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  • venerdì 9 settembre 2016

Che ne è del referendum scozzese

Dopo Brexit l'eventualità di un nuovo voto sull'indipendenza sembrava molto probabile, ma intanto le cose sono cambiate

Nicola Sturgeon al parlamento scozzese il 7 settembre 2016 (Jeff J Mitchell/Getty Images)

Martedì il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon ha presentato al Parlamento il suo nuovo programma di governo. Le questioni in maggiore risalto sono state un più grande investimento sulla qualità della formazione scolastica e i temi del mercato del lavoro. Sull’eventualità di un nuovo referendum per l’indipendenza dal Regno Unito, invece, Sturgeon è stata molto più prudente che negli scorsi mesi, ridimensionando questa possibilità per l’immediato futuro.

Il tema dell’indipendenza della Scozia era tornato molto attuale dopo che il 23 giugno scorso la maggioranza degli elettori britannici aveva votato a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea – il cosiddetto referendum su “Brexit” – con significative differenze da regione a regione. In particolare in Scozia, infatti, la scelta a favore della permanenza nella UE aveva vinto con il 62 per cento dei voti: il fatto che l’esito complessivo del referendum contraddicesse in modo così esteso la volontà degli scozzesi aveva di nuovo evidenziato la distanza tra il paese e il governo nazionale. Da quel momento in poi la stessa Sturgeon aveva continuato a ripetere che un nuovo referendum sull’indipendenza sarebbe stato dovuto, parlando di Brexit come “un chiaro esempio della carenza democratica in seno a Westminster”.

Due anni fa gli scozzesi votarono già se continuare o meno a far parte del Regno Unito: il 55,3 per cento degli elettori votò per rimanere e l’affluenza finale fu del 84,52 per cento, a conferma di quanto l’argomento fosse sentito. Uno dei fattori più rilevanti per la vittoria del no fu proprio che all’indipendenza sarebbe conseguita anche l’uscita della Scozia dalla UE. Sebbene l’allora primo ministro scozzese e capo dello Scottish National Party (SNP, il maggior partito scozzese, al governo dal 2007) Alex Salmond avesse proposto una permanenza nell’Unione, l’ex presidente della Commissione Europea Barroso e poi il suo successore Juncker specificarono che la procedura non sarebbe stata affatto semplice e immediata: in più l’adesione del nuovo stato sarebbe dovuta essere valutata e approvata da tutti gli altri paesi membri, compresi lo stesso Regno Unito e la Spagna, che avrebbe probabilmente voluto evitare un precedente rispetto alla questione dell’indipendenza della Catalogna.

Quest’estate, dopo gli sviluppi di Brexit, il progetto per un nuovo referendum era stato dato per molto probabile da commentatori e politici nazionalisti, ma già nelle ultime settimane c’era stata maggiore prudenza: secondo diverse opinioni per due ragioni. La maggiore insicurezza di una vittoria independentista fornita dagli ultimi sondaggi, e la poca chiarezza sulle procedure e i tempi dell’uscita del Regno Unito dalla UE: e quindi delle conseguenze per la Scozia. Sempre martedì Sturgeon ha chiesto al primo ministro britannico, Theresa May, di dissolvere la “nuvola di segretezza” che circonda la posizione del suo governo riguardo a Brexit, riferendosi in particolare al rifiuto di May di rispondere rispetto alla permanenza o meno del Regno Unito nel mercato unico.

Dopo il discorso di Sturgeon, che già mostrava un accantonamento della priorità data al referendum, i portavoce della premier hanno spiegato che il grande progetto di consultazione popolare previsto per quest’autunno, con scadenze simboliche già indicate, potrebbe comunque concretizzarsi l’anno prossimo, ma senza indicare una data precisa. Sturgeon continua quindi a considerare il secondo referendum sull’indipendenza una possibilità, ma non più l’obiettivo principale sul quale concentrare il lavoro di questi mesi.
In un sondaggio della società di ricerca YouGov, la metà degli scozzesi interpellati si è detta contraria a un nuovo referendum e nel caso in cui ci fosse, il risultato somiglierebbe a quello del precedente, con il 54 per cento dei votanti contrari e il 46 per cento favorevoli all’indipendenza.

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