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  • giovedì 8 settembre 2016

Come si costruisce un parco naturale

di Marine Gauthier e Riccardo Pravettoni – @marinegauthierc, @Ricccarto

Salvaguardando la foresta, ma anche chi ci vive: nella Repubblica Democratica del Congo sono i Pigmei Bambuti

(Riccardo Pravettoni)

Raggiungere la foresta di Itombwe, nella Repubblica Democratica del Congo, e i suoi abitanti non è facile. Una pista sterrata parte da Bukavu, il capoluogo del Sud Kivu, provincia che si trova nell’est del paese, al confine con il Ruanda, e attraversa questa regione montuosa incrociando un gran numero di gruppi armati e milizie. L’accesso è difficile per tutti, dagli abitanti alle ONG che lavorano nei villaggi, e anche per i commercianti e le industrie che vogliono sfruttare le ricche riserve d’oro, di coltan (una miscela di minerali usata per fare computer e cellulari) o di legname che si trovano nell’area. Nel cuore del secondo bacino forestale del pianeta – lo stesso, tenebroso, descritto da Joseph Conrad – troviamo anche un’immensa ricchezza per quanto riguarda la biodiversità. Elefanti, uccelli tropicali, alberi rari e soprattutto gli ultimi gorilla rimasti sulla Terra sono alcuni degli abitanti del Massiccio di Itombwe.

Oggi però la situazione sta cambiando rapidamente. La domanda internazionale per le risorse naturali della Repubblica Democratica del Congo insieme al veloce aumento demografico (l’area è già tra le più densamente popolate dell’Africa) e alla più graduale crescita economica, per cui la c’è richiesta di terre sfruttabili, stanno premendo sulla foresta di Itombwe e le sue ricchezze. A complicare le cose, gli strascichi del violento conflitto con il vicino Ruanda degli anni Novanta – una guerra che in Europa si tende a dimenticare ma che in totale ha fatto circa 5 milioni di vittime – e le successive ribellioni contro il governo congolese hanno fatto sì che la foresta diventasse il rifugio di una miriade di gruppi armati che si nascondono nel fitto della vegetazione e vivono del traffico illegale delle risorse naturali.

Baati Gozi Irangi è un Pigmeo Bambuti di circa 30 anni che vive ai margini della foresta di Itombwe; fa il maestro di maestro di scuola elementare ed è considerato l’intellettuale del suo villaggio. Dice: «Lo Stato stesso costituisce una minaccia per la nostra foresta. Sono loro che emettono i permessi per deforestare senza un piano preciso. Li danno a chiunque sia disposto a pagare, e noi vediamo questa gente venire e tagliare i nostri alberi impunemente. Tagliano i nostri alberi medicinali, gli alberi con i bruchi [un elemento importante per l’alimentazione delle comunità che vivono nella foresta, ndr], gli alberi da olio». Irangi ha visto abbattere gli alberi per estrarre il carbone destinato ai mercati dei grandi agglomerati urbani di Bukavu e del Ruanda. Aggiunge: «Questa gente viene con le armi e prende tutto, alberi, animali. Prendono anche gli animali che tradizionalmente per noi sono vietati, il gorilla e il pangolino. Credono di essere al di sopra della nostra legge solo perché sono armati. Lo sappiamo anche noi che il sottosuolo è ricco. Una società è già venuta a scavare per l’oro. Se non proteggiamo la nostra foresta altri verranno a occuparla».

mappa_congo

Nel 2006 il governo congolese decise di istituire la Riserva Naturale di Itombwe con il sostegno di World Wildlife Fund (WWF) e di Wildlife Conservatory Society (WCS), due tra le più grandi ONG internazionali che si occupano di conservazione. La riserva fu disegnata a tavolino, e definisce sulla carta un quadrato di 15mila chilometri quadrati in cui qualsiasi attività umana è proibita. Un quadrato e un metodo che ricordano molto i confini degli stati africani tracciati nell’Ottocento dai governi dei paesi europei: una procedura eseguita in un ufficio anziché sul territorio e che non ha molto senso per chi vive in quelle zone. La foresta contenuta in questa delimitazione non contiene infatti solo piante e animali selvatici; è anche la casa dei Pigmei Bambuti che ci vivono da centinaia di anni, e dipendono dal suo ecosistema per la propria sussistenza e non hanno intenzione di andarsene. Irangi racconta: «La notizia della creazione della riserva ha suscitato molta collera nella comunità. Se vieni a sapere che ti espropriano della tua fonte di cibo o di medicine, o del luogo dove riposano i tuoi antenati, saresti contento?». Marie, una donna Bambuti proveniente dal villaggio di Kitale, a nord di Itombwe, aggiunge: «Abbiamo avuto paura che ci togliessero tutto questo, ci siamo riuniti e abbiamo deciso: non lo permetteremo».

Durante la creazione del vicino parco di Kahuzi-Biega, negli anni Ottanta, circa 6mila Pigmei furono espulsi con la forza dai loro villaggi e furono obbligati a trasferirsi al di fuori della foresta senza ricevere alcun indennizzo da parte dello Stato. Questi gruppi e i loro discendenti vivono oggi in condizioni estremamente precarie in villaggi ai margini delle piste che attraversano la regione, dove – privati di cibo, terra e identità – si offrono come manodopera. Irangi e la sua comunità conoscono bene questa storia, accaduta a circa 200 chilometri di distanza da dove vivono: «Non sappiamo quello che ci può succedere, ma sappiamo che non è un bene che la nostra foresta appartenga allo Stato». Nelle numerose aree protette del paese in effetti le regole per la salvaguardia degli ambienti naturali hanno generato conflitti con le popolazioni locali le cui pratiche tradizionali di caccia e pesca sono considerate dannose per la conservazione della biodiversità.

Lars Løvold, direttore di Rainforest Foundation Norway, un’organizzazione che si occupa dei diritti delle popolazioni indigene della foresta (è nata come parte della Rainforest Foundation fondata dal cantante Sting), spiega: «È un vecchio approccio alla conservazione quello di forzare le persone fuori dalle aree protette, che viene dalla visione classica americana di una natura selvaggia e intatta, quando invece quello che crediamo essere una foresta vergine è un luogo abitato e manipolato dall’Uomo da millenni».

I Pigmei Bambuti e la foresta

«Io sono nato e cresciuto in questa foresta. Mi sono sposato e ho avuto dei figli in questa foresta. Sono partito qualche anno per studiare ma sono tornato e lavoro nel mio villaggio d’origine. Questa terra ci appartiene, tutta la nostra vita è qui. Qui troviamo il cibo, le medicine, tutto quello di cui abbiamo bisogno» spiega Irangi, che non ha paura di tener testa alle autorità dello Stato. Per lui la questione è chiara: «Non possiamo vivere lontani dalla foresta, la nostra stessa natura è di vivere qui».

Anche se non riconosciuti ufficialmente come “popolazione indigena” dallo stato, che quindi non garantisce loro il diritto legale alla terra, sono circa 600mila i Pigmei Bambuti che vivono nel paese, secondo un modo di vita ancora semi-nomade molto diverso da quello sedentario e fondamentalmente agricolo delle etnie principali della Repubblica Democratica del Congo. Marie descrive la vita a Itombwe in questo modo: «In questa foresta troviamo il legname per costruire le case, e la frutta e i taku [insetti simili a un bruco, ndr] da mangiare. La foresta ne è piena! Cacciamo, peschiamo: la nostra vita è questa».

congo_marieMarie (Riccardo Pravettoni)

Materialmente e spiritualmente connessi con la foresta, i Bambuti detengono un sapere indigeno che si avvale dei propri metodi di conservazione della natura, che loro chiamano “tecnologie tradizionali”.  Mapenzi, un giovane cacciatore, racconta: «Sappiamo come fare per proteggere la foresta perché nessuno la conosce bene come noi. Sappiamo dove gli animali si riproducono, dove si riposano, e in quali periodi dobbiamo evitare di cacciarli». Come tutti gli uomini Pigmei ha fatto il suo rito di iniziazione, il lutende, e per dei mesi è rimasto nelle aree sacre della foresta. Il luogo esatto è sconosciuto ai non iniziati poiché è la chiave della trasmissione del sapere di padre in figlio.

«Conosco tutti i divieti e tabù, sono stato iniziato dai depositari del nostro sapere. Conosco i siti e i periodi per la caccia e la pesca, gli animali che possiamo abbattere, come il mokumbi [un tipo di ratto], e quelli che dobbiamo rispettare, come il gorilla. Abbiamo i nostri strumenti per la conservazione della natura. Gli animali protetti dalle leggi moderne sono gli stessi che noi già proteggiamo tradizionalmente. Queste regole sono state stabilite dai nostri antenati, e noi continuiamo ad applicarle secondo lo stesso sapere». Le regole in effetti sono molte e per chi le infrange c’è il muzombo, la punizione. «Se uno mette delle trappole nelle zone di riproduzione degli animali, i malambo, o dove vanno ad abbeverarsi, i guardiani del sapere indigeno ti mettono il muzombo! È la pena di morte», spiega Mapenzi. Che questa morte sia spirituale o più simile a una scomunica, i membri della comunità la temono e tendenzialmente rispettano le proibizioni imposte dalla tradizione.

MapenziMapenzi (Riccardo Pravettoni)

«Non vogliamo che la nostra foresta appartenga allo Stato»

Con il sostegno di piccole organizzazioni locali della società civile di Bukavu, i Bambuti hanno cominciato a chiedere la rimozione della riserva, pronti a respingere con la forza le guardie forestali. La protesta ha raggiunto una intensità tale che le organizzazioni per i diritti umani si sono aggiunte al dibattito, e il progetto iniziale è stato interrotto. Solamente qualche anno più tardi, nel 2008, lo Stato, insieme alle organizzazioni internazionali, ha cominciato a dialogare con le comunità di Itombwe. All’epoca Bitomwa Onesiphore Lukangyu, oggi direttore della riserva di Itombwe, lavorava per WWF: «All’inizio [noi e i rappresentanti delle comunità] non potevamo nemmeno rivolgerci la parola, eravamo come nemici. Difficile credere che oggi possiamo sederci allo stesso tavolo. Abbiamo fatto un passo importante realizzando che condividevamo lo stesso obiettivo: proteggere la foresta di Itombwe. E allora abbiamo cominciato a lavorare insieme. A creare la riserva, insieme». Oggi lo Stato, assieme a WWF e WCS, collabora con le comunità locali a definire i confini e gli usi dei territori della riserva, tentando di rispettare gli interessi e le necessità di entrambe le parti.

Questa collaborazione tra comunità e conservazionisti potrebbe sembrare normale, ma in realtà è una novità nell’Africa centrale. Con i limiti e i punti critici che un esperimento di questo genere può portare con sé. Le interpretazioni e gli sviluppi di questa collaborazione sono diversi. Lars Løvold, che di tentativi di questo tipo ne ha visti parecchi nei molti anni passati nella foresta, spiega: «La maggior parte delle organizzazioni di conservazione ha adottato un approccio strumentale per la co-gestione delle aree protette. Assumere qualche Pigmeo tra le guardie forestali non è sufficiente, bisogna coinvolgere le comunità in tutti gli aspetti della gestione dell’ecosistema».

Il futuro dipende dalla comunità internazionale

Finalmente a giugno la cooperazione e il dialogo hanno portato al riconoscimento ufficiale da parte del governo dei nuovi confini della riserva, decisi anche dalle comunità locali. Non più un grande quadrato, quindi. Una tappa fondamentale e storica, che ora apre la via a una nuova sfida: proteggere la biodiversità dagli interessi economici e lottare contro lo sfruttamento illegale delle risorse. Ciò richiede grandi investimenti internazionali, visto che il governo congolese dipende ancora in gran parte dagli aiuti dei paesi industrializzati. Lukangyu racconta: «Lo Stato in sé non fornisce alcun tipo di supporto finanziario. È WWF che paga tutto qui: il mio salario, la mia casa, la benzina per le jeep, anche questa scrivania è loro». E la situazione socio-economica delle comunità locali e della minoranza Bambuti resta ancora precaria.

direttore_parco_itombweBitomwa Onesiphore Lukangyu (Riccardo Pravettoni)

Il messaggio dei membri del villaggio di Kitale è chiaro: «Vorremmo delle scuole e dei centri di cura, vogliamo che i bambini possano studiare, vorremmo avere le stesse possibilità degli altri». Se da un lato i Pigmei desiderano mantenere le loro tradizioni e le loro terre, dall’altro vorrebbero accedere ad alcuni dei servizi che permetterebbero loro di avere una vita meno difficile. Domande legittime che allo stesso tempo potrebbero portare all’abbandono di alcune pratiche tradizionali. Jean de Dieu Wasso, un cinquantenne gioviale ed estremamente colto, coordinatore dell’organizzazione Africapacity che ha sede a Bukavu e rappresentante dei diritti delle comunità nel processo di definizione della riserva, spiega: «La cultura pigmea, come tutte le altre, è dinamica. È un popolo in profonda mutazione, che ha subito violenze e spostamenti forzati, in un quadro generale di profonda discriminazione in quanto minoranza. I Bambuti dovrebbero essere liberi di fare le proprie scelte ed evolvere, l’importante è rispettare il principio internazionale di auto-determinazione garantito dalla dichiarazione dell’ONU per i diritti delle popolazioni autoctone». Ha appena discusso un dottorato sul caso di Itombwe e nonostante viva a Bukavu non ha mai dimenticato le sue origini di Pigmeo. Oggi Jean de Dieu Wasso è il punto di contatto tra i Pigmei e il governo.

Le comunità locali sono sostenute economicamente dal governo della Norvegia attraverso Africapacity, mentre WWF e WCS ottengono fondi soprattutto dal Belgio e dagli Stati Uniti. La Central African Forest Initiative, un’unione formata da paesi centrafricani, da alcuni paesi europei e dal Brasile, ha promesso 300 milioni di dollari (269 milioni di euro) per la protezione della foresta del bacino del fiume Congo; c’è però il rischio che questa nuova iniziativa protegga l’ambiente ma non le persone che ci vivono.

Nonostante questo ci sono ragioni per sperare che invece sia gestita in modo simile alla progettazione del parco di Itombwe. Jean de Dieu Wasso vorrebbe promuovere il modello partecipativo a scala nazionale: «Tutti i progetti di conservazione della natura dovrebbero seguire il modello di Itombwe e garantire la partecipazione delle comunità». Lukangyu aggiunge: «Possiamo avere il nostro esercito e le nostre guardie, ma se non lavoriamo con gli abitanti di Itombwe non funzionerà a lungo andare».

Itombwe rappresenta una speranza e un modello nell’Africa centrale: si allontana dalla conservazione tout court per integrare le popolazioni locali e ricollocarle al centro della discussione. Un modello ancora in fase di costruzione e con molti punti critici ancora da risolvere. Ma Jean de Dieu Wasso è ottimista: «Continuiamo il lavoro, tutto sta nel compromesso».

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Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dell’European Journalism Centre (EJC) all’interno del programma Innovation in Development Reporting Grant Programme ed è stato pubblicato anche in inglese sul Guardian e su Nouvel Obs in francese. I testi e i video sono di Marine Gauthier, le foto e le mappe di Riccardo Pravettoni. Insieme ad altri due reportage finanziati dall’EJC – uno realizzato in Mongolia, uno in Cile – questo articolo fa parte di un progetto intitolato Reserved!. La ricerca di Marine Gauthier e Riccardo Pravettoni sarà presentata in occasione dell’IUCN World Conservation Congress (1-10 settembre 2016), il congresso annuale delle Nazioni Unite sulla conservazione della natura, che si svolge alle Isole Hawaii.

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