cognome non lo vuole dire – spiega di essere contro l’incoerenza e l’eccessivo folklore: fa parte della nicchia-della-nicchia e ne è cosciente: «So di essere talebanissimo eh, ma se metti i pantaloni alla zuava e usi una bici con il cambio stai mischiando due cose che non c’entrano nulla». C’è invece, spiega Paolo, qualche vero fanatico «che si taglia i baffi a seconda dell’anno della bici che guida». Se pensavate che erano esagerati quei mezzi matti che stanno in mezzo a noi anche se non ce ne accorgiamo, e che una vola l’anno prendono la bici del nonno per fare fatica in salita sulla ghiaia, sappiate che c’è anche chi pensa male di loro per tutt’altri motivi.

eroica-14(Claudio Caprara / Il Post)

A Gaiole, tutte quelle cose sulla Toscana e su questa parte di Toscana ci sono davvero: il circolino dove ancora la gente gioca a bocce, le signore sedute fuori a raccontarsela, le C aspirate, “il” davanti ai cognomi (“Il Brocci”), il cibo buono e il vino meglio, i vecchi comunisti. Il paesaggio intorno a Gaiole è quello lì: le strade di curve, le colline, i filari, i casali e i cipressi. E L’Eroica è – tra le tante altre cose – anche quelle cose lì: la fatica, il fango e la polvere, il ciclismo-di-una-volta-che-non-c’è-più e il baluardo contro la modernità che arriva con l’asfalto e i cambi elettronici. Tutte queste cose sono in parte vere e sono una parte di quello che L’Eroica di Gaiole in Chianti è in realtà: è un evento nostalgico, di una nostalgia pluridimensionale, per cose diverse di epoche diverse, ma è anche un evento che diventa sempre più grande e rilevante.

Chi fa L’Eroica la adora, e in genere torna e la rifà; chi non segue il ciclismo non la sopporta perché è l’emblema elevato a potenza di tutte quelle cose che dice chi elogia il ciclismo. Alla fine è una gran bella scusa per fare una gran fatica in posti belli: con giovani vestiti da vecchi e vecchi che fanno cose da giovani. E tra tutti i collezionismi più strambi, il collezionismo di biciclette non è poi così strambo, perché la cosa che si colleziona la si può poi usare per quindici ore per le strade bianche della Toscana. Poi, come ogni collezionismo ha le sue cose strane: l’oggetto in mezzo a questa foto, per esempio, costa cento euro.

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L’oggetto è un portatubolare degli anni Venti. Lo usavano negli anni Venti – ma già era raro allora – i ciclisti. Lo mettevano sotto la sella, per portarci i tubolari. I tubolari – o palmer, dal cognome di chi li inventò – erano gli pneumatici delle vecchie biciclette da corsa; da qualche anno non lo sono quasi più: ci sono i copertoncini, cioè delle camere d’aria da gonfiare e mettere all’interno della parte a contatto con la strada. Ormai i tubolari non li usa quasi più nessuno, tranne che all’Eroica.

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