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  • martedì 27 settembre 2016

Il disco nuovo dei Bon Iver, davvero “attesissimo”

I maggiori giornali mondiali stanno riparlando del musicista rock più originale e ammirato degli ultimi dieci anni, di cui esce il terzo disco sabato

(Anette/AFP/GettyImages)

Esce un disco nuovo, il 30 settembre. Ma è un disco che ha già ottenuto due articoli di ben 10mila battute ciascuno rispettivamente sul New York Times e sul New Yorker. Altrettante sul Guardian. E il disco non è di Beyoncé (che ormai avvisa all’ultimo momento) né di Bob Dylan (che viene trattato con dovute recensioni di routine) né di Adele (su cui ci sono esigue anticipazioni e che i grandi giornali raccontano con calma, quando il disco è uscito, e sta vendendo milioni di copie).
È un disco dei Bon Iver, il terzo della loro carriera.
E qua fuori, nel mondo, ancora pochi sanno chi siano i Bon Iver. Per i molti altri, diciamo che è il nome che Justin Vernon, cantautore 35enne di una cittadina del Wisconsin, ha dato nel 2007 a una band a composizione variabile di cui lui è il più visibile e stabile membro e delle cui canzoni è quasi sempre l’unico autore: generando l’equivoco – frequente in casi simili negli ultimi due decenni – se “Bon Iver” sia da considerarsi il nome della band o uno pseudonimo di Vernon. Con la loro grammatica, gli americani hanno meno problemi di noi a fare la scelta (come con le band che cominciano per “the”): qui, dobbiamo decidere di chiamarli “i Bon Iver”, e non “Bon Iver” come è capitato di frequente dopo l’uscita del primo disco.

Il primo disco, For Emma, Forever Ago, uscì nel 2008. Era un disco di indie-rock dai toni malinconici e romantici e creazioni melodiche e di arrangiamento particolari: ebbe un rapido culto e poi un vero successo, per il disco di un debutto di quel genere. Grazie anche a una mitologica narrazione sulla creazione delle canzoni – una capanna tra i boschi, una crisi sentimentale ed esistenziale – i Bon Iver divennero quello che era stato Sufjan Stevens qualche anno prima: una cosa che suonava nuova per “Millennials” e cercatori di originalità, costruita inserendo invenzioni originali e più moderne in un genere classico (fiati, per esempio), con sapienza di scrittura delle canzoni ma libertà nella loro organizzazione. Ma fu anche un gran successo: negli Stati Uniti quel primo disco vendette più di mezzo milione di copie.

Con tante attenzioni – tipo andare a suonare in tv al David Letterman Show – Vernon si prese del tempo, andò molto in tour e promozioni, suonò e lavorò con altri: persino con Kanye West, a un certo punto, che ne divenne fan e promotore e che secondo il New Yorker ha un gran ruolo nel disco che esce questa settimana.

Ma il suo più famoso collaboratore – quello la cui influenza risuona in tutto il nuovo disco, 22, A Million – è Kanye West. Alcuni anni fa West si innamorò di “Woods”, un pezzo anomalo dei Bon Iver che Vernon cantava con auto-tune, e lo invitò a partecipare al suo disco del 2010, My Beautiful Dark Twisted Fantasy. West ha definito di recente Vernon il suo “artista vivente preferito”.

Il secondo disco, Bon Iver, Bon Iver, uscì alla fine del 2011: Vernon ci mise ancora più cose, elettronica, un sassofono, e distorsioni digitali della propria voce come quelle che sono andate molto di moda nell’ultimo decennio (quelle di James Blake, per capirsi). Anche senza l’elemento sorpresa del suo predecessore, il disco andò molto bene e vinse un premio Grammy. E i Bon Iver erano diventati “la cosa” nel mondo della musica alternativa, e ormai traboccavano frequentemente nel successo mainstream (“Skinny love”, dal primo disco, fu usata in una puntata di Grey’s Anatomy e una cover della cantante britannica Birdy le diede nuove citazioni e successi nel 2011). In tutto questo, Vernon – che aveva raccontato, in musica e fuori dalla musica, dei suoi tormenti con le storie delle sue canzoni e con la celebrità – annunciò di voler abbandonare il progetto Bon Iver a tempo indeterminato, e cominciò ad alternare impreviste collaborazioni a manifeste insofferenze per maggiori visibilità.

Ed ecco perché la settimana scorsa il New York Times ha dato tanto spazio all’opportunità di intervistare Vernon e raccontare il terzo disco dieci giorni prima della sua uscita, e perché il New Yorker gli dedica un intero articolo della sua sezione “Pop music”, più di frequente occupata da musicisti hip-hop o molto pop da milioni di copie (probabilmente ha aiutato il rapporto con Kanye West).

22, A Million è un album strano e stupefacente, il suono di un uomo che cerca di capire cosa può fare con un caleidoscopio rotto di cui ha estratto gli specchietti. In gran parte sembra un tentativo di cancellare quella sincerità scarna che aveva reso Vernon un’icona. Il suo falsetto è ancora identificabile sotto la trama digitale, ma ora le parole si confondono al di là del suo controllo. A momenti suona come un coro di una persona sola, in altri come se venisse da un cratere lontano.

La stessa evoluzione è raccontata così dal New York Times, che si sofferma molto anche sulla ormai nota inclinazione contraddittoria di Vernon a parlare molto e molto apertamente della propria ritrosia a parlare di sé.

22, A Million è una strada più accidentata dei dischi precedenti dei Bon Iver. Mescola continuamente suoni manipolati e distorti con altri naturali, e sta deliberatamente alla larga da familiarità pop. Ma muove progressivamente verso un sollievo, ancorando le sue ultime canzoni a melodie solide e armonie consolatrici.

La voce di Vernon e la varietà dei suoni sono le cose più originali e uniche in un disco che a momenti ha appunto accenni di James Blake e in altri sensazioni di Peter Gabriel o persino di “In the air tonight” (e ci sono campionamenti di Paolo Nutini, Stevie Nicks e Fionn Regan). Canzoni come “29 #Strafford APTS”, “8 (circle)”, “00000 Million” sono speciali, mai sentite (tutti i dieci titoli iniziano con un numero e comprendono segni vari di punteggiatura e simboli, contribuendo allo spaesamento creato sia dalla musica che dal personaggio).”8 (circle)” è la cosa più vicina a un anthem che si può trovare in un disco dei Bon Iver.
L’articolo di Hua Hsu sul New Yorker presenta 22, A Million come l’occasione per sdoganare l’elettronica e le distorsioni vocali all’interno del purismo tradizionale del rock (ci sono stati molti esperimenti in passato, quasi mai ben accolti, fin da vocoder di Neil Young).

Come i dischi precedenti, spiega il Guardian, anche questo è stato preceduto e nutrito da un periodo complicato del suo autore, che racconta di attacchi di ansia e panico, di tentazioni di lasciar perdere, di periodi di analisi e cure di depressione – iniziate dopo una fallimentare idea di ritirarsi nell’isola greca di Santorini fuori stagione e dopo desolanti soggiorni in vari alberghi europei – e di un irrisolto problema con la fama e le persone che vogliono farsi una foto con lui.

Fino a che non è stato illuminato da un verso  – “It might be over soon” (presto potrebbe essere tutto finito) – che sarebbe diventato la spina dorsale della prima canzone, “22”. «Ho cominciato a mormorarlo, e avevo con me un campionatore e sono tornato in questa stanza d’albergo, mi sono seduto e ho cominciato a spezzettarlo. Ed è stato uno di quei rari momenti “questa-è-una-buona-cosa”, quando crei qualcosa».

L’articolo del Guardian, e le frasi di Vernon che riporta, sono dedicate meno alla musica e più a questo personaggio anomalo per il business della musica, che dice di voler fare meno concerti, di avere come modello l’impegno a suonare per le buone cause delle Indigo Girls e non il “Pepsi Tour” di Beyoncé, e di voler inventare modi più creativi e veri di avere rapporti con il pubblico (e che ha una passione per la caccia ai cervi insieme a suo padre, per dirne un’altra). Alla fine, la sensazione è che il business della musica suddetto si freghi lo stesso le mani, e che questa costruzione abbia una notevole efficacia e garantisca grande promozione al nuovo disco, che sia completamente vera o no. Quello che conta, è che questo disco è molto bello, e che presto potrebbe essere tutto finito.

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