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  • Domenica 18 settembre 2016

Il carcere non funziona

Ma non gliene frega niente a nessuno: la Stampa racconta l'alto tasso di recidiva dei detenuti italiani e le sue ragioni

(ANSA)
(ANSA)

Un’inchiesta di Andrea Malagutti pubblicata domenica su La Stampa racconta il fallimento del sistema carcerario italiano nel trovare un lavoro ai detenuti, in modo da garantire loro una più alta possibilità di reinserimento in società. Secondo l’inchiesta, il 30 per cento dei detenuti italiani ha un lavoro, ma si tratta in quasi tutti i casi di lavori «ripetitivi e saltuari – come scopini, cucinieri o lavandai». Solo il 5 per cento ha un’occupazione qualificante che gli sarà utile una volta terminato il periodo di detenzione. Malagutti scrive che secondo gli esperti il fallimento nel fornire un’occupazione ai detenuti è una delle cause del tasso di recidiva – cioè la percentuale di detenuti che tornano a compiere reati – che secondo alcuni studi arriva fino al 70 per cento (su questo dato non esistono stime ufficiali). Le cooperative che riescono a ottenere i finanziamenti necessari a portare avanti programmi di lavoro qualificante, come la Cooperativa Giotto di Padova, dicono che la recidiva tra chi frequenta i loro corsi scende fino al 3 per cento. Secondo alcune stime, l’incapacità di abbassare il tasso di recidiva costa allo stato fra i 3 e i 4 miliardi ogni anno.

Carcere Due Palazzi di Padova. Sulla parete bianca del piccolo spazio dove un gruppo di detenuti prende aria durante una pausa lavoro, una scritta in portoghese dice: «Dall’amore non si fugge». Forse è vero. E dal crimine, invece? Quasi mai segnalano le incomplete statistiche del ministero della Giustizia e del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, dalle quali si deduce che sette persone su dieci rilasciate dalla prigione prima o dopo ci rientrano.

Scontano le pena, delinquono e vengono arrestate di nuovo, in una giostra senza fine che riguarda a rotazione circa duecentomila uomini e donne in Italia, 54mila dei quali sono oggi dietro le sbarre. «La situazione è disastrosa. E fa impressione vedere che non esistono numeri ufficiali sulla recidiva. Significa che il Sistema ignora uno dei dati fondamentali legati alla funzione della pena», dice Alessandro Scandurra dell’Associazione Antigone, scattando la fotografia di un ennesimo fallimento italiano.
Un fallimento che costa alla collettività tra i tre e i quattro miliardi l’anno.

Il lavoro negato
Eppure l’articolo 27 della Costituzione recita: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». E l’articolo 1 dell’ordinamento penitenziario ribadisce il concetto: «nei confronti dei condannati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda (…) al reinserimento sociale degli stessi». L’articolo 13, va persino oltre, tentando il triplo carpiato rovesciato della civiltà giuridica: «nei confronti dei condannati deve essere predisposta l’osservazione scientifica della personalità (…) su cui intervenire con un programma individualizzato di trattamento rieducativo». L’idea di fondo è che se il recupero e il reinserimento falliscono il danno per la collettività è enorme in termine di costi e di sicurezza. Bene. Favoloso. Uno schema studiato in ogni angolo del pianeta e totalmente disatteso da noi. La legge c’è, ma se non ci fosse sarebbe uguale. E’ un problema irrisolvibile o a un problema che non si vuole risolvere? L’esperienza dice che il rimedio alla recidiva esiste. E quel rimedio si chiama lavoro, attività dalla quale – anche qui in totale inadempienza legislativa – il 70% della popolazione carceraria resta esclusa. Curiosamente la stessa cifra della recidiva.

Per altro servirebbe non un lavoro qualunque, ripetitivo e saltuario come quello che riguarda poco meno del 29% dei detenuti – scopini, cucinieri o lavandai, retribuiti con quello che loro stessi hanno ribattezzato «sussidio diseducativo» – ma un lavoro che prepara al ritorno all vita esterna come quello che viene appaltato a un ristretto gruppo di aziende in giro per l’Italia, a cominciare dalla cooperativa «Giotto» di Padova, che nei suoi 26 anni di attività all’interno del Due Palazzi ha formato e reinserito centinaia di carcerati. «Il tasso di recidiva di chi lavora con noi? È compreso tra il 2 e il 3%», dice Nicola Boscoletto, presidente della coop veneta. Il 2-3 contro il 70. «E i nostri calcoli dicono che ogni punto di recidiva abbattuto farebbe risparmiare allo Stato 40 milioni l’anno».

(Continua a legge sul sito del La Stampa)