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  • domenica 4 settembre 2016

Grandmaster Flash, che inventò l’hip hop

Storia del DJ che per primo creò un nuovo modo di fare musica, negli anni Settanta: ora ha prodotto "The Get Down", una serie tv di Netflix che lo racconta

(AP Photo/Seth Wenig)

Una nuova serie tv di Netflix sta facendo parlare di nuovo della storia di Grandmaster Flash, grande e importante personaggio della storia della musica hip hop, oggi un po’ dimenticato anche dagli addetti ai lavori. La serie tv si intitola The Get Down, è ideata da Baz Luhrmann – il regista dell’ultimo Gatsby, di Romeo + Juliet e di Moulin Rouge, tra gli altri – ed è ambientata negli anni Settanta nel Bronx, il quartiere a nord di Manhattan abitato soprattutto da neri e ispanici. Il 12 agosto è uscita la prima metà di stagione, che parla soprattutto di Zeke, un ragazzino metà afroamericano e metà portoricano che vive nel Bronx e si mette a fare musica hip hop insieme a Shaolin Fantastic, un ragazzo più grande che sogna di diventare un DJ. Shaolin Fantastic ha bisogno di un maestro che gli insegni il mestiere e lo trova in Grandmaster Flash.

Grandmaster Flash – il cui vero nome è Joseph Saddler – accetta di spiegargli una nuova tecnica da lui ideata, che permette di usare due dischi insieme e farli andare uno dopo l’altro per ripetere in modo continuo lo stesso pezzo di una canzone. Il tutto allo scopo di creare un pezzo figo, ritmato, che contiene «la vita e il destino», cioè il «the get down beat»; secondo Grandmaster Flash tutto il resto è la parte vecchia e noiosa, quella cantata, senza il giusto beat. Il DJ deve quindi trovare quel beat e farlo vivere sui suoi due giradischi, combattendo costantemente contro l’imminente e possibile arrivo della parte noiosa.

The Get Down ha avuto recensioni miste: Slate ha scritto che è «appariscente, cacofonico, con dei colori matti, spesso assurdo e a volte emozionante; insomma, una cosa di Baz Luhrmann»; The Ringer ha scritto che è «il mito fondativo che l’hip hop meritava di avere». In The Get Down ci sono tante cose inventate ma anche un po’ di storia. Grandmaster Flash, infatti, ebbe davvero un ruolo determinante nel far nascere un nuovo modo di suonare la musica: e per questo di recente il New York Times ha raccontato di nuovo la sua storia. Grandmaster Flash oggi ha 58 anni, è tra i produttori di The Get Down e continua a fare il DJ: «Ha cavalcato la prima onda dell’hip hop, è stato schiacciato in pieno dalla seconda ma è poi stato uno dei pochi della sua generazione a riuscire a riemergere». John Leland, autore dell’articolo, ha scritto: «I quattro decenni da montagne russe di Grandmaster Flash sono una storia tanto improbabile e tanto peculiare quanto quelle di New York e dell’hip hop».

Grandmaster Flash avrebbe potuto facilmente perdersi la rivoluzione dell’hip hop. Nato alle Barbados e arrivato nel South Bronx solo da ragazzino, iniziò l’adolescenza lontano dalla città, in una casa famiglia per bambini in affidamento, nell’area rurale a nord di New York. Quando nel 1971 ritornò a Fort Apache [il soprannome di un’area del Bronx] le cose stavano cambiando in fretta. La musica stava diventando più percussiva; gli adolescenti usavano le bombolette spray per scarabocchiare sui treni della metropolitana nomi che sembravano geroglifici e ricercatissimi murales.

Al tempo lui era Joseph Saddler, un nerd che andava alle superiori e a cui piaceva prendere gli elettrodomestici per smontarli e vedere com’erano fatti. In pochi anni contribuì – vivendo nella parte messa peggio di una città messa male – a inventare quello che molti sono d’accordo nel definire il più vasto movimento culturale degli ultimi quarant’anni, e poi resistette abbastanza per vederlo sbocciare.

Saddler è nato il primo gennaio 1958 alle Barbados, unico maschio in una famiglia di quattro donne: suo padre – grande collezionista di dischi – se n’era andato quando lui aveva sette anni, quando c’era era alcolizzato e picchiava la moglie e i figli. La madre era una sarta che quando Saddler era piccolo entrava e usciva dagli istituti psichiatrici. Per l’assenza del padre e i problemi della madre, Saddler e le sue sorelle finirono in affidamento nel Bronx. La prima volta che Saddler fece il DJ fu a una festa della scuola: suonò “I Know You Got Soul” di Bobby Byrd.

Negli anni Saddler migliorò e si fece un nome: a un certo punto il Bronx era informalmente diviso in alcune aree e ognuna aveva (oltre a una specie di gang criminale) un suo DJ con il suo stile e il suo seguito, un po’ come si vede nei primi episodi di The Get Down. Saddler era uno di quei DJ.

Nel frattempo aveva anche avuto un figlio, e per guadagnare i soldi che gli servivano per vivere trasportava per la città stoffe che venivano usate per fare i vestiti. Non era ricco ma era diventato famoso, almeno nel Bronx, perché dopo anni di prove e allenamenti – fino quasi a diventar matto, dice il suo personaggio in The Get Down – era riuscito a trovare il modo, usando insieme due giradischi, di prendere un pezzo che durava 10 secondi e farlo durare anche 10 minuti, «senza che si potesse capire quando iniziava e quando finiva». Per lui fu come aver trovato la mappa del genoma umano, ha scritto il New York Times. 

Ripetendo in loop quei pochi secondi di solo ritmo e niente parole c’era anche la possibilità di parlarci e cantarci sopra; o meglio, fare una cosa a metà, con parole veloci in rima. «Fu la nascita del rap», ha detto Saddler. All’inizio fu lui a provare a parlare sui ritmi che creava, un po’ come facevano i DJ della disco music; ma era troppo impegnato con i giradischi e quindi lasciò il microfono ad altri. «Molti fallirono», anche perché era difficilissimo stare dietro ai ritmi “suonati” da Grandmaster Flash, ma qualcuno si dimostrò all’altezza. Quelli che iniziarono a rappare su quelle basi divennero noti – The Get Down lo spiega benissimo già nei primi episodi – come gli MC, i Masters of Ceremonies. È in quel momento, alla fine degli anni Settanta, che Saddler prese il suo nome d’arte: Flash, dal nome che usava per firmare i suoi graffiti; Grandmaster, con riferimento agli insegnanti di arti marziali, per la sua capacità di “tagliare il beat”. Come ha spiegato il New York Times il termine hip hop nacque quando Cowboy, l’MC di Grandmaster Flash, iniziò a dire “hip, hop, hip, hop” per prendere in giro un amico nell’esercito e la tipica cadenza delle marce militari.

L’hip hop, ha spiegato il New York Times, fu l’effetto del disordine del Bronx di quegli anni e una risposta creativa nei suoi confronti. Chi lo faceva non ci vedeva però un grande futuro: andava bene per far feste e qualche soldo, ma come si potevano registrare e vendere suoni che erano solo altre canzoni – registrate e protette da copyright – suonate in modo diverso?

Alla fine degli anni Settanta l’hip hop riuscì però a uscire dai locali del Bronx e diventare una cosa registrabile e vendibile, con dei suoni che iniziarono anche a essere nuovi e non ripresi da altre canzoni. Nel 1979 uscì il primo singolo del gruppo hip hop che nel frattempo Saddler aveva creato: i Grandmaster Flash and The Furious Five. Grandmaster Flash divenne relativamente famoso e poco dopo arrivarono i problemi con gli altri membri del gruppo e la dipendenza dalla cocaina. Nel giro di pochi anni Saddler uscì dal gruppo e perse tutti i soldi. Nel 1985 finì in coma: aveva continuato a usare droghe e, tra le altre cose, era arrivato a pesare 53 chili. Saddler riuscì a riprendersi e dopo anni difficili – quasi dimenticato dal mondo hip hop, che considerava la sua musica ormai obsoleta – negli anni Novanta i Grandmaster Flash and The Furious Five tornarono a essere un gruppo.

Nel frattempo l’hip hop continua a essere quello che il New York Times ha definito «il genere musicale meno nostalgico», ma c’è comunque spazio per l’hip hop delle origini, che è ormai visto con un fascino vintage. Saddler ha detto: «La settimana scorsa in Inghilterra ho suonato cose anni Settanta tutta notte, e non volevano farmi andare via dal palco. Sono piuttosto sicuro che questa musica anni Settanta la gente la voglia sentire anche oggi».

Il New York Times ha scritto che ora «Grandmaster Flash sta passando un buon periodo. Dopo una lunga caduta, in cui è stato dipendente dalla cocaina ed è stato separato da alcuni dei suoi sei figli e ha dormito sul divano di sua sorella, possiede case a Long Island e ad Atlanta ma passa gran parte dei suoi giorni in tour». «La vita è stata buona con me», ha detto Saddler. Parlando dell’hip hop, invece, ha detto: «Il rock c’è da una vita, il pop pure. Questo è il genere più giovane, ed è quello ancora meno compreso. Ma è il più grande».

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