Chi vincerà il Nobel per la Pace

Una donna russa? Edward Snowden? I caschi bianchi della Siria? I negoziatori dell'accordo sul nucleare iraniano? Un po' di ipotesi in attesa di domani

Il premio Nobel per la Pace 2016 verrà annunciato domani, venerdì 7 ottobre, alle 11 del mattino. Il comitato che assegna il Nobel ha fatto sapere che quest’anno c’è un numero record di candidati: 376 di cui 228 persone e 148 organizzazioni. Ogni anno organizzazioni e istituzioni sono invitate dal comitato dei Nobel a proporre le candidature, tra le quali viene poi scelto il vincitore attraverso consultazioni e votazioni interne. Come ogni anno c’è grande segretezza anche sulle candidature stesse che secondo il regolamento potranno essere rese pubbliche a 50 anni dall’assegnazione del premio. Prevedere con certezza la persona che riceverà il riconoscimento è quasi sempre impossibile, ma ci sono anni in cui il compito è meno complicato: nel 2014, per esempio, diedero tutti per vincente Malala Yousafzai, che in effetti ottenne il Nobel per la Pace (era nelle liste dei probabili anche l’anno prima).

Prima dell’annuncio in molti provano a fare i loro pronostici e, tra i più affidabili o citati, ci sono quelli del Peace Research Institute Oslo (PRIO), un’organizzazione indipendente da quella dei Nobel che diffonde una lista di cinque nomi con le candidature più solide e affidabili. Il PRIO compila anche un elenco con le altre nomine possibili o in qualche modo confermate facendo affidamento alle notizie pubblicate sulla stampa, sui media o fornite direttamente all’organizzazione.

Di seguito, i nomi che si fanno quest’anno e le loro storie.

Svetlana Gannushkina
È una donna, un’ex insegnante di matematica, ha 74 anni e difende i diritti umani e dei migranti in Russia. Negli anni Novanta ha fondato un Comitato di aiuto civico che fornisce assistenza legale, umanitaria e scolastica ai migranti opponendosi in particolare contro i rimpatri forzati. Gannushkina è un ex membro del Consiglio di Presidenza russa per i diritti umani (2002 e il 2012) e ha contribuito a far modificare la legge sui rifugiati consentendo a centinaia di persone di ottenere la cittadinanza russa. Insiste molto sull’istruzione gratuita e garantita per tutti i bambini ed è attiva nella denuncia delle violazioni dei diritti umani nelle zone di conflitto. Lo scorso 22 settembre ha ricevuto il premio “Right Livelihood”, una specie di Nobel alternativo.

Gannushkina potrebbe ricevere il Nobel perché è attiva su una delle questioni più difficili e discusse del nostro tempo. Facendo questo suo lavoro in Russia, poi, l’assegnazione del premio proprio a lei potrebbe contribuire ad attirare l’attenzione sull’attuale discussa leadership russa, sia a livello nazionale che internazionale.
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Ernest Moniz e Ali Akbar Salehi
Sono stati i due negoziatori per l’accordo sul nucleare iraniano, Ernest Moniz è americano, Ali Akbar Salehi è iraniano. Il 14 luglio del 2015 l’Iran ha firmato l’accordo sul nucleare con i paesi del cosiddetto “5+1″, cioè i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con potere di veto (Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina) più la Germania. Da molti osservatori è stato definito un accordo “storico” e il più grande successo diplomatico degli ultimi anni.

I paesi occidentali hanno concesso di eliminare progressivamente le sanzioni economiche imposte all’Iran negli ultimi anni, mentre l’Iran ha accettato di limitare il suo programma nucleare e permettere alcuni periodici controlli da parte dell’ONU alle sue installazioni nucleari (installazioni che l’Iran dice siano usate solo per sviluppare il nucleare con scopi civili, e non militari come invece accusano i paesi occidentali). Nel gennaio del 2016 la AIEA, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di regolare la produzione di energia nucleare, ha annunciato che l’Iran ha rispettato gli impegni presi e ha ufficialmente tolto le sanzioni economiche e finanziarie imposte all’Iran negli ultimi nove anni.

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I caschi bianchi
I volontari legati alla Difesa civile siriana e conosciuti come “caschi bianchi” sono un’organizzazione civile di volontari che opera nelle zone della Siria sotto assedio e in quelle dove non arriva né cibo né acqua: dal presidente Bashar al Assad sono accusati di avere legami con i governi stranieri (che li finanziano attraverso un’agenzia) e con i gruppi estremisti locali. Il loro obiettivo, secondo chi li critica, sarebbe destituire Assad più che soccorrere i civili. Sono attivi dal 2013 e sono formati da quasi tre mila volontari che, si stima, abbiano salvato finora più di 60 mila persone. Circa 160 di loro sono morti nelle operazioni di salvataggio. Il loro slogan è tratto dal Corano: «Salvare una singola vita per salvare tutta l’umanità». Netflix ci ha fatto un documentario.

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Edward Snowden
È un famoso ex collaboratore della National Security Agency (la NSA, l’agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti) accusato di spionaggio e rifugiato dal 2013 in Russia per evitare di essere processato per un reato che potrebbe portarlo a scontare più di 30 anni di carcere. Nel maggio del 2013 Snowden consegnò al Guardian e al Washington Post migliaia di documenti segreti su un ampio programma governativo di sorveglianza di cittadini americani e stranieri, capi di stato nemici e alleati.

Il lavoro di Snowden ha permesso ai cittadini americani di venire a sapere per la prima volta delle attività illecite della NSA, per esempio la raccolta di metadati relativi alle telefonate compiute nel territorio nazionale e realizzata senza l’autorizzazione di alcun tribunale. Il Congresso e il governo, messi di fronte alle rivelazioni di Snowden, hanno risposto cambiando la legislazione per poter esercitare un controllo maggiore sulle attività di sorveglianza della NSA. Alcuni citano come possibili candidati anche Julian Assange, di Wikileaks, e Chelsea Manning, militare che aveva fornito ad Assange nel 2010 migliaia di documenti riservati sulla guerra in Iraq e che ora si trova in un carcere negli Stati Uniti.

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Jeanne Nacatche Banyere, Jeannette Kahindo Bindu e il dottor Denis Mukwege
Per il loro impegno contro la violenza sessuale, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo. Con la loro organizzazione e il Panzi Hospital a Bakuvu, da oltre 15 anni sostengono, operano e curano le donne vittime di stupri. Denis Mukwege è un ginecologo e ha personalmente curato migliaia di donne: oggi è considerato uno dei maggiori esperti al mondo in grado di riparare i danni fisici causati dalla violenza. Il suo lavoro e quello delle due attiviste è stato determinante per richiamare l’attenzione del mondo sulla brutalità e sulle conseguenze di questo tipo di crimini. Nel 2014 Mukwege ha vinto il premio Sakharov per la libertà di pensiero.

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Altri
Diversi giornali parlano, anche quest’anno, di papa Francesco che secondo molti e almeno per alcune posizioni si sarebbe distinto dai suoi predecessori (sui rifugiati, sulla povertà e sul cambiamento climatico). In diversi elenchi c’è di nuovo anche la cancelliera tedesca Angela Merkel, per come ha gestito la crisi dei migranti annunciando la disponibilità della Germania ad accogliere centinaia di migliaia di richiedenti asilo provenienti soprattutto dalla Siria. Si parla anche dell’associazione Articolo 9, che in Giappone ha organizzato diverse iniziative di protesta contro il governo che ha fatto approvare in Parlamento una legge controversa che per la prima volta dal 1947 autorizza le “forze di autodifesa” – il nome con cui è conosciuto l’esercito giapponese – a essere impiegate in missioni armate al di fuori dei confini del paese. La Costituzione del Giappone vieta al paese di avere un esercito, ma l’efficacia di questo principio ha perso senso negli ultimi anni. Articolo 9 – fondata da nove personalità di spicco nell’ambiente culturale giapponese compreso il Nobel per la letteratura Kenzaburo Oe – ha criticato il governo e coordinato proteste e incontri per riaffermare l’importanza del principio costituzionale contro la guerra.

Alcuni citano come possibili vincitori anche i cittadini delle isole greche che si sono distinti nell’aiuto ai migranti dando sostegno e aprendo le loro case ai rifugiati, nonostante le difficoltà economiche del loro paese. Il Guardian dice che alcune persone sono state proposte per il premio come rappresentanti simbolici degli abitanti delle isole greche: tra loro un pescatore che con la sua barca ha salvato centinaia di migranti dal mare, ma anche l’attrice Susan Sarandon che ha trascorso il Natale con i migranti a Lesbo.

C’è poi chi sostiene che abbiano delle probabilità Juan Manuel Santos e Timoleón Jiménez soprannominato “Timochenko”. Il primo è il presidente della Colombia, il secondo è il capo delle FARC che ha condotto le trattative con il governo. Lo scorso agosto, Colombia e FARC avevano firmato con una cerimonia formale dopo 4 anni di complicate trattative un accordo di pace. Domenica 2 ottobre il testo dell’accordo però è stato respinto, a sorpresa, dagli elettori in un referendum con il 50,24 per cento dei voti.

Tra gli altri e le altre vengono poi citate Nadia Murad Basee Taha, giovane donna yazida che nel 2015 al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite descrisse nei minimi dettagli le torture e gli stupri subiti nei mesi in cui era stata prigioniera dei jihadisti dello Stato Islamico. Ah, qualcuno parla anche di Donald Trump.

Bonus
Il premio Nobel per la Pace fu assegnato per la prima volta nel 1901, e andò al francese Frederic Passt, fondatore e presidente della “Società d’arbitraggio tra le nazioni”, la prima società espressamente creata per il mantenimento della pace. Un solo italiano ha ottenuto l’importante riconoscimento, accadde nel 1907 e il premiato fu Ernesto Teodoro Moneta (insieme con il francese Louis Renault) che a fine Ottocento aveva fondato diverse organizzazioni e iniziative per la pace.

Il Nobel per la Pace 2015 fu invece vinto dal “Quartetto per il dialogo nazionale tunisino” «per il suo contributo determinante nella costruzione di una democrazia pluralistica in Tunisia in seguito alla Rivoluzione dei Gelsomini». Il “Quartetto per il dialogo nazionale tunisino” è costituito da quattro organizzazioni molto importanti nella società tunisina: l’Unione generale tunisina del lavoro, la Confederazione dell’industria del commercio e dell’artigianato, la Lega tunisina per i diritti dell’uomo e l’Ordine nazionale degli avvocati di Tunisia. Rappresentano diversi settori e interessi della società e negli ultimi anni hanno collaborato come mediatori per la democratizzazione del paese, dopo la rivoluzione del 2011. Il riconoscimento era stato conferito al “quartetto” nella sua interezza e non alle singole organizzazioni che ne fanno parte.

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